Finalmente

Dentro ai gelosi

Penetrali del cor caddero assai

Colpite ostie di affetti, assai ridente

Popol d’inganni![72]

Ma la vittoria non è allegra. Il suo cuore e il suo spirito non s’acquetano nella loro nuova situazione. Una rabbia contro il passato gli turba la serena contemplazione della verità e lo spinge ad insorgere, e gli fa avventare al cielo le serrate falangi dei suoi canti. Si preoccupa troppo degli altri: non guarda con occhio indulgente le calme e modeste evoluzioni che già avvengono attorno a lui. La sua è piuttosto una metamorfosi del cuore, che una larga e compiuta trasformazione della mente. Infatti la religione, per lui, è tuttavia un’astuta invenzione sacerdotale e non un epurativo e vivente processo dello spirito umano. Perciò il suo sentimento prende le forme ironiche e antifilosofiche del Voltaire, e ignora la pia tolleranza della scienza moderna.

Il Lucifero è la più schietta manifestazione di questo stadio della coscienza del Rapisardi. È un caos. Gli elementi del mondo religioso così violentemente buttato giù e distrutto vi s’affollano, vi si urtano, senza mai riuscire ad organizzarvisi in un mondo migliore. Vi si scorge come una sensazione indefinita della verità, ma non il sentimento e molto meno l’idea chiara e schietta di essa. D’onde l’inane fatica della facoltà poetica per indurre il soffio vitale nelle forme plasmate, d’onde il retorico artificio di tutto il poema che alfine riducesi una terribile e deleteria ironia di sè stesso.

Tutto questo però è nobile e degno di rispetto, come ogni cosa che scaturisce dalla sincerità del cuore e della coscienza. E quando il poeta, scambiando perfino le critiche d’arte per risentimenti dell’offesa superstizione, si chiude in una sdegnosa solitudine e canta:

Solo starò, come solingo sasso,

A cui rigido bora e il ciel maligno