III. LIONARDO VIGO.

Lionardo Vigo, morto in Acireale sua patria il giorno 14 dello scorso aprile, era una delle più vigorose e più attraenti figure isolane della generazione letteraria del 1848.

Notissimo in Europa a tutti gli studiosi di canti popolari per la sua ricca raccolta dei Canti popolari siciliani, il Vigo è poco conosciuto nel continente italiano. Nel 1802 fu fatta in Torino dall’Unione tipografico-editrice un’edizione della sua Lirica... «Abbiamo voluto dare un amplesso alla Sicilia, dicevano gli editori, nella persona di uno dei suoi più gentili ed immaginosi poeti viventi.» Ma, benchè il volume faccia parte della Nuova biblioteca popolare, il Vigo non ha mai ottenuto nel continente la notorietà d’alcuni suoi contemporanei siciliani, dell’Amari, per esempio, e dell’Emiliani-Giudici, che furono legati con esso da un affetto quasi fraterno.

Non è un’ingiustizia del pubblico. Le liriche del Vigo e il suo poema epico il Ruggiero hanno molti pregi poetici ed un grandissimo valore come documenti di storia, ma difettano del pregio essenzialissimo d’un’opera d’arte, della squisita fattura della forma. Inoltre, il principale, anzi l’unico sentimento che li domina è un sentimento di così profonda sicilianità (mi si perdoni la parola) che oggi non trova più eco nemmeno nella stessa Sicilia.

La forma del Vigo non è trascurata. Ho riletto in questi giorni il suo volume delle liriche. Esse hanno un sapore aspro, una muscolosità che fa impressione in mezzo al flaccidume poetico diventato di moda. Nel Carme a Bellini c’è tutto lui, colla sua anima, col suo cuore. Egli dice al Maestro della Norma e della Straniera, non ancora autore dei Puritani:

Vision de’ tuoi sogni e di tue veglie

Primo pensiero sia la patria. Oh pèra

Nel seno infausto della madre il vile

Condannato a tradirla; un fulmin colga,

E il cenere ne sperda il vento e il mare,