Della luce o dell’ombra. Avea ciascuna

Un telaio d’argento: e il piè di rosa

Premea la ruota. E mentre ogni pupilla

Della terra e del cielo in dolci sonni

Dormia sepolta, le tre dee, con voci

Conscie e compagne all’opra, ivan cantando.[17]

Appena non avrà più bisogno d’esse le chiamerà imagini mendaci del greco genio. Ed è naturale. Per lui le Parche non sono persone viventi, ma velo d’un concetto lirico che ama prendere per un momento la loro sembianza. Nel Fausto, al contrario, fino i concetti astrattissimi della Cura, del Delitto, della Fame e della Miseria assumono compiuta realtà d’individui. Nulla serve a disingannarci, nemmeno la cruda schiettezza con cui il poeta ce n’indica i nomi. Egli è sicuro del fatto suo. L’incerta e cupa atmosfera che lo circonda gli permette ogni cosa. Infatti la stretta di cuore, che ci danno quei quattro personaggi col loro atroce dialogo nell’avvicinarsi al palazzo di Fausto, è così profonda come se si trattasse d’esseri formati solidamente di polpa e d’ossa.

Trovansi molti punti nell’Armando (e per fortuna sono assai frequenti) ove il pensiero può mostrarsi veramente qual è, in tutto lo splendore della sua lirica forma; e allora il poeta ritorna il Prati di una volta. Le sei voci dell’Aria, della Terra, del Fuoco, dell’Acqua, del Tutto e dello Spirito; la voce di un’Ape, d’una Farfalla, d’una Rosa e dello Spirito dell’amore; quasi tutte le liriche poste in bocca di Mastragabito; il canto d’Igea e l’epitalamio d’Armando sono componimenti che mostrano come, con gli anni, la potenza dell’artista sia diventata matura senza perder nulla dell’ispirazione giovanile. In esse non sai se sia più da lodare la profondità del concetto o la severa bellezza dello stile. Quando i due amanti si son detti quella parola che racchiude il più gran tesoro di consolazioni che possa idearsi, e tacciono perchè il linguaggio non sembra più sufficiente alla manifestazione del loro affetto, il poeta ci fa entrare col suo pensiero nel pensiero di quei felici. Tutta la natura favella e canta d’amore. E mentr’essi perdonsi tra i fogliami del giardino assorti in un’estasi di paradiso, egli, con un’onda di vivificante armonia, ci rivela tutta la luce, tutti i profumi, tutta la voluttà onde quelli sentonsi quasi oppressi; e la sua parola spande tale profusione di melodie, di profumi e di luce che non sappiamo, dopo averla udita, invidiare i due amanti.

Il canto d’Igea è ben altra cosa. Vi si respira in ogni strofa un’aura di piena salute. In Grecia, ai tempi di Pericle, sarebbe diventato un inno sacro o popolare: e merita di diventarlo anche fra noi. Pochi di quelli che amano la vera poesia non lo impareranno a memoria. La lira del Prati non ha mai dato un suono altrettanto solenne.

L’Armando, oltre a questi canti lirici, presenta moltissime parti di narrazione degne d’esser lette e studiate. Gli stessi difetti che vi si notano non sono senza il loro pregio; potranno rammentare ai nostri giovani poeti le parole d’un antico: «Si j’étais du métier je naturaliserais l’art, autant comme ils artialisent la nature.[18]»