È il grido, è l’aspirazione dell’arte moderna. E il succo nuovo che s’infonde nell’arida scorza del plasticismo della nostra poesia. È il raggio di luce che dissipa le nebbie delle forme vuote troppo a lungo adorate dai nostri poeti e scambiate per forme piene di bellezza e di vita.
Natura, alta Natura!
Non oso affermare che tutti i componimenti del presente volume siano una rivelazione di questo sentimento profondo, di quest’elemento vivificatore che stenta a penetrare nell’arte italiana combattuto un po’ dal nostro carattere, un po’ dalle vecchie abitudini di scuola. Anzi, dico addirittura che le vecchie abitudini vi fan capolino un po’ spesso con le incertezze di colorito, colle bizantinerie di concetto, con le solite vacuità che non hanno nemmen la scusa della novità della forma... Ma che importa? Potremmo citare una cinquantina di sonetti uno più splendido dell’altro, i quali rimarranno nella storia dell’arte come testimonianza di questa fase d’assimilazione ove oggi trovasi la poesia italiana; assimilazione di quella vita moderna che ha già ricevuto in Francia, in Germania, in Inghilterra un più precoce ed un più vasto sviluppo.
Cinquanta non parranno pochi, se si rifletterà che di canzonieri ricchi quanto questo, e riputati meritamente classici, rimangono vivi appena una trentina di sonetti.
Avrei voluto esaminare largamente questa Psiche, questa storia dell’anima e del pensiero del poeta, per notare in che modo e fino a qual punto, per opera sua e d’altri minori ingegni, le influenze dell’arte europea contemporanea abbiano già modificato il nostro sentimento poetico e fin dove potranno arrivare; ma è un lavoro che richiederebbe dieci volte di più dello spazio di che posso disporre.
Mi contenterò d’accennare al lettore che il componimento dove il Prati si leva di più all’altezza del sentimento poetico moderno, dove la vita è incarnata in una forma quasi perfetta, è il componimento a cui forse lo stesso poeta non accorda una particolare benevolenza, e che la maggior parte dei lettori lascerà passare inosservato.
Lo citerò intero.
Fra le nuore ser Lio, mentre che avampa
Di faggi a vegghia il focolar paterno,
Le man stropiccia, e novellando campa,