Il signor Caiani aveva ridotto quel foyer un salottino di ritrovo per gli artisti e i giornalisti. Le pareti erano coperte di ritratti fotografici di tutte le celebrità drammatiche, scrittori ed attori; i busti in marmo del Vestri, della Ristori, di Tommaso Salvini e d’Ernesto Rossi si rizzavano sopra quattro colonnine in diversi punti del salotto; il Vestri paffuto, colle gote un po’ cascanti e un fino sorriso sulle labbra; la Ristori nel fiore della sua plastica bellezza, una vera figura greca degna dello scalpello di Fidia, altiera, con un collo divino e una fronte sublime (ne vedremo fra poco al Dal Verme, ahimè! soltanto i vestigi!); Ernesto Rossi da Amleto, se non sbaglio, e un po’ poseur anche nel marmo; Tommaso Salvini col suo viso rotondo, col suo sguardo severamente sereno e i suoi grandi baffi ricurvi.

Ogni sera, prima delle rappresentazioni, il foyer era affollatissimo. Ferdinando Martini, allora non deputato nè professore ma parlatore briosissimo, vi faceva scoppiettare i suoi frizzi tra una freddura e l’altra del Costetti, un motto del Bellotti-Bon e un tratto satirico del povero Francesco Coletti rapito troppo presto alle sue farse e che non ha avuto successori. Erano discussioni calorosissime, piene d’entusiasmo e di passione, nelle quali si finiva ordinariamente col parlar tutti ad una volta e col non capire nemmeno da sè stesso quel che ognuno diceva. Tra quelle braccia agitantisi, tra quelle teste scaldate appariva, quasi paciera, la sorridente figura del Caiani, un impresario modello, colla sua bella barba bianca e i suoi modi di gentiluomo, un appassionato del suo teatro, che viveva in quel piccolo nido dalle nove del mattino fino al tocco dopo la mezzanotte, quasi non potesse respirare altr’aria che quella di lì.

Vi si vedeva qualche volta, di sfuggita, un vecchietto cortino, grassoccio, con una barba grigia a collana e un par di baffi tagliati a spazzola impiastricciati di tabacco, un vero topo di teatro che in quarant’anni, diceva, aveva perduto soltanto due o tre prime rappresentazioni e una ventina di recite. Le sue visite erano corte. Non s’era quasi mai dato il caso che il sipario venisse tirato su e lui non fosse al suo posto, alla prima fila dei banchi. Arrivava, periodicamente, mezz’ora prima che incominciasse lo spettacolo; dava una capatina nel foyer, stringeva la mano al Caiani, salutava qualche conoscente e poi montava frettoloso la gradinata che porta in teatro; aveva una grande paura che qualche importuno non gli rubasse quel cantuccio oramai diventato sua proprietà per diritto di possesso. Io spesso gli tenevo dietro, spinto dalla curiosità. Era una persona interessante anche per la sua stranezza. Non poteva patire i susurroni, i fischiatori. Quando nelle rappresentazioni tempestose si sentiva gridare: alla porta! alla porta! si poteva esser sicuri che il gridatore fosse lui. Allora si rizzava sui piedi, si voltava con un viso arcigno, colla papalina di traverso e un gran paio di occhiali sul naso, cercando tra la folla i disturbatori per fulminarli col suo sguardo inviperito. Per lui una rappresentazione era qualcosa di sacro, una funzione, che so io? un sacrificio sull’altare dell’arte... I profani non ci avean che vedere: alla porta! alla porta!

Non mancava di cultura, e aveva un’ammirazione sconfinata pel teatro francese e per lo Shakspeare. Quando si rappresentava qualche commedia del Dumas il giovane e dello Augier era per lui una serata di festa. Alle più belle scene, a quelle scene fine, piene di spirito e di malizie, vigorosamente satiriche, non sapeva star fermo; si voltava e rivoltava per guardare in viso gli altri e trovarvi un’ammirazione uguale alla sua; e sorrideva, ammiccava, scoteva la sua testa da burattino, si sfregava le mani, e faceva un gesto, un gesto tutto proprio, che significava mille cose e soprattutte: Ah! di questa roba noi non se ne fa! Che peccato!

In quegli anni il nostro teatro era entrato in un’attività che fece nascere tante belle speranze e tante magnifiche illusioni. Le commedie nuove pullulavano: il pubblico applaudiva, incoraggiava, la stampa gli teneva bordone. Da Torino, da Milano, da Firenze era una continuata ripercussione di applausi. Il vecchietto non partecipava a quegli entusiasmi, e ad ogni nuova commedia italiana faceva delle smorfie significative, delle spallate, e diceva: se son rose fioriranno! A lui faceva rabbia quello che lui, con un vocabolo del gergo teatrale, chiamava lo spolvero: intendeva la rettorica, le frasi vuote, le tirate. Soleva dire che lo spolvero fosse una nostra malattia gentilizia della quale difficilmente saremmo guariti. Lo spolvero, secondo lui, mutava aspetto e foggia, si camuffava da patriottismo, da sentimentalità, da cento altre cose, ma infine era sempre spolvero, cioè rettorica. Aveva notato che ordinariamente ogni cinque anni lo spolvero mutava tenore. E quando vedeva qualche produzione che ne introducesse un genere nuovo, si grattava la testa con tutte e due le mani ed esclamava: Poveri a noi! Ne abbiamo almeno per cinque anni!

Rammento la sera che fu data la Celeste. Il vecchietto si contorceva sul suo banco, come s’avesse avuto dei dolori di corpo. Il bersagliere (era il Monti) recitava la sua descrizione della battaglia di San Martino, il pubblico urlava dei bravo senza fine, batteva le mani; ed io che guardavo il mio vecchietto lo vedevo colla testa fra i pugni, quasi ogni verso di quella descrizione fosse una legnata tra capo e collo per lui. Poi veniva la Celeste (era la Marchi che allora, da amorosa, non aveva tutte le smancerie che ha ora da prima donna) e sciorinava anche lei la sua brava descrizione, il sogno, colla famosa apparizione dell’anima purgante della sua mamma, un’altra cavatina che il pubblico affogava in un subisso di applausi, mentre il vecchietto abbassava il capo e si calcava la papalina fin sopra le orecchie, appoggiando la fronte alla spalliera del banco dinnanzi. Terminato lo spettacolo, volli interrogarlo, cogli occhi:

— Caro signore; rispose, eccoci condannati a dieci anni d’idilio! È una fatalità!

E il bravo uomo non s’ingannava.

Presentato il mio interlocutore del foyer del Niccolini, ecco le parole alle quali accennavo.

In quella settimana era stata rappresentata una commedia d’uno dei nostri più celebri e più permalosi scrittori drammatici. Un trionfo, non si dice nemmeno. Giovanni Sabatini che allora scriveva le rassegne teatrali in un giornale politico morto di tisi in un anno, lo Appennino, aveva citato una delle più belle tirate di quella commedia, dichiarandola uno squarcio di vera eloquenza. Io, dal pianterreno della Nazione, avevo messo fuori una stonatura fra quel coro di inni pindarici in lode del nuovo capolavoro: avevo avuto perfino l’imprudenza di citare appunto quella tirata come un rettoricume triviale. Il mio articolo era parso un’indegnità, un delitto di leso patriottismo. La sera dopo, entrando nel foyer del Niccolini, autori drammatici e attori mi fecero un’accoglienza molto fredda: parecchi, cordialissimi con me il giorno innanzi, non mi resero nemmeno il saluto. Mi vidi sfuggito, scartato come un uomo messo al bando. Rimasi di sasso, mortificatissimo. Solo il Coletti, che sapeva di quella specie di congiura ordita contro di me, mi venne incontro, mi prese a braccetto e mi condusse in teatro.