Il vecchietto era al suo posto: andai a sedere dietro a lui. Terminato il primo atto della produzione, mi si rivolse tutt’allegro e mi strinse la mano.
— Bravo! bravo! Picchiamo forte! Ho letto il suo articolo con piacere!
Mi sfogai con lui, narrandogli quello che m’era accaduto. Fece due o tre delle sue solite spallate, e, finita la rappresentazione, mi trascinò nel foyer. C’era il solo Caiani che mi venne incontro e mi fece le sue scuse, lui che non ci entrava per nulla. Allora il vecchietto, sdraiatosi sul divano accanto al busto della Ristori, col suo puro accento fiorentino e la sua voce un po’ nasale, riprese a dirmi:
— Bravo! Non si lasci scoraggiare. E poi mi cantano di risorgimento del nostro teatro! Spolvero! caro mio, spolvero! Non se lo vogliono sentir dire; ma è così. Accidenti agli spolverai! (un vocabolo creato da lui). Guà! ci vuol pazienza; siamo fatti a questo modo. Senta: io sono un ignorante; però un po’ di praticaccia l’ho acquistata. E se mi sentissi pruder le mani per iscrivere una commedia, la stia sicuro, non farei come questi signori d’autori italiani che pare caschino dal mondo della luna, come se il teatro lo cominciassero loro. O la storia che c’è per nulla? Dico la storia del teatro. Rifare il già fatto è fatica sprecata. L’arte progredisce, l’arte lascia degli addentellati. E di qui bisogna cominciare se s’ha buone braccia da lavoro. Ah! quei diavoli di francesi! La sanno lunga. In vent’anni, in mezzo secolo che progresso! Dai drammoni spettacolosi di quel boia di Dumas padre (un talentaccio da sbalordire, un vulcano in continua eruzione) dai drammi di similoro shakesperiano del Vittor Hugo (un talentone, bisogna convenirne, che fa restare a bocca aperta) dagl’imbrogli di quel Bosco teatrale dello Scribe, eccoli già al Demi-monde, all’Ami des femmes, al Fils de Giboyer a Maître Guerin! Questi son passi! Passi? Corse a dirittura! Corse di centinaia di miglia! E noi siamo sempre lì, a baloccarci collo spolvero: lei m’intende. Saremmo capaci di ricominciare colla commedia dell’arte. O non me lo son sentito dire giorni fa da quel brav’omo del Dall’Ongaro: e lo diceva sul serio, lui, un professore di letteratura drammatica! Gli risi sul muso. Per me, se abbiamo forza nella schiena, è dal Demi-monde, dal Fils de Giboyer che bisognerebbe staccare il passo. Se no è inutile, guà! Ma sì! Noi siamo grinte da ricucinare l’Alfieri e da riscaldare i cavoli del Niccolini. Muteremmo la salsa, tanto per darla ad intendere al pubblico; però, volta e rivolta, la sostanza sarebbe sempre quella. Cavatine, duetti, predicozzi, trilli e fioriture! Non son sicuro di morire che non abbia a veder rimesso a novo il dramma storico, magari in versi: all’idillio già ci siamo. Ma io l’ho anche col pubblico. Se il pubblico facesse il suo dovere! C’è da strabiliare. Non è quello stesso che applaudisce alla contessa d’Ange, ad Oliviero di Chalin? Non è lo stesso che gusta Giboyer e Maître Guerin? Eppure, dategli domani Celeste (è inutile, è più forte di lui) si lascia illudere dallo spolvero; va in brodo di giuggiole ai madrigali e alle tirate. Lo spolvero, sicuro! Vuol dire che l’abbiamo nel sangue. Una volata di lirismo ci fa proprio il solletico; un personaggio sentimentale ci fa venire i lucciconi. Tenerezza di cuore! L’artificiale, lo sdolcinato, il falso; siamo sempre lì, non se n’esce. Io mi ci guasto il fegato. E poi mi cantano il risorgimento del nostro teatro. Spolverai, che non sono altro! Vede? Io son persuaso che non ci sia punto rimedio; ma, se fossi nei suoi panni, continuerei a picchiare di santa ragione. Temo una ricaduta nella tragedia, nel dramma storico! Poveri a noi! Sarà il trionfo dello spolvero! Non ne leveremo le peste! Vi affogheremo fino al collo! Lei ride, Caiani: lei guarda alla cassetta. Ma lei non è minchione, e su, in palco, non lo si vede che a certe commedie che so io: e le spolverate le lascia digerire a noi disgraziati... Digerire? Dico male. Forse che il vento si digerisce? Ci rigonfia come tamburi.
Il vecchietto s’era alzato con uno scatto, e picchiatosi sulla pancia preparavasi ad andar via, quando gli caddero gli occhi sopra il cartellone appiccato alla parete.
— Che! Domani una tragedia nuova? Di un avvocato? O non ha da impiegar meglio il suo tempo questo sor Bacchini?.... Ma se l’ho detto io! E poi vogliono il risorgimento del nostro teatro! Spolverai, che non sono altro!... —
E mentre queste parole mi si risvegliavano nella memoria, la rappresentazione della Cecilia procedeva trionfalmente! Apostrofi a Venezia; cortigiane che descrivevano, come in un poema didattico, il carnovale della grande repubblica; fioriture; concettini che espressi in prosa, farebbero ridere; tutt’era fatto segno ad applausi, a chiamate, ad entusiasmi incredibili. Al quarto atto, gran duetto fra tenore e soprano.
Cecilia. Oh, se potessi
Rivelarti la perfida battaglia
Che mi scompone l’anima! Consiglio