Una giovane donna, abbandonata dal marito dopo pochi mesi di matrimonio, commette una colpa. Ha in suo favore tutte le circostanze attenuanti: aveva sposato quell’uomo senza amarlo; era rimasta sola, lei in Italia, lui in America travolto nel gran vortice degli affari e con poche speranze di un ritorno: s’era incontrata in un uomo già amato prima del suo matrimonio e non dimenticato nè allora nè dopo...; vi ha tante donne che cascano anche con meno di questo. È nato un figlio: la cosa diventa grave. La madre vede alleviato il suo rimorso dal sacrifizio d’un’amica. D’accordo col proprio marito, questa farà passare per suo il figlio della colpa; Giulio non sarà un trovatello. Marito e moglie Rivalta vi trovano un tornaconto: hanno desiderato lungo tempo un frutto della loro unione ma sempre invano. Giulio, col mistero che lo circonda, varrà per essi qualcosa di più che un semplice figlio di adozione.
Per alcuni anni tutto procede bene. Un bel giorno il caso o la natura ne fa una delle sue: la signora Rivalta diventa madre quando meno se l’aspetta, e partorisce una bimba.
Il marito della donna colpevole ne fa un’altra non meno inattesa e ritorna in Italia dopo diciassette anni d’assenza, ricco e disposto a godersi in pace i resultati del suo penoso lavoro, continuando sempre a tener un piede negli affari per non morire di noia. Virginia e Damiano Cadimonte potrebbero vivere felici. Lei ha scontato con tante lagrime la sua debolezza d’un momento; lui ignora tutto, come la maggior parte dei mariti. Chi non sa darsi pace è il signor Rivalta. Per lui, ora che ha la sua Clara, Giulio è un intruso e ruba a quella figliuola una bella metà del patrimonio. Come uscire da quest’imbroglio? Gli è impossibile dissimulare a Giulio la sua avversione: gli è impossibile dargli uno schiarimento quando questi, buono, affettuoso, gli domanda, col cuore gonfio d’amarezza, la vera ragione di quel modo di trattarlo... Ecco una situazione: vecchia o nuova non importa, è una situazione altamente drammatica. È l’osso preistorico capitato fra le mani del Marenco. Peccato che l’autore dei Guai dell’assenza non abbia saputo essere un Cuvier!
La Maria Cipriani delle Catene legali ha sposato un poco di buono. Il vizio del giuoco trascina il suo Enrico nella galera. La povera donna, vedova di fatto ma non di diritto, trova un conforto a questa sventura nell’amore puro e fervidissimo d’un artista, del giovine pittore Paolo Redi. Paolo e Maria sono due anime elette. Non osano nemmen palesarsi una speranza che sta in fondo alle loro anime innamorate, quella di vedersi liberi un giorno dalla dura catena con che i coniugi restano legati dinnanzi la legge anche quando uno di loro sia già morto civilmente. Nel nuovo stato di quelle due creature umane la legge è diventata qualcosa di puramente materiale. Che avverrà quando il forzato reso libero dalla sentimentalità antiscientifica d’un ministro di grazia e giustizia (son casi che si danno) vorrà riprendere i suoi diritti legali su quella donna rimasta sempre sua moglie?
Anche questa è un’altra situazione altamente drammatica; vecchia o nuova, non importa; un altr’osso preistorico capitato fra le mani dell’Interdonato, che ahimè, nemmen lui ha saputo esserne il Cuvier!
Il maestro ha detto (è bene ripeterlo): tutti possono trovare una situazione drammatica. — Infatti ecco due che l’han trovata — Ma convien prepararla, farla accettare, renderla possibile. Fermiamoci qui. Una vera situazione drammatica ordinariamente è un’alternativa. Che farà il personaggio? A seconda della sua scelta, tutti gli avvenimenti cambiano aspetto, prendono un corso in rapporto a quella spinta e s’avviano alla catastrofe. Qualche situazione non è nemmeno un’alternativa; non ha che un’uscita. Tutto l’interesse si concentra nei mezzi, nei modi coi quali i personaggi arriveranno a quell’uscita fatale, immutabile, che non interessa meno benchè anticipatamente saputa.
Vediamo un pochino quando si tratta di un’alternativa. Figuratevi un desco apparecchiato, colle pietanze fumanti: un uomo s’avanza e siede a quel desco. Mangerà? Non mangerà? Tutto dipende dallo stato dello stomaco del mio personaggio. Mettiamo per ipotesi che quelle pietanze nascondano un tranello, che siano avvelenate. Un affamato non metterà tempo in mezzo, divorerà tutto in quattro bocconi, non farà lo schifiltoso sulla qualità e sul sapore delle vivande. Uno uscito allora allora da pranzo potrà lasciarsi tentare dalla gola, assaporare una cucchiaiata di minestra, un pezzettino di carne; ma disgustato dal cattivo sapore, lascerà tutto lì. Nelle situazioni di questo genere si capisce facilmente che ogni cosa dipenda dal carattere. L’ingegno dell’autore drammatico si scorge subito dal modo con cui pianta la sua alternativa. Bisogna chiudere ogni possibilità d’un’uscita diversa dalle due che presenta. La commedia del Marenco aveva molti punti interrogativi. Il signor Rivalta, messo alle strette da Giulio, gli rivelerà il mistero della sua nascita? Come si conterrà Giulio nella sua nuova posizione? Che farà la vera madre, la signora Virginia, quando saprà che quegli è già a parte del mistero? Che farà il marito di lei quando scoprirà d’essere stato tradito? Come s’accomoderanno le cose se il marito non arriverà a trapelar nulla di quello ch’è accaduto durante la sua assenza? La risposta a tutte queste domande non può essere capricciosa. Vediamone qualcuna di quelle date dal Marenco.
Il signor Rivalta dei Guai dell’assenza apparisce sin dalle prime scene un carattere burbero, anzi atrabiliare ed eccessivamente nervoso. Non c’è che sua figlia, la sua Clara, che possa rabbonirlo. In quanto a Giulio, il signor Rivalta non tralascia alcuna occasione per fargli scorgere il suo odio.
Siamo un po’ di manica larga: accettiamo pure senza tanti discorsi, l’antecedente d’un uomo il quale non avendo perduto assolutamente la probabilità d’aver dei figli, accetti di rivelare come proprio allo stato civile il figlio d’una donna che non è sua moglie. Quel signor Rivalta doveva essere un gran buon cuore.
Capisco che il giorno in cui gli piove dal cielo una figliuola non può sentirsi molto contento della sua buona azione: capisco che, uomo d’un’educazione poco elevata, possa sentire l’affetto paterno in una maniera quasi animale... Ma bisogna anche tener conto che Giulio è cresciuto in casa di lui sin dal primo giorno della sua nascita; che per parecchi anni ha dato ai suoi genitori d’adozione le ineffabili gioie della paternità: ch’è stato educato come un figliuolo per davvero, e che è venuto su pieno di rispetto e d’affezione, laborioso, anche ricco d’ingegno, con tutte le buone qualità da far dimenticare il suo stato. Infine il caso s’era mostrato benigno: non aveva fatto nascere un figliuolo al signor Rivalta, e Giulio rimaneva innanzi alla società il legittimo continuatore della famiglia, il legittimo rappresentante d’una casa che a furia di lavoro e d’onestà aveva ammassato dei milioni. Il signor Rivalta del Marenco perde addirittura la testa; l’odio del buon uomo per Giulio è un odio senza confine. Ma quando s’arriva a questo punto, non si sta più sulle mezze misure. La condotta del padre verso il supposto figliuolo rimane forse un mistero di famiglia? Tutti se n’avvedono, tutti la disapprovano, tutti la trovano inesplicabile. Giulio arriva a sospettare dell’onestà della propria madre, cioè di quella che lui crede la sua vera madre: figuriamoci se avrebber dovuto sospettarne anche gli altri! Ammesso nel signor Rivalta quell’affetto per la figliuola spinto allo stato puramente animale, non c’è più ragione che lui taccia, e che si lasci morir d’accidente piuttosto che trovare uno scioglimento più pratico alla sua situazione anormale. La situazione, anche col carattere d’un tal uomo, ha più che un’alternativa, ha molte uscite; e, a farlo apposta, il Marenco è andato a scegliere la peggiore, quell’inutile colpo d’accidente.