Il Marenco ha rasentato quasi tutte le varie gradazioni della situazione principale, del suo osso preistorico; ma non ha avuto la potenza di ricostruire l’organismo dell’intero animale. Perchè? Perchè ha voluto adoperare la sua logica, una logica particolare, creata per usarla nella fabbricazione dei proprii lavori teatrali, e non la logica delle cose, dei caratteri, delle passioni umane, la sola e vera logica che dia all’opera d’arte il suo valore d’opera d’arte. Infatti, ecco un altro interrogativo. Che farà il marito quando avrà scoperto l’infedeltà della moglie? Per interessarci a questo che farà? bisognava innanzi tutto mettere in gran rilievo il carattere del personaggio. Damiano Cadimante non ha dimostrato una grande delicatezza d’animo, nè una grande tenerezza per la moglie nei suoi diciassette anni d’assenza: appena s’era fatto vivo, di tanto in tanto, con qualche lettera. Ritorna pieno di fiducia, vive per molti anni insieme alla sua Virginia senza che l’ombra d’un sospetto si presenti a turbare la sua coscienza di marito. La terribile rivelazione gli piomba addossa quasi all’improvviso, appena preparata dall’idea che sua moglie fosse l’amante di Giulio; un’idea naturale, perchè Giulio è il primo commesso della sua casa commerciale, ed è in così intime relazioni con lui che avrebbe voluto farsene un socio.

Si capisce; l’unica soluzione, la soluzione logica è quella di subire il fatto compiuto, di fare, come suol dirsi, di necessità virtù. Ma una situazione, ripete il maestro, convien prepararla, farla accettare, renderla possibile. Il Damiano del Marenco carpisce, ascoltando dietro un uscio, il segreto della colpa di sua moglie, vien fuori alzando i pugni al cielo, mugghiando come un toro ferito... Non che abbia molto torto... Poi, lì per lì, si sente rammollire il cuore; trova che, se la povera donna è caduta, ci ha la sua parte di colpa anche lui. Non l’ha lasciata per tanti anni lontana, abbandonata a sè stessa, dopo pochi mesi di matrimonio? Finalmente, via! avrebbe potuto far peggio; non si tratta che di un figliuolo! Povera donna! S’è mostrata così buona con lui! Non ha neppur sospettato che la ragazza recata seco dall’America possa essere il frutto d’un’altra colpa molto simile a quella di lei, e non già l’orfana d’un amico, com’è difatti... E poi, ha lui il diritto di mostrarsi inesorabile? Ha lui il diritto di farla arrossire al suo cospetto? No. Troverà il mezzo di stendere un velo su tutto; s’accuserà alla moglie per farsi credere pari e patti. Se lei gli ha regalato un figliuolo, lui, dal canto suo, non le ha regalato una figliuola?... E quei due ragazzi non si amano?... Perchè farli infelici?... Ecco la soluzione del Marenco: la più illogica, la meno ideale, prendendo questa parola nel suo puro significato filosofico, che vuol dire conforme alla idea, cioè alla intima realtà delle cose.

L’Interdonato ha seguito la stessa maniera; non oso dire lo stesso processo, per non far nascere equivoci. Giacchè quel che manca nelle due commedie sia appunto il processo, cioè il razionale svolgimento dei fatti, dei caratteri, e dell’azione; la necessità, la fatalità drammatica per cui un personaggio non può sentire, appassionirsi ed agire altrimenti che in quella data misura e in quel dato modo: modo e misura che il pubblico ha mostrato d’aver ben capito manifestando la sua scontentezza delle soluzioni dei due autori.

Fissati i primi punti d’una situazione, l’autore non dovrebbe affatto intervenire nello svolgimento dell’azione: dovrebbe restar spettatore, lasciare che i personaggi operino da per loro, e che là commedia si faccia quasi da sè. Non dovrebbe far altro che seguirla, come il chimico segue il processo d’una cristallizzazione, come il fisiologo l’esercizio di una funzione animale messa in esperimento. Quando l’autore interviene col suo capriccio, colle sue idee, coi suoi sentimenti non può che guastare. È un elemento estraneo, un elemento accidentale, una cosa assolutamente contraria all’arte che s’infiltra, s’insinua, ed altera le proporzioni, mette lo squilibrio nelle varie forze, sovverte la logica della natura umana in quegli individui così diversi da lui, toglie loro la libera personalità, li fa diventar dei burattini. E dove appunto? Nel dramma, nella commedia, cioè nelle opere letterarie dove la completa sparizione dell’autore è la prima condizione di vita, sine qua non, come dicevano gli scolastici. — Dio mio! cose vecchie, stravecchie; chi le ignora? È proprio inutile il ripeterle! — Non dico di no. Ma non è meno vero che queste cose vecchie e stravecchie le vediamo continuamente dimenticate con una facilità straordinaria; non è meno vero che i nostri autori drammatici si preoccupino poco della logica, del processo, dell’organismo delle loro opere; non è meno vero che andando di questo passo anche il gusto del pubblico finirà col pervertirsi. Ne abbiamo dei bruttissimi sintomi.

E la cosa è tanto più triste quanto più si scorge spesso che non è forse affare d’impotenza d’ingegno. Nelle commedie delle quali sto parlando, I Guai dell’assenza e Catene legali, da due o tre scene si capisce che gli autori rasentino la via giusta, ma la rasentino soltanto; si capisce che non ci volesse poi molto per dare un passo più in là ad entrare in carreggiata, e fa dispetto il vedere che si siano incaponiti a non entrarci. Dico: incaponiti, perchè l’intromissione del loro capriccio nello svolgimento delle situazioni è visibilissimo. Son essi che sentono, pensano, agiscono pei loro personaggi. Vogliono un dato effetto, vogliono una data soluzione, e vi trascinano i personaggi loro malgrado. Che viso fanno quei poveri diavoli! E come parlano da gente niente persuasa di quello che caccia fuor di bocca! —

Venerdì sera Lucrezia Borgia fece la sua riapparizione sul palcoscenico del Dal Verme. Era irriconoscibile. Avrei voluto in un cantuccio tutti i fautori del dramma storico. Quel creduto oro vittorughiano appariva una doratura Rouloz guastata dal tempo, il terribile corrosivo.

Ahimè, il tempo avea guastato anche qualcosa di assai più vivo della Borgia! La grande attrice che rappresentava la duchessa di Ferrara, la sorella del Valentino, la figlia di Alessandro Sesto, era egualmente irriconoscibile, come l’opera d’arte. Il pubblico applaudiva un ricordo lontano, una tradizione, l’ombra di quell’Adelaide Ristori che ha fatto trionfare l’arte rappresentativa italiana su tutte le grandi scene del mondo.

E dopo Lucrezia riapparì la sonnambula lady Macbeth, coi suoi occhi vitrei, immobili, col suo passo incerto, coi suoi rimorsi sempre vivi anche nella stanca tregua del sonno. Ed era impossibile non confonderla con un’altra tormentata non già dai rimorsi, ma dalla grande febbre dell’arte. Sublime creatura! — Via! Via di qua! — No, tu tenti invano di cancellare quella macchia — Via! Via di qua! — No, tu tenti invano scacciar dal cuore la tua immensa sete d’arte e di gloria! Sublime creatura, che Dio ti dia pace! Oramai, d’arte e di gloria dovresti essere sazia!

PROMETEO NELLA POESIA[21]

Arturo Graf è nato da padre tedesco e da madre italiana, in Italia. Biondo, pallido, il suo aspetto mostra le due origini fuse insieme, forse con un che di prevalenza paterna; così anche il suo ingegno. È critico, erudito e poeta non dei volgari. Nei suoi versi la profondità del sentimento, la mobilità dell’immaginazione, la tristezza ora piena di virilità, ora piena di delicatezza nervosa e femminile, che scaturiscono evidentemente da fonte tedesca, si rivelano in una forma semplice, schietta e nello stesso tempo, lavorata con accuratezza d’artista meridionale pel quale la forma suol ridursi a tutto. La sua poesia potrebbe dirsi (se non sembrasse contraddizione) un sentimento pensato. Il sentimento v’è rimuginato, scrutato con insistenza, con compiacenza d’uomo del settentrione. Coscienza irrequieta, fantasia piena di ombre e di terrori, il mistero della vita lo attira, come la profondità d’un abisso, ma gl’ispira anche ripugnanze e paure invincibili. Anela a riconciliarsi col mondo, colla natura, con sè stesso; però la sua riflessione non sa svincolarsi affatto dalle strette del sentimento, e scoppia in un grido angoscioso. Sembra un uomo che senta soffocarsi in un ambiente ristretto e viziato. Dell’aria! Dell’ideale! Un po’ di cielo fra queste miserie della terra! È il grido dell’autore di Medusa e del Prometeo nella poesia.