Il Graf adopera nella critica le stessissime facoltà con le quali ci si rivela poeta. Il soggetto lo prende tutto; mente e cuore. La ricerca erudita non impedisce al suo sentimento di commuoversi, d’esaltarsi; anzi se la ricerca erudita ha per lui una ragione, questa trovasi appunto nelle relazioni d’essa col sentimento.

La poesia sgorga tanto abbondante da un tema il quale, a prima vista, pareva dovesse unicamente ridursi a delle idee nude e severe, che la riflessione n’è sopraffatta. Il critico si tira indietro per lasciar libero al poeta l’entusiastico sfogo delle sue apocalittiche aspirazioni.

Egli non ne fa mistero. «Scrivendo le pagine (Prometeo nella poesia) ch’io presento al lettore, molti giorni passai pieni di varie, indimenticabili emozioni. Sentiva nell’anima un’espansione salutare, un calore benefico quale d’una giornata di primavera, e mi pareva che qualche cosa inverdisse dentro di me. Inorgoglivo di raccogliere nel mio pensiero la coscienza dei secoli significata nel mirabile simbolo, e più portentosa mi pareva la virtù di quell’antico genio ellenico che impresse in tutte le sue creazioni il carattere dell’immortalità (pag. X.)»

Il Graf aggiunge che il suo lavoro è quale egli lo volle e chiede ch’altri non vi cerchi ciò ch’egli non ha voluto metterci. È nel suo diritto d’autore.

Però anche quando un libro riesce proprio quello che l’autore si proponeva di farlo, non è vietato di manifestare ch’esso poteva esser tentato con intendimenti diversi. Lo studio del Graf è tutto esteriore. Prende la titanica figura di Prometeo sin dalla sua prima incerta apparizione nei canti d’Esiodo e l’accompagna a traverso quasi tutti gli avatari per i quali è passata nei tempi antichi e moderni. Eschilo, Accio, Calderon, Voltaire, Goethe, Bürger, Monti, Schlegel, Herder, Byron, Shelley, Quinet, Lipiner, Longfellow, Schuré hanno ora drammatizzato, ora cantato epicamente o liricamente il mito del rapitore del fuoco celeste, trasformandolo, ed anche sformandolo secondo le loro idee particolari e le influenze dei luoghi e dei tempi. Il sublime dramma jeratico d’Eschilo diventa una commedia di cappa e spada tra le mani del canonico spagnuolo; l’espressione d’un punto psicologico della propria personalità nell’abozzo del Goethe; un esercizio rettorico nel poemetto del Monti; una fantasmagoria panteistico-umanitaria nello Shelley, nel Quinet, nel Lipiner. Il Graf pesa esattamente e apprezza con sagacia ciascuna di queste apparizioni anche dal punto di vista dell’arte, ma non v’insiste sopra; non si cura d’approfondire se, dopo tutto quello che gli è passato sotto gli occhi, la figura di Prometeo abbia pel presente o possa avere per l’avvenire un vero valore poetico. Su questo punto la sua critica rimane poesia, cioè sentimento indeterminato. Lui è anticipatamente persuaso che la grande figura del titano non è morta e non deve morire; e questo vuol ricordare ai molti che al pari di lui sentono la gravezza dei tempi e non sanno onde chieder speranza e conforto.

Se qualcosa egli ritrae dalla storia delle evoluzioni poetiche di Prometeo, è il desiderio di vederlo ricomparire nella poesia in modo luminoso e più degno dell’arte e dell’immensità del soggetto. In quest’ultimi tempi lo Shelley, il Quinet, il Lipiner l’hanno rivendicato. Il titano antagonista di Giove, il gran martire del Caucaso non solo ha ripreso nei drammi dei due primi e nel poema del terzo il suo primitivo significato, ma si è arricchito di tutti gli svolgimenti del pensiero moderno, s’è affermato con maggiore coscienza. Mentre nello Shelley Demogorgone chiude il ditirambo panteistico della liberazione con queste parole: «Soffrire angoscie che l’opinione reputa eterne; perdonare affronti neri più della notte e della morte; sfidare potestà che paiono onnipotenti, amare e sopportare, sperare insino a che la speranza crei nella propria ruina le cose da lei contemplate; non mutare, non vacillare, non pentirsi: essere tale, o titano, quale tu ti glorii d’essere, vuol dire essere buono e grande e giocondo, e bello e libero; in tali virtù soltanto è vita, gioia, impero e vittoria;» (pag. 136) — mentre il Prometeo del Quinet si mostra dubbioso della propria vittoria e dell’avvenire innanzi alla morte degli Dei suoi nemici, ed esclama: «Quante fronti divine che sfidavano la tempesta ho visto impallidire e morire innanzi tempo! E se domani venisse a piombare l’avvoltoio sui vostri sepolcri d’oro, nei vostri cieli sazii d’amore!» ecco che l’idea moderna riprende il sopravvento e zampilla audace e vigorosa nel poema del Lipiner: «Ah! non intendete voi? Colui dinanzi al quale dovete piegare le ginocchia, siete voi stessi!... Colui che picchia, colui che chiama nel vostro petto, che con alti clamori stende, allarga l’anime vostre, lo udite voi? Egli chiama, l’eroe degli eroi, egli chiama, lo spirito degli spiriti; e non da un trono d’oro dic’egli: Tu! ma dal fondo del travagliato petto, esclama: «Io!» Non si può andare più oltre. Qui Prometeo si è liberato perfino della propria personalità, s’è riconosciuto come Assoluto, e dice: il mondo, l’uomo, l’universo, la divinità tutto è lo spirito umano: non c’è altro che l’Io.

Se fosse il caso di poter fare una storia del mito di Prometeo, si dovrebbe dire che il Lipiner ne ha chiuso per sempre l’evoluzione. Prometeo aveva già perduto consistenza e rilievo (lo confessa anche il Graf) nel dramma inglese; vi si cercavano già indarno i lineamenti perspicui e le membra marmoree del titano eschileo. Nel poema del Lipiner l’annullamento della personalità di Prometeo non è soltanto un concetto generale ma una realtà poetica. Prometeo s’immerge volenteroso entro l’eterno fuoco purificatore, e si perde e s’annulla immedesimandosi nell’infinito. Ho detto: se fosse il caso di poter fare una storia del mito di Prometeo perchè tutte queste fantasie e rabeschi e fioriture e accomodamenti moderni non hanno nulla che vedere coll’organismo del mito primitivo. Se il Graf si fosse un pochino fermato su questo punto, non si sarebbe illuso fino a credere che spetti alla poesia di cercare le nuove fedi che allarghino, integrino il sentimento dell’umanità, e non avrebbe scritto: «gl’è tempo di por mano all’opera, perchè la ruina c’incalza e le generazioni languiscono nella crescente miseria. La poesia salga le cime, compia l’ufficio suo di vendetta, raccolga i segni, e, se le vien fatto di scorgerlo, annunzii il nuovo Prometeo.» Parole che sorprendono dopo le sennate osservazioni da lui fatte a pag. 7 sulla prevalenza della piccola lirica individuale nei tempi moderni e sulle ragioni che la producono.

Infatti la convinzione che scaturisce da tutte le pagine del lavoro del Graf è precisamente l’opposta di quella che lui vorrebbe. E questo avviene per un equivoco. Lui scambia per un rifiorire del poetico mito di Prometeo il risvegliarsi del sentimento umano che s’adombrava nel mito; e non bada che Prometeo, rinascendo oggi come sentimento della piena libertà umana, non rinasce egualmente come forma, come personalità poetica. Il mito s’incarna per la prima ed ultima volta nel dramma jeratico d’Eschilo. Lì Prometeo, innanzi tutto, è una persona vivente, una creatura di carne e di ossa. Il concetto filosofico, jeratico, o antjeratico come è più probabile, resta in seconda linea e non serve ad offuscarci la realtà.

Il suo linguaggio è umano e va diritto al nostro cuore: è un lamento pieno di dignità e di fierezza.

Già tutto io sapeva, e peccar volli