Il Crepuscolo seguiva l’uso inglese di pubblicar gli articoli senza firma di autori, il miglior modo di dare a un giornale una personalità efficace, una vera autorità più d’idee che di nomi. Nel gennaio del 59 il Massarani presentava al Tenca un articolo pregandolo di lasciarvi la sua firma.
— Perchè? domandò il Tenca.
— Perchè voglio assumerne tutta la responsabilità, rispose il Massarani. È troppo ardito; e se qualcuno dovesse soffrir noie dalla polizia, vorrei esser io e non altri.
La polizia, al contrario d’ogni previsione, sospese per tre mesi la pubblicazione del Crepuscolo. Stimò meglio chiuder la bocca a tutti, che punire un solo degli scrittori di quel giornale assai poco in odor di santità presso gl’imperiali padroni.
Venne il 59. La battaglia di Magenta aveva deciso della sorte della Lombardia. S’aspettava da un giorno all’altro l’entrata in Milano degli eserciti vittoriosi, e si voleva spazzar la città da ogni soldato straniero. Gli austriaci tenevano ancora il castello e la caserma di San Francesco. Il Massarani fu di quelli che col Tenca e col Gadda assaliron la caserma e ne sfondarono le porte fra il grandinar delle palle.
Quando la pace di Villafranca lasciò in mano dell’Austria le provincie di Venezia e di Mantova, egli diè un’altra prova di patriottismo scrivendo quel Memorandum ai governi di Europa che fu coperto di quasi ventimila firme. La maggior parte dei suoi beni erano nel territorio mantovano e potevano correre il pericolo di venir confiscati.
D’allora in poi l’attività del Massarani non ha avuto più tregua. È una attività niente romorosa, quasi schiva di mostrarsi, ma non per questo meno profittevole e meno degna d’ammirazione. Spesso non si capisce dove egli trovi il tempo di far tante cose ad una volta. Il Consiglio comunale e il Consiglio provinciale di Milano non l’han mai visto mancare ad una sola delle loro sedute. Deputato, senatore, ha lavorato attivamente negli Ufficii, nelle Commissioni, come sa lavorar lui, cioè con amore, con coscienza; non ha mai risparmiato nè la sua persona, nè la sua fortuna, come per esempio, nell’ultima Esposizione francese. Se l’Italia in quella circostanza fece una buona figura, più che alla previdenza del governo, devesi a lui in maggior parte. Anzi, in questa occasione, l’attività materiale non gli parve bastasse. Tra le piccole e grandi cure degli espositori e del Giurì internazionale, trovò agio di scrivere o, meglio, d’improvvisare il suo lavoro l’Arte a Parigi, riuscito uno dei più dotti e dei più belli su tal argomento.
Il vostro libro, gli scriveva un giudice autorevolissimo, Carlo Blanc, merita l’onore di una traduzione francese; e gli si offriva per trovargli un traduttore capace di vincere le difficoltà della forma italiana così elegantemente lavorata e cesellata. Il Massarani usciva appena dai fastidii delle inondazioni per la rotta del Po: era accorso sul luogo, soccorrendo miserie, incoraggiando lavori, studiando rimedi per prevenire le repliche del terribile disastro; aveva provocato una discussione in Senato dove la sua parola calda d’affetto e forte di competenza s’era fatta sentire fra la commozione ed il plauso di quel venerando consesso; ed ecco che, prevedendo i guai di una traduzione venale, si mette a tradurre egli stesso il proprio libro in francese, adattando la forma d’esso alle esigenze della nuova lingua, rimpastandolo in più parti per renderlo più degno del tema e della considerazione dei lettori. L’editore parigino Renouard è tutto contento di poterlo pubblicare fra poco.
Questo è uno schizzo del Massarani, per dir così, esteriore. Se non è il meno interessante, è senza dubbio il più noto. Ma in lui l’uomo pratico ed operoso è foderato d’un poeta, d’un artista. Una discussione in Senato non l’interessa di più dell’abbozzo d’un quadro, d’una trentina di versi, di due pagine di prosa. Una pennellata, una cesura, il giro d’un periodo l’attirano, l’esaltano quant’una buona azione. Nella sua prosa non è difficile incontrare dei brani che luccicano e riverberano, come le faccette d’un diamante. Si vede che quell’aggettivo è stato cercato con insistenza amorosa; si capisce che quell’imagine sorridente fra le righe gli è covata prima nella mente con una gestazione lenta ma intensa, e che il suo babbo l’ha poi accarezzata, lavata, ripulita e agghindata avanti di metterla al suo posto. Alcune volte lo sforzo del concepimento non è celato abbastanza ma spesso il concetto schizza fuori con ammirabile fierezza. Il suo periodo ha il numero, quasi più del suo verso: è musicale anche quando è un po’ troppo tormentato, stavo per dire strumentato. Ma nell’Arte a Parigi molte e molte pagine dimostrano il gran salto che ha fatto lo scrittore nel maneggiare il meccanismo dello stile. Vi sono delle arditezze, delle ribellioni che nessuno si sarebbe atteso da lui, badando ai suoi primi scritti.
Non già che la forma lo preoccupi più assai del concetto, no; ma egli non è contento finchè non gli sembri che la forma glielo renda con una trasparenza cristallina: ed ha ragione. Su questo conto gli si può perdonare anche l’eccesso.