Egli la lasciò andare ed ella corse verso le compagne che la chiamavano ad alta voce. Giorgio rimase più che mai turbato; quelle ultime parole della fanciulla avevano d'improvviso risvegliati tutti i suoi rimorsi assopiti e gli scrupoli che l'ebrezza del momento aveva fatto tacere.
Paquita, come dicemmo, aveva resistito all'amore perchè nulla sperava da Giorgio; ma non avendo potuto quella sera essere forte contro la passione che la invadeva, nel confessarla, aveva gettato quella parola, come una preghiera, un comando, un grido supremo. Con quella parola ella diceva tutto e si salvava ancora; gli diceva chiaramente ciò che aspettava da lui e perciò rendeva più violenta la lotta tra il suo amore e la sua coscienza. Bisognava o chieder la sua mano, o partire; oppur andare fino in fondo alla colpa.
Quando quella sera Giorgio andò a casa, il ragazzotto che gli serviva da cameriere gli porse una lettera di Tibaldo—la quindicesima forse alla quale non rispondeva—ch'egli gettò sul tavolo senza leggerla. Poi si lasciò cadere sopra una poltrona e pensò. In certi momenti egli era un uomo abbastanza positivo. Guardò la questione da tutti i lati; e capì che il partito migliore era di partire al più presto e cercare di sradicare quel sentimento, forse solo tenace in apparenza: giacchè, se restava, bisognava prometterle di sposarla, e poi? Abbandonarla? Egli rifuggiva da un tale pensiero. Mantenere la promessa? E se non fosse che un capriccio? Legarsi per la vita, contradire tutte le proprie idee, le proprie massime, la propria gioventù, pentirsi dopo, rinunziare a cento progetti, perdere la propria indipendenza, sagrificare forse ad una passione del momento la felicità di tutto l'avvenire, rendersi ridicolo dinanzi ai suoi amici, dar ragione ai moralisti? Era possibile? Ma all'idea di partire una profonda tristezza lo afferrava, e quasi rimproverava sè stesso di non avere il coraggio di restare e veder poi. Pure la sua decisione fu presa e questa volta più ferma delle altre. Passò quasi tutta la notte a fare i suoi preparativi, e all'indomani, verso mezzogiorno, col cuore palpitante e nell'animo un vuoto, traversò la strada per andare ad annunziare la sua decisione a Paquita.
Ella pure non aveva dormito. Non si dorme dopo una sera come quella che aveva passato. Ella era amata, ella amava, lo aveva confessato, lo sapeva; una vaga speranza, benchè incerta, l'agitava, egli sarebbe venuto! avrebbe parlato!
Egli aperse l'uscio col suo discorso già preparato.—Ma ella lo ricevette come non aveva mai fatto, gli stese le due mani e le tenne strette lungamente fra le sue. I suoi occhi sfavillavano per la gioia di non dover più fingere. Egli non ebbe allora più la forza di dire ciò che doveva, ogni coraggio l'abbandonò. Assaporava le parole di Paquita ad una ad una, beveva i suoi sguardi, dimenticava tutto, ridiventava fiacco, la sua decisione non era più. Il caso fece sì che la nonna—cosa rarissima—fosse uscita, ma essi parlavano a bassa voce come qualcuno li udisse; si dissero quelle mille cose che da molto tempo pensavano e che non si erano dette mai; ed egli uscì più innamorato, più indeciso di prima; lasciando lei—poveretta!—ormai piena di quella speranza cui il giorno prima non osava ancora affidarsi.
Qualche tempo passò ancora così; i giorni si succedevano per ambedue con una rapidità insolita; la nonna cominciava a sospettare, ma si fidava completamente di sua nipote, benchè temesse che fossero vane illusioni e che non si dovesse nutrire alcuna speranza.
VIII.
Non accadeva sovente che Paquita uscisse sola, ma pochi giorni dopo la scena narrata andò, senza che la nonna si decidesse ad accompagnarla, a trovare una sua amica, figlia di un antiquario, la cui bottega era situata nel quartiere elegante e perciò ad una certa distanza. Era una giornata caldissima, e quando ella giunse, fu felice di potersi riposare nel patio al quale si penetrava dal fondo della bottega, e dove una piccola fontana tranquillamente zampillante nel mezzo procurava una benefica frescura. Una porta aperta permetteva facilmente di vedere quelli che entravano nella bottega, senza essere veduti. L'antiquario faceva dei buonissimi affari ed infatti nessuno possedeva una sì ricca collezione di armi antiche, di vasi, di mobili, nessuno sapeva meglio di lui vendere dei Murillo in gran copia ai forestieri. Le due ragazze ciarlavano già da una buona mezz'ora, e Paquita si disponeva a partire quando d'improvviso cambiò colore. L'amica le domandò la causa di un tal turbamento. «Nulla, nulla,» ella rispose, e si rimise a discorrere, dimenticando di partire e gettando spesso uno sguardo nella bottega.
Giorgio era entrato e stava guardando con attenzione alcune navaje molto curiosamente ornate. Chiese il prezzo della più ricca, ch'era molto elevato, la pagò senza dire una parola e la intascò. Paquita era attonita dallo stupore; in che modo Giorgio spendeva una sì grossa somma per una cosa inutile? All'istesso tempo, un sospetto che non l'era mai venuto, la colpì rapidamente.
In quell'istante una carrozza aperta si fermò alla porta della bottega; un servitore in livrea aperse lo sportello ed una signora elegantissima, una vera parigina, scese ed entrò. Dal suo cappellino scendeva un velo piuttosto folto sul viso che lasciava però travedere una bocca bellissima e la punta di un nasino aristocratico.