—Già, già, come un cospiratore. Non monta, venite a trovarmi.
Prendete: questo è il mio indirizzo. Addio. Questa volta vado davvero.
E così dicendo la bella duchessa, ripetendo le sue raccomandazioni al mercante e seguita a distanza dallo strascico del suo vestito, salì in carrozza, mandò a Giorgio un ultimo saluto con la mano, e partì.
Giorgio uscì dalla bottega, un po' annoiato e un po' divertito da quell'incontro, ma senza nemmeno sospettare la controscena che aveva avuto luogo nel cortile. Nel mentre la duchessa, con le sue volubili parole, interpellava il duca ad alta voce, a Paquita si rivelava un segreto fatale per lei, nell'alta posizione di Giorgio, e le si svelava ogni inganno. Fu talmente turbata che quasi svenne, senza che la sua amica, la quale l'abbracciò inquieta e fece ogni cosa per riconfortarla, potesse indovinare la causa di quella subita indisposizione.
Ma ancor più sorpreso fu Giorgio, quando tornando a casa un paio d'ore dopo con l'intenzione di andare più tardi da Paquita, vi trovò questo biglietto:
«Signore, vi domando per grazia, vi supplico di tralasciare le vostre visite fino a nuovo avviso, per delle ragioni molto importanti. Non vi posso dire di più per ora. Vi vedrò per un'ultima volta, poichè sento che non ne posso fare a meno, e perchè forse vi devo una spiegazione. Ma ora non venite se davvero mi volete un po' di bene.
«Paquita».
Queste righe turbarono Giorgio in un modo che non è possibile descrivere. Che significava un tale mistero? Cosa era accaduto? Quali potevano essere le ragioni molto importanti per le quali egli doveva cessare le sue visite a Paquita? E perchè quella forma cerimoniosa? Vi era in quelle poche righe qualcosa di freddo, di nascosto, di duro che lo spaventava. E sopratutto «vi vedrò per un'ultima volta». Dunque tutto doveva esser finito fra di loro!… Sembrerà forse strano, ma al primo momento non ebbe nemmeno il sospetto della verità. Come supporre infatti che il suo colloquio con la duchessa di M. fosse stato udito? Fu quasi tentato, di andar subito da Paquita malgrado la proibizione, di disubbidire per prima cosa, ma pensò poi ch'ella era una fanciulla intelligente assai e d'animo forte, e certo non di quelle che si spaventano per nulla; se dunque ella diceva: «non venite se davvero mi volete un po' di bene», doveva certo esservi un motivo ben serio. Quelle ultime parole specialmente lo addolorarono e gli fecero un male sì intenso, ch'egli capì di amarla ancor più di quello che credeva: «….se davvero mi volete un po' di bene», dunque ella dubitava di lui, dunque la confidenza non vi era più, dunque tutto si doveva ricominciare! E non una parola d'amore, non un accento vero, nulla! Ella lo supplicava a non andare, egli doveva dunque ubbidire, ella lo avrebbe veduto—forse fra poco—era dunque necessario aver pazienza ed aspettare. Ma qual vuoto nell'anima, quanti dubbii, quante congetture, quante vane speranze, quale tormento in quel tempo! L'idea di restare a lungo in quello stato d'impazienza febbrile, di tristissima indecisione, lo atterriva; era una prova che gli sembrava superiore alle sue forze. Egli la amava davvero, non vi era più da dubitarne oramai, non poteva più, come il giorno prima temere o sperare che fosse solo un capriccio passeggiero, mentre invece dubitava dell'amore di lei di cui il dì innanzi era tanto sicuro ed orgoglioso. Era precisamente il rovescio della medaglia.
In mezzo a questo sorgeva un'idea che gli riusciva piacevole. Egli dunque si calunniava quando poneva in dubbio di poter sentire come gli altri. Era quasi contento di soffrire.
Cinque giorni passarono—cinque secoli—senza ch'egli avesse alcuna nuova di Paquita. Stava, come prima di conoscerla, lunghe ore alla finestra, con lo sguardo fisso sulla finestra opposta, ma i vetri non si aprivano, non una piega delle tende si moveva, i fiori del vaso appassivano—dimenticati. Non sapeva che fare; si annoiava come non si era mai annoiato; qualunque più piccolo rumore lo faceva sperare; ma nessuno veniva. Egli non uscì di casa, tranne che per cercare il cugino dal quale forse avrebbe potuto ottenere qualche informazione, ma non lo potè trovare. Il caldo gli riusciva insopportabile. Tentò di scrivere a Tibaldo, ma non vi riuscì; la più piccola occupazione gli era di peso.
Finalmente, la sera del quinto giorno, gli furono consegnate queste parole: «Venite domani alle due.» Quella notte che passò pieno d'indecisione, agitato or dal timore or dalla speranza, quella notte interminabile, e come certo da molto tempo non ne aveva passata una simile, gli mostrò il cambiamento operatosi in lui. Si ricordò i balli splendidi in cui tanto si annoiava, le signore bellissime che lo lasciavano freddo, le fanciulle che non gli sembravano belle, le cortigiane che gli parevano insipide. Pensò alle cene sontuose e pazze nelle quali l'allegria fragorosa ed ebete non valeva a farlo sorridere, pensò alle pazze innamorate che non gli facevano battere il cuore—pensò come nulla più lo interessasse qualche mese prima, e comprese quanto era mutato, ora che una riga di Paquita lo riempiva di gioia e di tormento. Traversò la strada come volando, montò la scala, entrò.