Paquita era in piedi, vicino alla finestra, pallidissima e con la fisonomia talmente diversa dalla solita, che perfino la sua bellezza aveva quasi mutato carattere. La sua voce era malferma assai, quando disse:

—Signor duca….

Giorgio impallidì.

—Signor duca, voi m'avete ingannata, ma io vi perdono e per prova ho voluto vedervi ancora, ma come vi scrissi, questa sarà l'ultima volta….

—Paquita!…

—Vi prego di non interrompermi. Ho bisogno di parlarvi; la nonna è fuori; ho saputo mandarla via, lo feci perchè aveva bisogno di parlarvi da sola. Ella non deve sapere nulla.

—Paquita, che vi importa chi io sia, se vi amo ugualmente e se vi giuro….

—Mi avete ingannata. Ora lasciatemi parlare e non m'interrompete, ve ne prego. Venite con me.

Così dicendo ella passò nella stanza vicina, quella dove avevano pranzato il primo giorno che Giorgio era venuto in casa, e avvicinandosi al quadro coperto che—ve ne ricordate?—aveva eccitata la curiosità di Giorgio, lo scoperse prestamente.—Era un ritratto di donna molto ben dipinto, ma di scuola moderna, sebbene la bellissima figura che vi era rappresentata fosse vestita di un costume del cinquecento; il vestito, quadrato per davanti, mostrava il collo e il petto bianchissimi sul quale pendeva una collana di perle; i capelli, nerissimi, erano pure intrecciati con perle. Del resto, uno sguardo ardente, dei lineamenti purissimi, una bocca voluttuosa e nella fisonomia una forte somiglianza con Paquita, sebbene l'espressione fosse meno caratteristica e meno simpatica.

—È il ritratto di mia madre, disse Paquita, che io non conobbi. Era assai più bella di me e, come vedete, portava la seta e le perle, ma fece molto dispiacere alla nonna ed ella stessa non fu felice. Ne so poco di più, poichè non conosco la sua storia che molto imperfettamente. Mia nonna le ha tutto perdonato e perdendola portò un lutto, che io sola, ella disse, poteva consolare. Ho fatto il mio possibile per riuscirvi.