Ida, rimasta sola, si sentì turbata. Si assise e pensò.
Pensò per un buon quarto d'ora, con le mani incrocicchiate, l'occhio fisso al suolo, la testa bassa, la fronte oscurata.
A che pensava?—Non lo sapeva troppo nemmeno lei; i suoi pensieri andavano, andavano senza che ella si potesse render conto della via che percorrevano.
Chi sa fino a quando sarebbe stata a quel modo se a un tratto non avesse udito picchiare all'uscio.
Entrò la cameriera, dicendo:
—Il maestro di musica è nella sala verde ed attende madamigella.
La sala verde è quella di cui abbiamo già parlato, quella dov'era il pianoforte. Derivava la sua appellazione dalla tappezzeria d'un verde pallido, sbiadito dal tempo. Non era molto grande, ma altissima; poco addobbata e assai in disarnese, ma dalla finestra aperta si godeva di una vista splendida e del susurro del vento tra le foglie di un castagno i cui rami si stendevano davanti.
In mezzo era il pianoforte, il clavecin, come dicevasi allora. Anch'esso, come il resto dei mobili, era della forma empire, alto e stretto, di un legno chiaro tutto intarsiato.
Quando Ida entrò, Paolo era al cembalo e sonava alla sordina un pezzo di Gluck. Al suo apparire egli si alzò, la salutò con una inflessione di voce che dinotava a un tempo e la famigliarità derivante dal vedersi assiduamente e il rispetto dovutole. Ida gli si sedette vicino e la lezione incominciò.
Eran quasi due anni che ciò accadeva due o tre volte per settimana.