Paolo era stato di rado a Parigi e non aveva, per così dire, mai avuto il tempo d'esser giovane. Era costretto a soffocare le prepotenti aspirazioni della sua età. La vita gli era apparsa fin dai primi anni con una ben seria fisonomia, e l'aspra lotta con le necessità e la scuola della sventura avevano posto sulla sua fronte un marchio di maturezza precoce.

È da stupirsi se la compagnia frequente d'Ida lo avesse ad impressionare fortemente?

In una parola—per quanto avesse tentato di lottare contro il sentimento che lo invadeva, non potendo esso avere che tristi conseguenze—dovette però alla fine confessare a sè stesso che l'amava.

E veramente l'amava al punto da non osare più esaminare pacatamente il proprio animo; temeva la vertigine e non voleva guardare nell'abisso.

E Ida?

Dell'amore non sapeva ancor nulla, pure l'anima sua impressionabile e più di tutto quell'innata passione per la musica—la più grande traduzione dell'amore che vi sia sotto il cielo—dovevano a vent'anni ben presto commuoverla.

Fra quei due non si era pronunziata una parola non frivola, ma esisteva già un vincolo—l'armonia.

Molte volte, quando le belle dita della fanciulla correvano sui tasti d'avorio del vecchio cembalo, facendolo vibrare con gli accenti appassionati della musica italiana o delle soavi melodie tedesche, il cuore le batteva stranamente e non osava voltarsi a guardare il suo maestro, che immobile dietro la sedia, suo malgrado, adorava.

E quando cantava e ripeteva le armonie dei grandi maestri che in quel momento parevano improvvisazione dell'anima sua—con l'occhio d'azzurro che guardava lo spazio e si accendeva di una luce arcana, come avesse veduto una visione del cielo aprirsi d'un tratto—coi capelli mossi dal vento ch'entrava dalla larga finestra—oh! in quel momento il povero artista avrebbe dato la vita per poterla stringere fra le braccia, sentendola sua!

Ma aveva saputo contenersi e niuna parola era mai uscita dalla sua bocca. Ella, dal canto suo, era gentile con lui, talvolta amichevole, ma nulla più.