Quando fu solo ancora per la prima volta dopo tanto tempo, nella sua gran stanza così severa, non potè frenare un momento di paura. Pure finì coll'addormentarsi, ed il suo sonno non fu turbato in alcun modo.
Insomma, e per abbreviare, un mese passò senza che nulla gli accadesse di straordinario. Era stato molte volte anche nella stanza dove Ida era morta, aveva posato la sua vecchia testa su quel cuscino dove la povera sposa aveva esalato l'ultimo sospiro, aveva pianto come un fanciullo, poichè oramai poteva piangere, ma nulla gli era accaduto.
Aveva girato le sale silenziose, le lunghe gallerie, i corritoi, ma nulla egli aveva veduto d'insolito o di sopranaturale. Le sue apprensioni, le sue superstiziose paure cominciavano a diminuire. Ma le apparizioni egli non le temeva: Ida gli era apparsa e gli aveva sorriso. L'inquietudine, il presentimento ch'egli provava così fortemente, da che derivavano dunque?
Un giorno egli usciva dalla biblioteca e vide aperto un uscio che ordinariamente stava chiuso. Metteva a un lungo corridoio, conducente nel fondo dall'ala sinistra della casa. In fondo a quel corridoio trovavasi la sala verde, quella che conosciamo, la sala del pianoforte, il luogo favorito della povera Ida. Gli balenò al pensiero che, dopo il suo ritorno, non vi era mai stato. Dipendeva probabilmente da abitudine, poichè anche prima non usava andarvi.
Era un luogo amato da sua figlia; egli che non respirava più che per quella sacra memoria si sentì subito invogliato ad entrarvi. Passò nel lungo corritoio, e appoggiandosi al bastone (che non lo abbandonava più oramai), si diresse verso la sala verde.
Andava curvo, con l'occhio spento, la testa bassa. Sentiva in cuore una tristezza più forte della consueta. Spinse l'uscio ed entrò.—Subito le sue superstiziose paure lo assalirono. Sebbene in pieno giorno tremava più che di notte nella sua stanza tetra.
Tutto nella sala era al suo posto, tutto come l'ultima volta che Ida vi aveva messo il piede. Nessuno dopo quel giorno eravi penetrato. L'antico clavicembalo stava aperto e sul leggìo vedevasi aperta una musica. Era la canzone di Weber—la canzone favorita ch'ella aveva ripetuto tante volte con Paolo, quella che li aveva fatti cadere nelle braccia l'un dell'altro, e scambiarsi quel lungo bacio d'amore che fu il loro unico istante di felicità; quella che aveva sonato l'ultima volta, con lo sguardo fisso, col cuore spezzato, con l'accento d'un inconsolabile dolore, con una voce che non era già più di questo mondo.
Quella triste melodia d'amore aveva echeggiato lungamente tra le vecchie pareti. E quand'ebbe finito, tutta la sala pareva impregnata di quegli accenti….
Al vedere quella musica sul leggìo e quel cembalo ancora aperto, il conte si sentì rabbrividire.
D'un tratto, le sue guancie si coprirono d'un pallore mortale, le gambe gli tremarono, un freddo sepolcrale gli passò per le vene, e dovette appoggiarsi al cembalo—aggrappandosi con le due mani per non cadere.