Una musica lieve lieve si faceva udire. Il cembalo senza che alcuna mano visibile lo toccasse, mandava degli accenti. Era un motivo triste triste; una dolce melodia che pareva il lamento di un cuore gonfio d'amore….

Era la canzone di Weber.

E le note, quelle meste note abituate ad echeggiare in quella stanza, sorgevano, sorgevano con una espressione straziante che non pareva più appartenere a questa vita.

Sul principio la voce fu lieve, un filo di voce, come venisse da lontano, come partisse da sotto terra.

Al padre pareva sorgesse dalla tomba…. e preso da indicibile terrore si tenne con tutta forza al cembalo.

Il suo presentimento si avverava: egli non temeva più le apparizioni, ma sapeva che qualcosa lo attendeva. Ora sentiva un'orribile paura, e non vedeva fantasmi.

La voce sorgeva, sorgeva, e si faceva più forte. Sembrava il fragore della tempesta, sembrava l'irrompere del pianto, sembrava una battaglia del cuore. E le note succedevano una all'altra, chiare, distinte, spiccate, con un accento arcano, come se una mano maestra e divina avesse toccato i tasti.

Le mani del conte si agitavano convulsivamente.

Il suono proseguiva. Il canto prendeva degli accenti inimitabili di musica celeste. Artisticamente, era la più splendida esecuzione che si potesse imaginare.

Era infatti una esecuzione come nessuna mano mortale o voce umana possa mai sperare di rendere. V'era in quelle note una sonorità così strana, in quegli accenti una espressione così divinamente straziante, che certo se avesse dovuto uscire da un petto umano, l'avrebbe infranto. Era di quei canti che fanno morire.