Al conte sembrò riconoscere in quell'accento l'accento d'Ida.

Le sue mani persero a un tratto ogni vitalità e abbandonarono la sbarra del cembalo, a cui si era per tutto il tempo di quella strana agonia tenuto abbrancato; di pallido ch'era si fece subitamente bianco e con un rantolo soffocato, stramazzò per terra.

Quell'ultima nota echeggiava ancora.

CAPRICCIO

I.

In quei tempi dorati quando la Pompadour era regina di Francia per grazia degli amori, quando le dame della corte non si mostravano troppo sovente crudeli e s'abbandonavano spensieratamente ai dolci capricci, la bellezza era ancora quasi altrettanto stimata nell'uomo che nella donna. Nei nostri tempi invece, se un giovane ha ricevuto dal cielo una di quelle figure che gli artisti vagheggiano assiduamente, ma ben di rado trovano, molto spesso la sua bellezza non gli serve a nulla. Era ben diverso ai bei tempi della cipria e del velluto, quando Richelieu finì col innalzare vicino al trono la piccola Vaubernier, che divenne la ben nota contessa Dubarry…… Allora non era impossibile che un bel giovane, pel solo fatto di esserlo, divenisse maresciallo di Francia e cugino del re.

Chiunque giungeva ad essere presentato in società (non era facile però), era sicuro di fare una certa impressione al primo apparire, anche se figlio di un ciabattino, purchè avesse una figura elegante ed un portamento svelto e distinto. È ciò che accadde ad Armando M., giovane pittore recatosi a Parigi a studiare, quando venne presentato in società dal cavaliere di Verny, famoso mecenate, protettore di tutti gli artisti che sembravano promettere qualche cosa. Ai nostri giorni… non avrebbe forse fatto impressione, e tutt'al più alcuni si sarebbero occupati di lui in ragione del suo merito; allora invece, nessuno domandò che avesse mostrato nè se dava speranze, ma non vi fu una sola dama che non osservasse quel giovane senza nome e senza fortuna, ma idealmente bello.—Nessuno vedendolo l'avrebbe creduto figlio di un falegname, e nato in un villaggio; vi era tanta finezza nei suoi lineamenti, tanta distinzione nella sua fisonomia e nei suoi modi, che per essere gentiluomo non gli sarebbe mancato che d'esserlo, mentre è così sovente il contrario. Di statura media, superbamente fatto, bello nella freschezza dei suoi vent'anni, con due occhi pieni di fuoco, esprimenti una strana potenza d'affetto, come avrebbe potuto passare inosservato? La prima volta che venne condotto ad un ballo fu guardato assai, e molti fra i giovani cavalieri l'avrebbero volentieri mandato a tutti i diavoli. Egli si aggirava tra quella folla dorata, inebriato dal frastuono della musica, dalla luce, dalla ricchezza degli abiti e delle sale, dalla bellezza delle donne. I raggi delle gemme e degli sguardi lo accecavano ad un tempo, i profumi delle signore gli montavano alla testa. La festa era brillantissima, ma a lui tutta quella gioia, cui, per la sua posizione inferiore, non era dato prender parte, non infondeva che un senso insolito di tristezza. Se ne stava in un angolo della sala, confuso da tutto quel rumore, abbagliato da ciò che vedeva, rattristato dall'allegria.

La prima signora cui lo si presentò fu la marchesa di Saint-Aubin, una delle più alla moda, e che il cavaliere di Verny conosceva molto. Tutti ammettevano, anche i più difficili, che la sua riputazione di bellezza non era usurpata.

Il giorno in cui la vide, Armando ne fu colpito. Egli che poco sapeva del mondo, trovandosi d'improvviso davanti a una di quelle donne più che regine, armate dello scettro magico della bellezza, sentì un'ondata di pensieri nuovi che gli empivano la mente e fu come sbalordito da un senso di stupore e di ammirazione. Era turbato alla vista di quella donna così bella, circondata da tanta eleganza e da tanta opulenza. È indubitabile che l'appartamento ricchissimo della marchesa aveva un po' di parte nella sua ebrezza, e che con l'occhio suo d'artista e d'adolescente sognava a un tempo davanti ai belli occhi della signora, e alle graziose e ricche cesellature dorate delle cornici e della vôlta.

E aveva ben ragione. Erano pur splendide ambedue, la donna e la sala! Questa era addobbata in damasco rosso e argento, la vôlta dipinta nello stile di Boucher, tutta a puttini e festoni e fiori e nuvolette d'azzurro e di rosa e dorature ed arabeschi; i mobili coperti di oggetti d'arte e di lusso, oppure fulgenti d'oro e lucenti di seta. Le poltrone larghe di forma farebbero ora arrestare l'occhio di un conoscitore sulle loro linee graziose, curvate nel buon stile, massiccie e insieme leggiere; allora, coperte di raso, invitavano ad adagiarvisi. Le tende della stessa stoffa della tappezzeria cadevano riccamente in magnifiche pieghe e frammischiavano per terra le loro frangie d'argento alle morbide lane del tappeto. Ah! quel tappeto!—Tutto a fiori e ghirlande di vivacissimi colori, con le tinte così perfette da far bene a un occhio avido d'armonia, e poi così dolce al tatto, così soffice sotto i piedi! Come era possibile non inginocchiarsi sopra un tal tappeto, davanti una donna come la marchesa?