Ella si morse le labbra e quella sera litigò per un'ora con Richelieu, annoiandolo talmente, che contro alle sue abitudini di diplomazia galante, ne parlò alla marchesa di Prie, che appunto allora incominciava a corteggiare.
III.
La Corte si era trasportata a Versailles. Il re, con la Marchesa, come i cortigiani chiamavano la Pompadour, vi andavano spesso, preferendo i giardini di Lenôtre al Louvre; e in quello splendido soggiorno, ancora tutto pieno delle memorie del gran re e del gran secolo, le feste si succedevano, una più variata dell'altra: balli, ricevimenti, caccie, recite, e frammezzo a tutto questo, i facili intrighi, improntati della leggerezza del tempo, si legavano, rompevano e riannodavano incessantemente.
Poche sere dopo ciò ch'è stato narrato, le sale di Versailles si aprivano ad un ballo sontuoso. Le sale di Diana e d'Apollo, quelle della Primavera e delle Muse, e tutti que' magnifici appartamenti, improntati del marchio di mitologia galante che Luigi XIV aveva posto su tutto, erano illuminati a far impallidire il sole. Le belle signore passavano e ripassavano, dando la mano, anzi la punta delle dita, ai loro affettati cavalieri, e camminando un po' di profilo per non guastare i loro paniers, tutte fulgenti di gemme, in cui i mille lumi dei candelabri si riflettevano mille volte, tutte superbamente vezzose ed abbellite dai loro trionfi. La loro bellezza non era quella che avrebbe innamorato un amante della natura, poichè la cipria nascondeva i loro capelli, il belletto ed il bianco coprivano le loro guancie d'un leggiero strato come di vernice, le labbra erano ravvivate dal minio, le ciglia, gli occhi, tutto era dipinto; i fianchi erano artificiali. Pure erano ben sontuosamente belle, con le loro bocchine di corallo, coi loro vestiti luccicanti, con le affettate movenze di testa e di spalle, con la pronunzia smangiata e coi loro sguardi sapienti.—Nella sala da ballo, accompagnate dall'orchestra, venti coppie ballavano il minuetto. I gentiluomini, coperti di raso e di velluto al par delle signore, facevano strisciare la punta de' piedi, tenendo sollevati i loro alti talloni rossi, e si movevano effeminatamente, porgendo con grazia la destra alla ballerina, con un movimento arrotondato del braccio, mentre la sinistra poggiava sulle impugnature d'oro e di madreperla delle loro spade, che ne' sottili foderi di velluto, sollevavano le ampie falde degli abiti di color tenero e riccamente ornati.—Pareva intanto che le galanti pastorelle e i mille amorini della vôlta sorridessero a quello spettacolo e si movessero lievemente anch'essi, tra i dolci suoni dei violini, frammezzo alle loro ghirlande di fiori.—Le pareti erano ornate dei capolavori di Vanloo, e Luigi XIV, in piedi, in fondo alla sala, imponeva ancora, benchè dipinto.
In una sala d'angolo, dalle pareti coperte di quadri, vi era un piccolo crocchio che circondava il conte di Choisy, uno dei signori più alla moda, il quale stava raccontando qualcosa che pareva interessasse moltissimo il suo piccolo uditorio. Egli aveva una gran riputazione d'uomo di spirito, ma non troppo meritata.
—Si deve confessare, stava dicendo la contessa di Grives, ch'è uno de' più bei giovani che si possano vedere.
—Questo poi sì! esclamò una piccola signora, che sebbene sembrasse vicina ai cinquant'anni, aveva ancora molta pretesa. Io non lo aveva molto guardato; chi guarda quella specie di gente? Ma ora che l'ho ben osservato devo confessare ch'è un piccolo Apollo.
—E lo sa la marchesa di Saint-Aubin, soggiunse Choisy ridendo. Vi assicuro l'autenticità di ciò che vi ho narrato.
—Ma ne siete certo?
—Certo quanto che voi siete questa sera d'una bellezza irresistibile, contessa. Mi voglio appiccare domani se non è vero che ho veduto coi miei occhi Larose che saliva la scala della dimora di quel pittorello—di cui non so, del resto, perchè si parli tanto, aggiunse stizzosamente.