MAURI
(subito, serio) Mi sono dimesso. — Una vita che non si può figurare! come nessuno di voi, che vi marcite dentro qua, può conoscere! — Neanche tu, sai, Flora; che pure hai conosciuti tutti gli orrori della vita! Ma, Dio mio, sono orrori almeno! — Non una vita fatta di niente. — Niente! — Ombra. — Silenzio d'un tempo che non passa mai. — Neanche acqua da bere. — Acqua di cisterna, amara, renosiccia... — Ma non sarebbe nulla! È quel silenzio! quel silenzio! Figuratevi che vi si sente anche un soffio di vento, quando scuote la fune della cisterna giù in piazza, e la carrucola che ne stride; mentre voi, dentro... — Ah! Un piano di vecchio tavolino, unto, polveroso, ingombro di carte giudiziarie — e una mosca che vi scorre a tratti, sopra. E tutta la vita lì, in quella mosca che voi state a guardare per ore e ore. — Ebbene, immaginate di sentire un giorno, in quel silenzio, il suono d'un pianoforte: l'unico del paese. Vi corsi incontro come un assetato! E sissignori, sposai quella donna più vecchia di me, che mi parve bellissima e intelligentissima, solo perchè aveva quel pianoforte. — Perchè musica, musica io ho studiato, capite? non ho mai studiato legge io. — Sono un musicista, io! — E quella — dacchè la sposai — m'ha chiamato sempre pretore. Sì, sì, e anche i figli! — Quattro — cresciuti con lei in campagna — a-nal-fa-be-ti. — Anch'essi, anch'essi — non mi chiamano mica papà! pretore mi chiamano! anzi: — Preto'!, come la madre. — È in casa il Preto'? — No, è alla pretura, il Preto'!
Scoppiano a ridere tutti, tranne Fulvia.
ROGHI
(tra le risa) Oh bella! oh bella!
MAURI
Ridete, sì, ridete! Voglio riderne anch'io, ora! — Me ne sono liberato, vivaddio! — D'amore e d'accordo — sì! Con qualche carezza, anche. — E l'avrei strozzata, v'assicuro!
DON CAMILLO
(vedendo apparire dalla porticina dell'orto, in fondo, Silvio Gelli, che viene avanti tra quelle risa, costernato) Oh, Dio sia lodato, ecco qua finalmente il signor professore!
Alto di statura, SILVIO GELLI, di circa cinquant'anni, ossuto, poderoso, porta occhiali a staffa, cerchiati d'oro. Non ha barba nè baffi. Quasi calva la sommità del capo; ma lunghe ciocche di capelli biondastri, scoloriti, gli scendono scompostamente su la fronte e su le tempie. Egli se le rialza di tanto in tanto, e si tiene allora, per un tratto, le mani sul capo, come per un gesto di meditazione, che gli è abituale. Ha l'aria tra stordita e aggrondata d'un uomo che attraversi una grave crisi di coscienza. Ma vuol dissimularla. Per cui, spesso, resta quasi ottusamente inerte, con un sorriso freddo e vano, rassegato sulle labbra: espressione involontaria d'un che di beffardo, che è nella sua natura, e che quasi affiora a sua insaputa da antiche, maligne passioni, non ancora spente in lui, sebbene già da un pezzo domate. A urtarlo un po' in queste pause di ottusa inerzia, che sono in lui come ambigui arresti di difesa morale, egli s'intorbida: quel sorriso vano gli si scompone in una contratta smorfia di dolore, come se gli bisognasse che il dolore gli diventasse anche fisico, per poterlo sentire. Da queste contrazioni la sua fisonomia riassomma poi ricomposta, o meglio, quasi impostata in una grave e stanca aria di probità, che vorrebbe apparire da gran tempo serena, come lontanissima ormai da quelle passioni che pure or ora, in tempestoso fermento, lo hanno travagliato.