La discesa ai sotterranei, ove andammo, si trova a sinistra entrando, passata la corte, e sotto un porticato che mette ora ad uffizi militari; è una medesima scala che salendo mette capo al piano superiore e discendendo riesce ai detti sotterranei. I facchini non durarono fatica a calar giù, ed io li seguiva; quei locali servivano allora più specialmente ad uso di legnaia, ed erano divisi in più riparti da rastrelliere chiuse. Benchè bastasse piccolo sforzo per aprirle, quei facchini si facevano un piacere di fracassar tutto, accompagnando con grossolani improperi quegli atti. La faremo veder noi a questi Tedeschi; e giù colpi tremendi, con cui disfacevano inutilmente anche rastrelliere già aperte. Ah se li troviamo! Uno di questi venne fuori con una singolar espressione: Che non vi fosse anche quì qualche tradimento come al Genio?

Ma che tradimento! esclamò uno della folla che compatta seguiva, entrando da ogni parte.

Sì, il tradimento del Genio, di questa notte.

La faremo veder noi.

Si poteva scommettere con tutta sicurezza che non uno di quei facchini aveva combattuto: ben quegli atti selvaggi mi persuadevano che se per avventura taluno si fosse trovato colà, correva pericolo d'essere da coloro massacrato, epperò era risoluto, in quel caso, di farmi conoscere, e stava loro ai fianchi, pronto ad impedire una violenza ad ogni costo. Ma il caso non si presentò e quella scena rivoltante finì in modo buffo. Allorchè si abbattè l'ultimo scompartimento sulla destra, in fondo ad un passaggio che divideva tutto il sotterraneo, vediamo alzarsi un essere vivente; era un cane. Si capiva che la povera bestia aveva fatto un grande sforzo, spaventata da quell'enorme fracasso, e, raccolte le poche forze che le rimanevano, erasi levata in piedi dal suo giaciglio, ma senza abbandonarlo; ci guardò con occhio smarrito e semispento. Era un cane da caccia e bello, colà dimenticato forse dal primo giorno della lotta e pressochè morto dalla fame. Quando vide che nulla di male gli veniva fatto, cessato in lui lo spavento, si lasciò cadere di nuovo sul suo giaciglio. La folla ch'era subito entrata dietro di noi, cominciò ad esclamare: Oh che bel cane! Si sparge la voce: Si è trovato.

Cosa? Cosa? chiedono molti dei lontani.

Un cane.

Una risata generale accolse la notizia. La folla non divideva punto l'artificiale ferocia di quei facchini; essa subiva, dirò, e disapprovava quegli inutili vandalismi e quando vide il risultato della spedizione si vendicò ridendo e con motti arguti. Ben contento anch'io che così fosse finita, tornai sopra, non volendo perder altro tempo in quel luogo. Cercai se eravi qualche persona alla quale potessi affidare l'incarico della compilazione dell'inventario, e mi venne indicato l'ingegnere Reschisi. Lo pregai voler assumere quella briga, ed avendo esso accettato, mi affrettai ad andare dal Governo per annunciarlo e poi mi recai al mio ufficio in casa Vidiserti, affine di conoscere quanto colà sapevasi, poichè ivi convenivano anche gli altri colleghi del Comitato.

I discorsi si aggiravano naturalmente sui due avvenimenti principali della notte; l'abbandono del Comando Militare, l'invasione inesplicabile del Genio e la ritirata non meno misteriosa da quel luogo; chi la spiegava in un modo, chi in un altro; io dichiarai essere convinto che i Tedeschi si sarebbero ritirati da Milano, essendo evidente per me che Radetzky non avrebbe aspettato l'esercito piemontese in quella posizione e si sarebbe concentrato. Facevano ancora fuoco per conservare le loro posizioni e libera la circolazione sui bastioni.

CAPITOLO NONO