Combattimento a Porta Tosa il 22 marzo — Barricate mobili — Proposta di alcuni barabba di prendere due cannoni, a patto che si dessero loro trentamila lire; è rifiutata dall'autore — Altra proposta di un negoziante di vino di far saltare il bastione di Porta Tosa — Il depositario delle polveri rifiuta di somministrarne per tale scopo — Progetto d'una sorpresa a S. Eustorgio — Ultimo combattimento a Porta Tosa — L'autore si avvia a Porta Ticinese — È forzato a riposare nella Piazza de' Mercanti — Si reca a Porta Ticinese; sua avventura colà.

Uno dei luoghi ove si faceva il maggior fuoco era a Porta Tosa. Mi recai colà, ove già erano state poste in attività le barricate mobili, l'idea delle quali veniva allora attribuita ad un pittore, del quale ho scordato il nome, e che furono molto utili. Consistevano queste in fascinoni che si rotolavano, ed avevano una larghezza di due a tre metri, con uno spessore di oltre un metro. Riuscirono esse opportunissime in quella località, perchè il corso di Porta Tosa è larghissimo e sarebbe stato impossibile il farvi barricate che si estendessero dall'una all'altra parte. Si collocavano quindi dove occorreva, spingendole avanti. Al mio arrivo, le ultime si avanzavano sino ad un portone che da una legnaia d'uno stabilimento o Luogo Pio, detto dei Martinitt, che accoglie orfani poveri per educarli ad arti e mestieri, metteva sul corso accennato di Porta Tosa. Questo stabilimento era allora l'ultimo grande fabbricato verso il bastione, oltre il quale più non erano che orti. Dal bastione, precisamente di fronte al detto locale, facevasi fuoco a mitraglia contro di esso, ma i colpi riuscivano completamente innocui.

Nel primo piano di quell'istituto vi sono grandi cameroni con finestre del pari molto grandi, che erano munite di grate in ferro. In basso, a piano terreno, precisamente di fronte alla parete contro la quale venivano a battere i proiettili, vi era la legnaia che ho accennato. Noi stavamo tranquilli sotto di quella, mentre la mitraglia andava a colpire le pareti di contro e le grate delle finestre. Or bene, quella mitraglia aveva così poca forza che non rompeva la grata, ma cadeva innocua al suolo. Vedendo io questo, approffittai d'un momento di sosta, e mi recai al piede di quella parete per esaminare que' proiettili. Era un miscuglio d'ogni genere di ferro rotto e raccolsi, fra gli altri pezzi, un mezzo ferro da cavallo. Da quella breve ispezione conchiusi che stavano male anche a mitraglia ed avevano esaurito i proiettili a palla.

Tornato a casa Vidiserti, essendone stato assente parecchie ore, mi si annuncia che vi erano alcuni giovani che volevano parlarmi.

Entrino pure, risposi io.

Entrarono allora tre giovani di quella classe che si chiamano barabba, e che, per darne un'idea a coloro ai quali suonasse nuovo questo termine, corrispondono fra il popolo dei nostri tempi, a quelli che una volta si dicevano bravi e che i Toscani chiamano beceri.

L'oratore di que' tre giovani mi disse senza preamboli che essi con altri loro compagni si proponevano di prendere d'assalto due cannoni sulla piazza di S. Eustorgio, a porta Ticinese, ma volevano trentamila lire.

L'impressione che mi fece quella proposta fu sfavorevole; ma nessuno poteva essere trovato in una posizione più fortunata di me per uscirne senza andare incontro a dispiaceri, quando pure avesse disapprovato, come io disapprovava nel mio animo, quel progetto di un assalto per denaro. Io non aveva che a dire: Il Governo Provvisorio non mise a mia disposizione un sol centesimo: vadano in casa Taverna e facciano la loro proposta direttamente al Governo. Ma non pensai a quella scappatoia, per quanto ovvia e giusta, e volli considerar la cosa in sè stessa, precisamente come se non dipendesse che da me l'aprire un cassetto e dir loro: Ecco, qui vi sono trentamila lire, prendano i cannoni e queste sono per loro. Trattando dunque la cosa come se fosse in mio arbitrio, rifiutai; se non che a mia giustificazione devo ricordare di nuovo ch'io era convinto che i Tedeschi si ritiravano, e che quel sacrificio mi pareva inutile. Fuor di dubbio una buona parte di quei barabba sarebbe rimasta sul terreno; oltrecchè non mi entrava che quel colpo s'avesse a tentare per uno scopo di lucro in contraddizione con l'indole che fino d'allora aveva serbato la nostra lotta. Avuto quel formale rifiuto, i barabba si ritirarono mormorando. Compresi che aveva commesso un errore a non lavarmene le mani, ma vi sono momenti nei quali l'uomo dovendosi pronunciar sui due piedi, si lascia trasportare anzitutto dal suo istinto. Quell'assalto per trentamila lire mi ripugnava. Tuttavolta dall'altra parte, anche il rifiuto mi dispiacque, ma era fatto. Stava ancor meditando su quella proposta, allorchè, mi si annuncia certo signor Elia Polli. Entra una persona civile, di statura avvantaggiata, e mi dice d'aver un progetto da comunicarmi molto delicato. Ci ritirammo in un canto della stanza, ed egli cominciò col farmi la confidenza ch'era un negoziante di vino, che aveva molta pratica del bastione di Porta Tosa, e che credeva che in un dato luogo si potesse collocare della polvere e far saltare i Tedeschi quando vi passassero sopra. L'intenzione è ottima, risposi, ma badi che sono cose tutt'altro che facili a farsi. Favorisca spiegarmi anzitutto come vuol praticar una mina nel centro del bastione.

Era un po' titubante a dirmi come stava la cosa; ma poi cominciò a dar qualche spiegazione, ed io compresi che si trattava d'un passaggio esistente da parte a parte del bastione, forse, in origine, esclusivo per le acque, e di cui si era tratto profitto per operazioni di contrabbando; era la verità che venne fuori a poco a poco. Il Polli asseriva che quel passaggio era sì grande che poteva passare per esso un uomo; sicchè nel suo concetto si doveva porre della polvere nel mezzo e poi introdurre una lunga miccia, e quando passava la truppa, darvi il fuoco. Egli è chiaro che bastava che quel fuoco alla miccia si desse un minuto prima od un minuto dopo del necessario, perchè il colpo fallisse; ma quella difficoltà già grande, era un nulla al confronto d'altra ben più seria, che includeva una vera impossibilità fisica. Si trattava di collocar della polvere in un vero corritoio con due lati aperti, chiudendoli alla meglio; ma come mai supporre che la polvere accesa trovando due lati che cederebbero con tanta facilità, potesse aver la forza di far saltare un bastione di più metri d'altezza e di enorme larghezza? Si sarebbe richiesto un vero magazzino di polvere; la quantità di polvere che rinchiusa in una mina fatta secondo le norme della scienza, avrebbe bastato per far realmente saltare il bastione, collocata in quel modo, non gli faceva il più piccolo danno, e solo avrebbe lanciato lontano le due pareti mobili, colle quali si sarebbero chiuse le aperture, e nulla più. Ma andate a dare una lezione di balistica ad un mercante di vino, in quei momenti! D'altra parte, la proposta partiva da un fondo generoso; non chiedeva nulla per sè, e la credeva possibile; epperò, senza far atto alcuno d'impazienza che tradisse la nessuna fede che io aveva nel mezzo proposto, decisi questa volta di salvar me dalla responsabilità del rifiuto, e: Senta, gli dissi, ella converrà che per far saltare il bastione occorre una buona quantità di polvere: ora io non so se la potremo avere. Andiamo qui vicino dove havvi il deposito ad assicurarci anzitutto che vi sia.

Io dubitava assai che vi fosse, ma poi non credeva che l'avrebbero data per un esperimento così incerto.