Ei trovò giustissima la mia idea, ed indispensabile l'assicurarsi che vi fosse anzitutto la polvere.

A canto al locale destinato al Comitato del quale io faceva parte, eravene un altro molto grande in fondo al corritoio, e quel locale era il magazzino improvvisato per le munizioni. Vi stava a capo un uomo piccolo con una gran barba nera, assistito da cinque o sei che si cambiavano. Colà venivano a portar la polvere quelli che ne avevano ed a prenderla quelli che l'adoperavano; era un andirivieni continuo, ed è indubitato che quel Comitato o comunque si chiamasse, fu uno dei più utili.

Entrato io col signor Polli, esposi il suo desiderio pregando il Polli stesso a spiegar il suo concetto. Quel tale della barba nera ci rispose secco: Non ho polvere da gettar via. Nel fondo io era contento; non solo era quella la risposta che prevedeva, ma che desiderava, e soltanto mi parve troppo dura nella forma. Il Polli prese la cosa per suo conto e partì malcontento, ma io ch'era proprio stato urbanissimo, rimasi meravigliato di quella risposta così poco garbata, di cui però non mi fu difficile l'indovinare la causa. I barabba del famoso progetto delle trentamila lire erano andati a sfogarsi contro di me da que' signori, e Dio sa che cosa avranno detto. Il loro progetto dopo il mio rifiuto era indubbiamente ritenuto da loro ancor più bello e di certa riuscita, ed io aveva troncato loro la via alla gloria ed alla fortuna. È vero che se vi era qualcosa di certo, non poteva esser altro, se non che parecchi degli assalitori non sarebbero tornati addietro; ma di questo non si davano pensiero, facendo assegnamento i più fra loro che sarebbero morti i compagni ed essi rimasti incolumi a dividere la bella somma. Infine era evidente che tutti mi avevano dato torto pel rifiuto delle trentamila lire. Avevano essi pure un mezzo per ripararlo, consigliando i barabba ad andare dal Governo Provvisorio, ma nessuno vi pensò.

Io mi guardai bene dal voler dar spiegazioni quasi chè dubitassi della convenienza della risposta. Credo oggi ancora di aver fatto bene, ma di aver agito con poca prudenza quanto alla forma.

Uscito di là e recatomi non rammento ben dove, incontrai indi a poco uno dei capi dei drappelli che s'improvvisavano, e col quale m'ero trovato altra volta, ed ei mi fece la confidenza che si voleva sorprendere un posto di Tedeschi a S. Eustorgio verso la mezzanotte. Mi disse che non lo credeva difficile, perchè fino allora non era stato inquietato. Le barricate finivano al naviglio; egli conosceva il modo di passarlo ad un certo punto, e d'arrivar inosservati, passando per le case che si trovavano presso al posto dei Tedeschi. Non solo encomiai il progetto, ma dissi che mi sarei associato anch'io alla spedizione e si convenne di trovarsi alle undici alle colonne di S. Lorenzo, avanzo d'un monumento romano che piglia nome dalla chiesa contigua; esse sono vicinissime al portone che sovrasta al naviglio.

Si avvicinava la sera, e si vedeva dalle alture un insolito movimento verso i bastioni; la truppa si preparava a partire, e cominciò la ritirata dopo le nove da diverse porte, da Porta Nuova, Porta Orientale e Porta Tosa. Tutte erano munite di cannoni, ma la più munita era Porta Tosa. Nelle ore pomeridiane di quel giorno era stata presa dai nostri, e per questa ragione le venne dato il nome di Porta Vittoria. Ma non rimase a lungo nelle nostre mani, perchè tornativi i Tedeschi con cannoni, la ripresero, e siccome essi dirigevano il grosso delle forze su Lodi, ed è quella la porta che mette alla strada più retta verso quella città, rinforzarono assai quel posto, e facevano di là un fuoco interminabile durante tutto il passaggio delle truppe, tirando lungo il corso, a destra e sinistra, dove erano le barricate mobili, delle quali ho fatto cenno. Una delle ultime case del corso, e presso la porta medesima, era stata incendiata, onde s'ebbe per qualche tempo uno spettacolo sublime e tremendo ad un tratto. L'incendio illuminava un grande spazio del bastione e del corso di Porta Tosa, non che la porta stessa. I cannoni tiravano furiosamente a casaccio lungo il corso; dalle ultime barricate presso i Martinitt si tirava da noi sulla truppa, benchè con poco effetto, a causa della forte distanza; le campane all'ingiro suonavano tutte a stormo; era un fine degno di quel grandioso dramma che furono le Cinque giornate, compiendosi precisamente allora la quinta. Anche quell'ultima ora ci costò però una vittima; un signore civile, e non più giovine, si avanzò fuori dell'ultima barricata, fu colpito nella testa e rimase morto. Io era lì alla stessa barricata, e non volendo che il suo corpo fosse straziato dalle palle, trascinai il cadavere entro il riparo, e si depositò sotto la tettoia di quel luogo che ho più volte citato.

Tratto allora l'orologio, vidi che se voleva esser puntuale al convegno alle colonne di S. Lorenzo, non aveva tempo da perdere. Prima volli però fare ancora una corsa a casa Taverna, e narrare quanto succedeva a Porta Tosa; quindi studiai il passo, mi sbrigai in breve tempo, e mi posi in cammino per andare a Porta Ticinese. Scelsi la via di S. Vittore 40 Martiri[20] e di là per la piazza di S. Fedele e per la via S. Margherita, trassi alla piazza de' Mercanti, e ciò per la ragione che le piazze erano meno ingombre di barricate, e quantunque si allungasse, in apparenza il cammino, in realtà, si guadagnava nel tempo. In quei quattro giorni di continuo esercizio, mi era molto stancato, ma in quel giorno aveva talmente abusato delle mie gambe che allorquando io arrivai in piazza de' Mercanti mi rifiutarono il loro servizio così fattamente che non fui più capace d'andar avanti. Però non mi smarrii d'animo, sapendo benissimo che ciò era effetto dell'enorme stanchezza. Ebbene, dissi fra me stesso, mi riposerò un istante: dieci minuti mi basteranno. Mi trovava allora a poca distanza dalla statua di S. Ambrogio, alla base della quale si stendeva a destra e sinistra una panchina di pietra; io m'assisi precisamente su quella a destra del santo. Tale e tanta era la mia stanchezza che anche seduto non mi pareva di sentir abbastanza il beneficio del riposo, e decisi di pormi a giacere lungo disteso; allora mi parve di riposar davvero e che tutti i muscoli del corpo sentissero sollievo. Dieci minuti, diceva fra me, di simile riposo bastano per ristorarmi; ma io non credo che ne passassero cinque che già ero immerso in profondo sonno, ripetendo pur sempre finchè fui padrone dei miei sensi: dieci minuti, dieci minuti. Quanto dormissi, mi è impossibile precisarlo, certo ben oltre quel tempo, ma non più di mezz'ora, e ciò per una ragione che non dipese da me. Mi svegliò lo squillo acutissimo della campana che mi sovrastava. Anche qui è il caso di dover dire che soltanto un milanese che conosca la campana di piazza de' Mercanti può comprendere a pieno quale ha dovuto essere l'effetto di quello squillo concitato della campana sopra un addormentato ai piedi della torre. La tradizione popolare vuole che quella campana dati dall'epoca dei Visconti, e che l'acutissimo suo suono si senta in tutta Milano. Ma checchè sia di quella campana, certo si è che il suono ne è penetrante in modo straordinario. Essa era stata una delle più instancabili durante tutta la rivoluzione, e non stava mai a lungo in riposo. Al primo squillo di quel furioso martellare io balzo in piedi esterrefatto; non so raccapezzar nulla sulle prime, assolutamente nulla; mi opprime un dolore fortissimo del cervello come se mi venisse conficcato uno stile nel mezzo; porto ambo le mani al capo quasi volessi tenerlo fermo e mi chieggo: Ma dove son io? Tutto questo fu l'affare di pochi minuti secondi. La ragione si fece ben presto strada anche a traverso a quell'acerbo dolore. — Tu dovevi andare a Porta Ticinese, mi dissi, e ti lasciasti sorprendere dal sonno. Allora battendomi la fronte come se avessi commessa una vigliaccheria, mi misi a correre, quasi volessi riguadagnare il tempo perduto, ed entrai nella via dei Fustagnari. Tanta era ancora la confusione delle mie idee, che, giunto, sempre correndo, al Cordusio, piegai a destra verso il Broletto; ma giunto all'altura della via di S. Prospero m'accorsi del mio errore, mi fermai per raccapezzarmi, e tracciarmi bene la linea da seguire. La brevissima sosta mi recò un po' di sollievo all'acuto dolore di capo; a passo accelerato, ma non di corsa, mi rimisi in cammino e, rifatto il piazzaletto del Cordusio, mi recai per le vie degli Armorari e Spadari sulla retta lunga linea che doveva condurmi alla meta. Passai la corsia della Lupa, quella della Palla, quella di S. Giorgio in Palazzo[21], e giunsi al Carobbio, d'onde piegando a sinistra, arrivai alle colonne di S. Lorenzo. Tutte le vie da me percorse quale più quale meno erano barricate, e lungo fu il cammino; ma il riposo mi aveva ristorato, e il mal di capo era diminuito di assai, perchè esso aveva origine dal modo violento col quale ero stato destato. Or qual fu la mia sorpresa, allorchè avvicinatomi alle colonne di S. Lorenzo, ed avanzatomi fino al portone che sovrasta al Naviglio, non vi trovai nessuno! La barricata che lo chiudeva era gigantesca, e quasi ne toccava la sommità; di che si può farsi anche oggi un'idea, perchè l'arco centrale non patì alterazione, ma soltanto si sono mutati i suoi fianchi, essendo state praticate anche colà le portine laterali. Mi arrampicai sulla barricata; vidi il lungo corso tutto oscuro e deserto, e solo lontano lontano qualche lumicino. Che più non avessi a trovare i compagni della spedizione alla quale doveva unirmi, non mi giungeva strano, poichè, se già prima delle dieci i Tedeschi uscivano da Porta Tosa, era probabile che innanzi ancora di quell'ora avessero abbandonata Porta Ticinese, sicchè era naturale che la spedizione non avesse luogo; ma il non trovar colà nemmeno una sentinella, mi parve troppa trascuranza. Disceso dalla barricata io mi posi a sedere su d'una panca tolta alla vicina chiesa di S. Lorenzo, ed opportunamente colà posta per comodo dei combattenti, allorquando dal vicino corpo di guardia esce un individuo armato e mi chiede chi sia e cosa faccia lì.

Io sono, risposi, il capo delle pattuglie nominato dal Governo Provvisorio e mi meraviglio di trovar la barricata senza un sol difensore.

Ma che capo di pattuglie? che Governo Provvisorio? Ella verrà con me.

Dove?