— Al corpo di guardia.
— Non ci ho nessuna difficoltà.
Il corpo di guardia era vicinissimo. La mia osservazione aveva ferito l'amor proprio di quell'individuo, ma pensai che al corpo di guardia vi sarebbe un capo e che questi avrebbe saputo qualcosa della nomina del Governo Provvisorio; ma io rimasi completamente deluso. Ripetei la stessa cosa, e come avessi il diritto di far quell'osservazione, giacchè se i Tedeschi erano partiti, il fatto era troppo recente perchè alla barricata non si avesse da lasciar almeno una sentinella. Noi non sappiamo chi ella sia, mi si rispose. Noi riceviamo i nostri ordini dal Comitato di casa Trivulzio e non dal Governo Provvisorio, ed ella verrà a quel Comitato e si farà conoscere.
Che fare! Se io avessi avuta la mente calma e fredda come il mattino addietro, allorchè io non voleva sapere di quell'incarico, avrei trovato ch'era l'avvenimento più naturale e più comune, dacchè si verificava precisamente ciò che io aveva preveduto. Non solo non mi riconoscevano, ma ignoravano le nomine del Governo Provvisorio, la cui autorità stessa era poco meno che sconosciuta. Ma anch'io non era nel mio stato pienamente normale, benchè il dolor di capo fosse diminuito non era ancor libero, era raffreddatissimo, e parlava a stento; oltrechè il mio accento non era pretto milanese. La conclusione fu che io, il capo legale e legittimo delle pattuglie, venni condotto in mezzo a due armati, alla piazza di S. Alessandro in casa Trivulzio ove risiedeva quel Comitato. Quivi fui tosto riconosciuto, e mi dichiararono libero, ma io non fui contento; e siccome aveva messo avanti quella qualità di capo delle pattuglie, volli che uno di loro venisse al Governo Provvisorio, onde si vedesse che non aveva asserto cosa non vera; lo dissi poi con tanta risolutezza che accondiscesero a che uno di loro mi accompagnasse. Lungo il tragitto ebbi il tempo di riflettere su quell'ultima peripezia. Come mai poteva meravigliarmi che il capo posto a S. Lorenzo non conoscesse le nomine del Governo Provvisorio, se esse erano ignote a quel posto centrale? Ogni risentimento era già spento in me allorchè arrivammo a casa Taverna. Io espressi brevemente la cosa, non rammento bene a chi, perchè più non vi dava importanza; si fecero le meraviglie come non si conoscessero decreti del Governo Provvisorio; ma quanto al fatto avvenutomi a S. Lorenzo, siccome la persona che mi accompagnava vi era completamente estranea, così dissi io stesso ch'era conseguenza naturale della posizione nella quale m'era trovato d'esser ignoto, nè più era il caso di parlarne, e con questo ebbe termine quella vicenda.
CAPITOLO DECIMO
I Tedeschi abbandonano Milano nella notte dal 22 al 23 marzo — Durante la giornata del 23 si continua a far barricate — L'autore disapprova quel zelo postumo. — Suo colloquio con un membro del Governo Provvisorio — L'autore cade ammalato per lo strapazzo dei giorni passati — Sua pronta guarigione — Viene spedito in Valtellina per provvedere alla difesa dello Stelvio e del Tonale — Fatti di Como — Sua gita a Sondrio ed allo Stelvio — Suo ritorno a Milano.
La notte era molto avanzata, il cannoneggiamento era cessato, e con tutta probabilità, l'ultimo pelottone austriaco aveva già abbandonato Milano; la mia missione era finita, ed io decisi di recarmi a casa mia per riposare le poche ore di notte che ancor rimanevano. Ma non fu il mio sonno tranquillo e ristoratore. Dal giorno che aveva abbandonata la mia casa a quel punto, un solo sentimento aveva in me dominato, quello di contribuire a vincere la terribil lotta, ed a fronte di quello, tutto era stato secondario; robusto, ma non assuefatto a quelle fatiche, io aveva abusato delle mie forze fisiche, aveva trattato il mio corpo come se non avesse leggi a cui obbedire, e gli aveva chiesto l'impossibile. L'ansietà e il pensiero continuo d'un gran fine da raggiungere avevano tenuto desto lo spirito che aveva fatto obbedire il corpo, ma cessato quell'eccitamento, chiuso, direi, il periodo dell'incertezza intorno alla riuscita della rivoluzione, il predominio dello spirito cessò e le leggi fisiche presero il disopra. Agitatissimo fu quel primo sonno passato in letto dopo quattro notti che non mi era spogliato e non m'era riposato che poche ore; aveva il respiro affannoso pel forte raffreddore, la gola gonfia, e mi opprimeva un forte mal di capo, che nulla aveva a che fare col dolore acuto provato in piazza de' Mercanti, ma era all'opposto un dolor cupo, sicchè mi sembrava che avessi la testa piena di piombo. Alzatomi non pertanto il mattino, pensai che il prender aria, il far moto, mi avrebbe giovato, e uscii. Uno spettacolo inatteso mi si presenta; veggo un affaccendarsi di moltissime persone non solo a rinforzare, ma a costruir barricate in quel luogo sì largo: veggo farsi lo stesso più avanti verso la Porta Orientale, nè già si accontentavano di portar cose mobili, ma levavano i grandi lastroni di granito che servono di guida in mezzo al selciato. Non sapeva capacitarmi di quella strana operazione, nè da chi poteva venire quell'idea, e rivoltomi ad alcuni che con grande affanno si adoperavano a quei lavori: Ma chi vi diede, li richiesi, simile ordine?
— Ma non vede, mi risposero, che lavorano tutti?
— I Tedeschi sono andati.
— Le barricate si devono conservare.