Cogli schiarimenti che ho dato intorno ai fatti avvenuti al Genio ed a S. Bartolomeo, che sono un'appendice alla narrazione principale, io potrei dire di aver raggiunto lo scopo di questi Ricordi. Esso è circoscritto a quanto avvenne sotto i miei occhi, salvo quella piccola eccezione; ma se ristrettissimo è il mio campo, almeno è sicuro; ciò non vuol dire che scrivendo dopo ventisette anni senza interrogar nessuno nè consultar libri di sorta, non possa esser caduto in qualche errore forse di data, trattandosi dei fatti di minor importanza. Rispetto ai fatti principali escludo ogni inesattezza nel modo più assoluto, nè temo contraddizioni. E se questo mio scritto avrà vita, potrà essere collocato francamente fra i veridici; ma io non intendo fermarmi a questo punto, credo poter aggiungere qualche altra nozione che non sarà senza interesse, e quando verrò poi alla conclusione, ho qualcosa da chiedere al lettore concittadino.
Ho notato un fatto circa cotesto grande episodio della guerra dell'indipendenza italiana, ed è quello della premura ognor crescente di voler apprendere i suoi particolari, il che del resto si spiega facilmente. Si sa che molte cose furono esagerate e che la verità venne travisata nel doppio senso che dopo il buon successo si esagerarono i fatti e si mescolarono a favole, e subentrati i rovesci dell'agosto, si negarono anche i fatti veri. La politica ci si mescolò anch'essa e travolse il tutto nei suoi vortici. Ora, mentre gli attori vanno scomparendo ogni giorno, non è egli naturale che la gioventù senta il bisogno di esser ben edotta della verità e voglia conoscere i fatti quali avvennero e non quali si vollero far comparire, e quindi interroghi i superstiti fra i testimoni oculari e coloro sopratutto che vi ebbero parte più o meno larga? Quante incertezze non lascia anche un libro veridico? Quanti dubbii può sollevare senza che il lettore sia in grado di averne la soluzione? Che dire poi se generale è la convinzione che molti libri sono pieni di errori? Aggiungasi che anche quelle preoccupazioni politiche, le quali contribuirono ad oscurare il vero, non hanno cessato d'esercitare la loro influenza e possono ancor ricevere schiarimenti da contemporanei.
Allorchè, fallito il generoso tentativo di Carlo Alberto, si chiuse, coll'armistizio di Milano del 6 agosto 1848, quel periodo che aveva avuto principio nella stessa città il 18 marzo colla miracolosa rivoluzione, presi io pure la via dell'emigrazione, mi stabilii a Torino e non rientrai in Lombardia che dopo i felici avvenimenti del 1859. Poche volte in quel decennio mi avvenne di esser richiesto di schiarimenti intorno alle Cinque giornate; alla mia volta non ne parlava volontieri. Per quanto avessi la coscienza di aver fatto il mio dovere, l'esito infelice dell'impresa dominava l'insieme di quei ricordi. Ma quando la fortuna tolse il velo della sventura che copriva gli avvenimenti del 1848, li riabilitò e dimostrò il valor pratico che avevano, e li fece entrare come fattori del nuovo felice ordine di cose, allora li contemplai anch'io con maggior compiacenza, nè più mi pesò il parlarne. D'altra parte si fecero più frequenti anche attorno a me le domande di schiarimenti. Chi voleva farsi un concetto delle generalità; chi aver spiegazioni di fatti determinati; ma i primi erano in maggior numero; il che ben si comprende, non essendo cosa facile il farsi un concetto vero dello stato di Milano durante le cinque giornate. Una città che è piazza di guerra si prepara, ogni persona al minimo pericolo si provvede, per quanto lo consentono i suoi mezzi, pensando che ogni comunicazione col di fuori sarà interrotta; ma una città come Milano che contava già allora intorno a duecento mila abitanti, che non era preparata, che aveva tante relazioni, sì estesi commerci, che contava sì gran numero di persone viventi del lavoro giornaliero; una città simile che vien chiusa ad un tratto e per cinque giorni rimane totalmente segregata da ogni comunicazione col di fuori, cosa che da lunghi secoli non era avvenuto, è naturale che abbia dovuto trovarsi in condizioni nuove e tali che dànno luogo alla fantasia di almanaccarvi sopra. Come viveva tutta quella moltitudine? Chi vegliava alla sicurezza della città? Come si comportò il bel sesso, che non è chiamato a combattere? Quali classi diedero i combattenti? Sono tutte questioni che, sotto una forma o sotto l'altra mi vennero fatte, e certo si fecero e si fanno ai contemporanei di quell'avvenimento, e sopratutto a coloro che in maggiore o minor grado furono anche attori.
Or io voglio soddisfare a talune di queste curiosità, che del resto ben si possono qualificar di legittime, poichè tendono anch'esse a dare un'idea più esatta di quel grande avvenimento.
Prima però di entrare in quei particolari mi è d'uopo fare una dichiarazione, e prego il lettore ad averla presente, ed è questa: che io non intendo stabilire concetti generali, nè sostenere che quanto avvenne nei luoghi ove io mi trovava, sia precisamente avvenuto in ogni altro, dappoichè potrei cadere in errori che ho evitato nella narrazione principale. Io seguo anche in questo la massima di narrare quanto avvenne sotto i miei occhi; o, per meglio esprimermi, miro a dedurre da que' fatti le conseguenze che mi si presentarono le più ovvie, le più naturali; ma in un avvenimento che si estese su d'una superficie così vasta, ove tante e sì diverse potevano essere le condizioni, è certo che altri ha potuto venire a conclusioni diverse senza che vi debba essere contraddizione fra le altrui conclusioni e le mie nel senso che l'una escluda l'altra.
Dopo i fatti avvenuti al palazzo del Governo intorno al mezzogiorno del 18 marzo, Milano si coprì di barricate, poichè ogni idea d'una soluzione pacifica della gran quistione era completamente svanita. I Tedeschi chiusero le porte della città, che erano tutte in loro potere, e non permisero più a nessuno nè di entrare, nè di uscire. Nella notte dal 18 al 19, quantunque diluviasse, si continuò a costruire barricate; ma i Tedeschi alla lor volta ne distrussero non poche di quelle che, fatte nella sera in luoghi molto larghi, non fu possibile il difendere, come avvenne precisamente al ponte del corso di Porta Orientale e nelle sue adiacenze. Quasi tutte le barricate interne della città rimasero però sino alla fine, ma è impossibile il precisarne il numero, anche per quel vero furore destatosi il 23 di far ancora barricate, dopo che n'era cessato il bisogno. Un piano non vi era nè vi poteva essere; le barricate avevano questo di comune, che si aprivano in senso opposto l'una dall'altra, sicchè obbligavano ad andare a zig-zag chi voleva percorrere una via qualunque sbarrata con barricate. Diverse erano pure le reciproche distanze che variavano dai 10 ai 20 e più metri; al che davano norma anche gli sbocchi delle vie laterali. Il materiale era fornito dal grosso mobilio di legno, da usci e porte, da panche di chiese, da carrozze, carri, carretti, da botti e grandi fusti vuoti, da travi, da legname di costruzione e in alcuni luoghi anche da materassi, da balle di cotone, da pagliaricci e negli ultimi due giorni, sopratutto le barricate esposte, venivano rinforzate da veri argini di materiale del selciato.
Certo importerebbe conoscere anche il numero complessivo; ma sarà sempre impossibile lo stabilirlo per la ragione che ho già accennato, non potendosi chiamar barricate delle Cinque giornate, quelle fabbricate il sesto dì, e furono molte. Ben volendo esprimere una cifra per darne un'idea, io credo che superassero le due mila. Ma su tal numero, poche, in proporzione, furono quelle che videro veri combattimenti attivi. Quelle ove si sparse sangue, ove si morì, erano, come è naturale, quelle poste agli sbocchi delle vie, come il 18 e 19, quelle di S. Babila, di S. Vicenzino, e quelle che chiudevano i corsi, a Porta Nuova, a Porta Ticinese, ed altrove. La grandissima massa, erano barricate di precauzione, pel caso che, superate le prime, i Tedeschi si fossero avanzati. La conseguenza immediata che ebbero sempre e per tutti, fu quella di rendere difficile o per meglio dire, di allungare enormemente le vie di comunicazione. Per avanzare 100 metri conveniva farne 400, ove più, ove meno. Il bisogno aveva suggerito qua e là qualche accorciatoia; io voglio ricordarne una che certo venne praticata da molti ancora viventi. Una delle vie più frequentate da combattenti e da quanti loro prestavano aiuto, era quella del Monte Napoleone, poichè conduceva a casa Vidiserti ove era il deposito delle polveri e munizioni in genere; quivi si era stabilita la doppia corrente di quelli che ne portavano e di quelli che andavano a prenderne; inoltre quella via conduceva, dopo breve tratto, per quella di S. Vittore 40 Martiri, a quella de' Bigli, ove stava la sede del Governo Provvisorio. Or bene, in detta via del Monte Napoleone eravi una barricata, se non erro, poco lungi da casa Verri, che aveva, a circa un terzo e non più da quello stesso lato, una vettura (cittadina) che formava parte della barricata, senza ruote, ma ritta. Qualcuno cominciò ad aprirne gli sportelli e transitarvi; dietro quello vennero altri; indi fu un diritto acquisito per tutti il passare. Non saprei dire le quante volte la traversai io pure, ma certo ben molte; la prima volta mi fece un certo senso perchè era piuttosto elegante; ed uso, com'ero, a traversar quegli ammassi d'ogni genere di cose che costituivano le barricate, e a veder non pochi oggetti infranti e guasti, quel contrapposto d'un passaggio per una bella vettura con sedile a velluto nel mezzo, fermò la mia attenzione, ed ebbe senza più la mia piena approvazione, perchè la susseguente barricata, aprendosi dal medesimo lato, ne conseguiva un abbreviamento di cammino relativamente non piccolo.
Quanto allo spavento e al timore del quale ha dovuto esser compresa una parte almeno della popolazione, dirò che era assai meno di quello che parrebbe quasi naturale che avrebbe dovuto essere. I fatti grandi e straordinari che avvolgono tutti in un comune pericolo, reagiscono in modo diverso sull'uomo, che i pericoli individuali. Prevalse tosto una certa ebbrezza, un nobile esaltamento che più o meno invase tutti. Certo molti non uscirono di casa, ma non si può dire altrettanto del maggior numero. I bottegai avevano la più gran parte le botteghe aperte; taluni di essi, come i venditori di commestibili, continuarono i loro spacci, e, per quanto me ne consta, senza alzar i prezzi. I salumai divennero i fornitori principali di tutti i combattenti che non potevano più tornare alle case loro, perchè situate in quartieri occupati dai Tedeschi. Pane, salame, formaggio ed un bicchier di vino, fu il cibo di moltissimi in tutti quei giorni; ciò non vuol però dire che chi aveva mezzi, non potesse anche procurarsi qualcosa di meglio e più conforme ai suoi cibi soliti; ma non ci si pensava, e, tanto meno a sedersi tranquillamente ad un desco, ciò sarebbe parso un sciupamento di tempo. Un giorno, parmi fosse il 20, andato a casa Taverna per riferire qualcosa, trovai il padrone di casa, il compianto Carlo Taverna, rammentato più sopra: Ho un grande appetito, gli dissi, dammi qualcosa da mangiare. — Figurati, mi rispose l'ottimo amico, vieni con me, e mi condusse in una cucina a pian terreno, ove eravi un pentolone in cui bolliva una quantità di carne già tagliata a pezzi, e sopra d'una tavola eranvi molte forchette di ferro lunghe lunghe. Quattro o cinque giovani, ciascuno col suo pezzo inforcato, ed un pezzo di pane in mano, stavano mangiando in piedi. Il padrone di casa prese una forchetta, andò egli stesso a pescarmi uno dei più bei pezzi che comparvero a galla nella pentola e me lo porse. Frattanto un servitore era corso a cercar una sedia, un tovagliuolo e che so io; ma io non volli, e preferii star anch'io in piedi a mangiarmi la mia carne con il mio pezzo di pane e bermi un bicchier di vino. Fu quello il mio pasto più lauto di que' giorni; ma, sebbene avrei potuto averlo sempre, più non ricorsi alla cucina dell'amico, perchè era divenuta cosa secondaria il pensare al cibo; ed anche perchè quel genere di vita strapazzata e il mangiar solo, quando più non si reggeva per la fame, e si trovava tutto buono, non mi spiaceva. Del resto io credo che nessuno abbia sofferto di fame, e certo nessuno di quelli che erano provvisti di mezzi; agli altri deve aver supplito la generosità di quelli che ne avevano, mentre io ritengo che Milano fosse e sia sempre provvista assai più che per cinque giorni. Mancavano bensì alcuni oggetti speciali che giornalmente vengono importati dalle campagne, come la verdura, il latte e simili; ma sono inezie che non hanno influenza di sorta. Negli ultimi giorni la mancanza di carne ha dovuto farsi sentire nei grandi stabilimenti, e specialmente negli ospedali; ma credo che in complesso vi si provvedesse abbastanza bene, non avendo udito parlare di sofferenze; e già l'universale era sì favorevolmente disposto che fuori di dubbio gli agiati cittadini si saranno condannati a qualche privazione, anzichè permettere che mancasse il necessario agli ammalati.
Rispetto alla pubblica sicurezza durante le Cinque giornate, può dirsi che fu affidata a tutti in genere, a nessuno in modo speciale, e fu piena, a quanto almeno io mi sappia. Anche questo potrebbe esser argomento d'uno studio psicologico non senza interesse. In una città di tanta popolazione che offre il giornaliero suo contingente di reati a danno delle persone e della proprietà, la polizia (uffici di pubblica sicurezza) era interamente scomparsa; le guardie di polizia oltremodo invise, si tenevano nascoste; dei gendarmi alcuni si erano gettati nella rivoluzione, e davvero, se le cose andavano male la passavano brutta; ma ad ogni modo non eravi forza alcuna organizzata e rivolta a quello scopo. Eppure non si udì parlar di delitti, di furti o violenze. Lo spirito pubblico reagiva anche sui tristi; un delitto in quei giorni sarebbe di certo sembrato più grave, più esecrabile che in qualunque altro tempo. Solo convien fare un'eccezione rispetto ad un genere speciale di furti, quello delle armi. Io ho già accennato come pochissime ve ne fossero in città e fra queste non tutte atte a combattimenti; le migliori erano quelle state tolte ai soldati tedeschi, le quali in realtà non erano proprietà di nessuno in modo speciale, ma dei primi arrivati. In alcuni casi si erano prese anche senza pericolo, come quelle delle guardie di polizia, che si arresero; indi seguì una caccia generale alle armi, che si estese anche a quelle di legittima proprietà privata. Fui vittima anch'io di cotesta giurisprudenza speciale rispetto alle armi. Io aveva avuto nella giornata del 21 un bellissimo fucile a prestito dall'ingegnere Ferranti. A notte avanzata essendomi ritirato in un angolo d'una stanza di casa Taverna per prendere un po' di riposo, e non fidandomi di nessuno, mi coricai sul fucile stesso avviticchiandomi con un braccio ed una gamba attorno ad esso; ma i miei brevi sonni erano sì profondi che credo mi voltassero e rivoltassero senza svegliarmi. Il fatto sta che quando mi destai il fucile era sparito, il che molto mi dolse, sopratutto perchè non era mio; ma a fronte di quell'eccezione che trova nella natura stessa dell'avvenimento la sua spiegazione, è certo che fu un fatto degno di essere ben notato quello della sicurezza per le persone e per le proprietà che godette Milano durante le Cinque giornate.
Fui richiesto più d'una volta di saper dire che cosa eravi di vero nell'asserzione ch'erano stati i giovanetti a far la rivoluzione. Per rispondere convien prima farsi un concetto esatto, e precisare che cosa s'intende per giovanetto, potendo esser più o meno vero il fatto secondo l'estensione che si dà a quel termine.