Si fu a que' commissarî che venne ingiunta la sorveglianza sul clero, sopratutto nelle campagne, ma l'effetto ne fu che i commissarî, già poco benevisi, caddero ancor più basso, e vennero riguardati come gli stromenti i più ciechi del governo; facilmente nacquero quindi le lotte fra essi ed i parroci e le autorità comunali, che, per essere gratuite, una certa indipendenza naturale pur l'avevano. Queste lotte erano piccole, se vuolsi, prese una per una, e sovente la loro conoscenza non varcava i modesti confini del Comune; ma suppliva il numero; era il fermento che si faceva generale; dalle città veniva l'intonazione; colà il gran chiasso, che poi nelle campagne si diffondeva su vasta superficie.
Si fu in tale disposizione d'animi generale a tutta la Lombardia, che sorse il 1848.
Coloro che con maggior attenzione tenevano dietro alle difficoltà colle quali doveva lottare il Papa, si erano già accorti che non era nè poteva essere quel tipo ideale che di lui aveva fatto l'opinione pubblica dominante. Egli stesso aveva a più riprese dichiarato che lo si voleva spingere oltre il limite al quale credeva poter andare; ma nelle moltitudini nulla di questo era ancora trapelato; e siccome poi anche fatte quelle sottrazioni, in realtà la parte da lui presa e mantenuta ancor sempre in quell'epoca, costituiva un abisso fra Pio IX ed i suoi antecessori, così grandissima era sempre la sua autorità e la sua influenza, al principiare di quell'anno cotanto memorabile. Venuti i giorni di lotta, vidersi anche i seminari gareggiare d'entusiasmo colle università e coi licei, e molti chierici cambiar carriera e prendere il fucile. Il clero già vincolato, fermo al suo posto, porse tutto l'aiuto che poteva dare moralmente ed anche con sacrifici materiali; vi ebbero esempî generosi, e non pochi; e può dirsi, senza esitanza, che il più gran numero fece il suo dovere; ed io richiamo quei meriti, anzitutto perchè è un fatto, una verità, ma poi perchè non diviene mai tanto necessario il rendere giustizia quanto in tempi nei quali è dimenticata o contrastata.
PAPA PIO IX.
Io non so se avverrà che si trovi lo storico che saprà tramandare ai posteri il ritratto morale di Pio IX. Ne dubito molto, e sicuramente sarà impresa difficile. I fatti ai quali si mescola la passione, sono sempre i più difficili ad accertarsi nella loro vera natura. L'entusiasmo e l'odio si possono paragonare a lenti che alterano le proporzioni; rapporto a pochi uomini si passò dall'uno all'altro eccesso, come rapporto a Pio IX. Per quanto grande fosse l'entusiasmo in Lombardia nei primi anni del suo papato, credo che fosse superato da quello destato in Roma, stando alle narrazioni di quel tempo. Più ancora di quelle testimonianze valgono quelle dei contemporanei sempre viventi; e questi narrano che nessun uomo, nessuna penna umana saprebbe descrivere l'entusiasmo destato da Pio IX, allorquando, nel giugno 1846, affacciatosi al balcone del Quirinale, invocò la benedizione di Dio sull'Italia. La vasta piazza era piena stipata di popolo d'ogni ceto e d'ogni età.
La preghiera era sincera e venne esaudita.
Ventidue anni dopo a quel medesimo balcone si presentava Vittorio Emanuele II, la personificazione dell'unità ed indipendenza italiana; i frenetici applausi dalla piazza egualmente stipata accolsero il primo re d'Italia. Fra i sacrificati, fra le vittime, direbbe la passione, di questo grande periodo storico che riunisce il 1846 al 1870, vi ebbe il Pontefice stesso; la benedizione si sarebbe rivolta contro di lui nel concetto di coloro che dànno anche alla Provvidenza le passioni umane, e, sempre ciechi, credono che la perdita del poter temporale si possa paragonare ad un castigo. Verrà forse un giorno in cui si troverà che fu il più grande beneficio per la religione; ed è in questo senso che io dissi che la Provvidenza aveva accolta la sincera preghiera di Pio IX al doppio beneficio dell'Italia e della religione. Egli è però certo che quelle due estreme epoche, il 1846 e 1870, racchiudono avvenimenti strani, inattesi, singolarissimi; gli amici diventano nemici; l'entusiasmo si converte in odio; la religione vien chiamata in aiuto a fini temporali, quando questi sono più contrastati e quella più fiaccata; si confondono le idee; più non regna che la passione; ed, in mezzo a tanto caos, l'impresa nazionale fa il suo cammino, giovandosi della virtù e degli errori del grande protagonista, del quale si vorrebbero ora mettere in evidenza solo gli errori, negando i meriti. Sarebbe questo giustizia? Or come lo giudicheranno gli Italiani? Se fosse possibile imporre silenzio alle passioni, io direi che non vi è indulgenza che basti per giudicare Pio IX, sì grande è il debito che a lui deve l'Italia. Ma non sarebbe forse anche questo un linguaggio che sente la passione, potrebbe chiedere taluno?
Io non credo, e spero provarlo, ed a questa prova ci tengo, e ci devo tenere, perchè almeno presso quei pochi che mi leggeranno vorrei pure trovar credenza non invocata per generiche affermazioni di lealtà, ma basata su antecedenti del narratore, i quali, per quanto siano modesti ed individuali, portano alla conseguenza che merita la fede invocata.
Io ho già fatto cenno come, non contento di rinchiudere in me le aspirazioni per l'indipendenza d'Italia, mi facessi a propugnare quelle idee anche con scritti; il mio punto di partenza era quello: che l'Italia doveva redimersi da sè. Partendo da simile base, era impossibile il pensare all'unità, perchè, se era già un'impresa arrischiata il combattere la potentissima Austria colle forze unite delle quali potevano disporre i sovrani del Piemonte, della Toscana e delle Due Sicilie, sarebbe stata impossibile se contemporaneamente si fosse accesa una guerra civile; cosa inevitabile se si fosse voluto sacrificare due di essi al terzo. D'altronde, dicevo allora, l'Italia non solo ha bisogno di costituirsi, ma di sorger forte e che abbia confidenza in sè stessa e si guadagni il rispetto e la stima delle altre nazioni.
Ma per arrivare a questo è indispensabile che la propria redenzione le venga, anzitutto, da sè stessa, e non da stranieri; è dessa che deve versare il suo sangue; sacrificare i suoi tesori. D'altronde, ove troverà gli uomini per governare se mancheranno le occasioni per svilupparli, per porre in evidenza le sue attitudini militari e politiche? Chi crederà alla solidità di un ordine creato non dalla forza degli Italiani, ma dagli stranieri? Non è egli ovvio che si dubiterà che possa consolidarsi ciò che non è sorto per forza propria? Qual è mai il bambino politico che in tesi astratta non avrebbe preferito un'Italia una! Ma come era possibile il farla senza che nessuno l'aiutasse? La questione non era teoretica e di aspirazioni più o meno generose, ma pratica; era la questione che decider si doveva a cannoni e baionette sui campi di battaglia; e per l'Italia la sua prima, la sua questione vitale non era quella dell'unità, sibbene quella dell'indipendenza da ogni dominazione straniera. Si è su quel tema che conveniva portar allora l'attenzione della nazione e calcolare le sue forze, per vedere se poteva cimentarsi; ed, a mio avviso, lo poteva in determinate condizioni, e lo doveva fare.