Nel mio concetto sacrificava l'unità all'indipendenza, purchè questa fosse tutta opera nostra. Ero nemico dichiarato d'ogni intervento straniero.

Nel fare la rassegna delle forze italiane, nel passare in rivista gli ostacoli da vincere, potentissimo, per l'influenza morale mi pareva ch'esser dovesse quello della guerra al principio del poter temporale del Papa; ed era precisamente su quel tema che gli scrittori erano divisi; autori di grandissimo merito, come il Balbo, che i posteri apprezzeranno più assai dei contemporanei, non sapevano concepire quella separazione senza grande perturbazione nelle coscienze, e quindi con una pericolosa reazione anche sulla questione politica dell'Italia. A me pareva diversamente; ma il giudicare in quel modo prima che salisse al trono Pio IX, era cosa di ben piccolo merito, dacchè può dirsi che fosse l'opinione dominante; ed io scriveva precisamente correndo l'ultimo anno del papato di Gregorio XVI.

Fui obbligato ad entrare in queste particolarità, perchè in questo caso la data costituisce il perno della questione. La condotta di Pio IX durante il primo anno rovesciò quella credenza generale; capovolse, colla persuasione de' fatti, i ragionamenti secolari; in tal modo che, non solo non si trovò più nel 1846-47 chi sorgesse a predicare contro il potere temporale del Papa, ma, invece, erano numerose e clamorose le conversioni in senso opposto; fioccavano gli indirizzi ed i consigli al datore della libertà, al primo italiano. Il Gioberti, persona di tanta autorità, aveva sognato un Papa paciere universale. Pio IX parve la realizzazione di quell'ideale del grande filosofo. Come dovessi rimanere anch'io al vedere qual via prendeva il nuovo Papa è facile il concepirlo. Un Papa liberale! I fatti, che si svolgevano sotto i miei occhi, non ammettevano dubbio; tutti gli autori, sommati assieme, non avevano prodotto, nel corso d'anni, un effetto eguale a quello ch'egli produsse nel corso di pochi mesi; è vero che quelli prepararono il terreno, ma quell'impulso da lui dato fu di così strana efficacia, che, nell'effetto li vinse tutti. Vorrò io perseverare nella dottrina dell'incompatibilità del potere temporale del Papa colla libertà ed indipendenza d'Italia, mi chiesi allora?

Per una combinazione, i cui particolari risparmio al lettore, il mio libro, ch'era stato stampato lontano, fuori d'Italia, non comparve che quando già dominava l'entusiasmo per il nuovo Papa. Avevo avuto il tempo di ricredermi, ma fatto, come si direbbe, l'esame di coscienza su quella professione di fede, non arrivai a persuadermi della possibilità che la libertà d'Italia fosse compatibile col dominio temporale del Papa. Pio IX tenta l'impossibile, mi dissi; o desso cade in tale impresa, od è obbligato a cambiar via.

Contento che la data provasse che io non scriveva per oppormi alla corrente, la quale, naturalmente, non si lasciò punto commuovere dall'avviso opposto di uno scrittore che non poteva battezzare nemmeno col suo nome il povero suo scritto; io ammirai la condotta di Pio IX forse più degli altri, vedendo come quest'uomo, già fatto segno alle ire de' più grandi nostri nemici, s'incamminasse su d'una via cotanto difficile per amore dell'Italia. Un Papa liberale voleva dire, nell'opinione dei nostri nemici, un Papa fedifrago. Il Papa è considerato come un usufruttuario d'un potere non suo; gli aspiranti alla successione lo considereranno come un depositario infedele. Tutto quel secolare complicato edifizio che si chiama il potere temporale del Papa è basato sul principio d'uno sconfinato assolutismo, così lo prova la storia; e che in egual modo lo giudicassero quanti avversavano la causa italiana, lo provò la loro sorpresa, il loro sgomento, allorchè viddero i primi atti di Pio IX. Era quella una norma, un termometro per un italiano, e nessuno più di me fu contento d'aver torto, poichè, per quanto fossi convinto che quell'individuo non poteva seguitare, non ero sì stolto da ammettere che il mio giudizio fosse infallibile. Ora quegli anni sono ben lontani, e come Pio IX cambiasse è a tutti noto; non poche furono le debolezze da lui commesse, ma sono forse gli Italiani che devono sorgere suoi acerrimi accusatori? Lasciate che io commetta un anacronismo, se volete, ma io non voglio separarmi dal Pio IX del 1847.

Conobbi e conosco politicanti e politicastri che nell'epoca del suo grand'auge non trovavano abbastanza termini per inalzarlo; più tardi non ve n'erano che bastassero ad esprimere la loro indignazione. Nulla sanno perdonare all'uomo che pur fece tanto, le cui virtù ed i cui errori tornarono egualmente utili all'Italia.

Per conto mio amo attribuire a lui solo le prime, e dico che divide gli errori coi tristi suoi consiglieri. Che lo straniero nulla voglia perdonare a Pio IX lo si comprende, benchè l'atteggiarsi di taluni, come se fossimo ai tempi di papa Gregorio VII (Ildebrando), sia esso pure un anacronismo; ma gli Italiani hanno l'obbligo di giudicarlo diversamente dagli stranieri; essi non hanno diritto di ripudiare i primi anni e sottrarre dalla storia gli effetti di quell'eccitamento che diede alla loro causa; e questo contrappesa i molti errori che nella difficilissima via ha commesso.

Nessuno fu meno sorpreso di me nel vederlo soccombere, ma pochi del pari sentono tanto ribrezzo dei codardi insulti, e giova sperare che, quando saranno spariti tutti coloro che vogliono far dimenticare gli eccessi antichi coi nuovi, si sarà più giusti anche con Pio IX; e voi, storici lontani, se mai la mia voce giungerà fino a voi, lasciate che ripeta: che gli Italiani devono essere ben indulgenti nel giudicare Pio IX.

CAPITOLO DICIASETTESIMO

Conclusione — L'autore entra in alcuni particolari intorno all'andamento attuale della cosa pubblica — Crede che il rimedio debba venire da una maggiore attività da parte dei cittadini indipendenti per mezzi e posizione sociale — Cita l'esempio dei grandi uomini che contava Milano nella fine del secolo passato — Tocca delle grandi questioni sociali che minacciano la civiltà e chiude esortando gli uomini indipendenti a volersi occupare un po' più degli affari pubblici.