La narrazione dei fatti da parte mia è ultimata; e, come storico, o, dirò meglio, come cronista, dovrei prendere congedo dal mio lettore; ma ho un'ultima preghiera da fare; ho qualche pagina da aggiungere, che pur vorrei fosse letta. Ripeterò quanto dissi nella prelazione, che l'aver atteso 27 anni a scrivere questi Ricordi mi libera, voglio sperare, dal supposto che un amor proprio spinto sia stato la cagione che mi indusse a narrare le vicende delle quali fui testimonio. Ora vorrei aggiungere che i brevi consigli, che parmi essere in diritto di poter dare in questa conclusione, furono una delle cause, e forse la principale, che mi indussero a scriverli.
Il cammino che ha fatto l'Italia dal 1848 al 1870 ha del portentoso, e vi sarebbe da andarne superbi, se si potesse dire che, almeno nella sua maggior parte, lo si dovesse alla nostra virtù e non all'aiuto straniero; ma, infine, quest'Italia una ed indipendente esiste, e gli Italiani presenti e futuri hanno l'obbligo di renderla forte, onorata e rispettata.
Coloro che caddero in tante lotte hanno diritto di reclamare che il loro sacrificio frutti e non sia sciupato o convertito in preda ignobile di basse vanità personali, fatto sgabello a sovvertitori d'ogni genere, a predicanti di nuove teorie sociali, che avvolgerebbero l'Italia nel caos, per poi finire con la guerra civile.
Dopo aver dato la vita per la patria, dopo aver dato il prezioso cemento all'edifizio delle nazioni, che è il sangue, non solo non devono mai essere dimenticati, ma si devono invocare quelli che lo sparsero, come i genî tutelari, dai loro concittadini, ovunque siano caduti, a qualsiasi paese essi appartennero; i loro nomi devono essere sacri in tutta Italia; ma egli è naturale che la venerazione più speciale, la ricordanza più viva venir debba dal paese natale, e l'appello fatto in loro nome non dovrebbe mai essere fatto invano. Milano ne conta molti, ed ho fatto conoscere, per quanto imperfettamente, in quale famosa circostanza perisse buon numero di essi.
Se ho qualche speranza che il mio lavoro sia bene accolto, si è nel luogo che fu il campo di quegli avvenimenti, e pel quale divennero storia patria nel più stretto senso della parola.
Ai concittadini di que' valentissimi mi rivolgerò di preferenza, ponendomi sotto la tutela de' genî tutelari del loro paese, e parlerò francamente.
L'Italia è fatta. Se i caduti per essa potessero udir solo quella frase si riterrebbero largamente premiati del loro sacrificio; ma sarebbero ben presto conturbati, se conoscessero anche il modo col quale s'incammina.
Non vi ha dubbio di sorta che quando si pensa agli innumerevoli interessi che si dovettero ledere nel fondere sette Stati in un solo; alle centinaia di leggi diverse che si dovettero coordinare, ai privilegi di diritto e di fatto che si dovettero abolire; si può chiedere se il fatto stesso, che pur si vinsero quelle difficoltà, non parli in favore di quella forza coordinatrice che pur si è trovata, per quanto imperfetto sia ancora l'ordinamento del nuovo Stato. È questo un ragionamento che si fece e si fa molte volte, ed ha del vero; ma esso è di tal natura che ogni giorno perde della sua forza; se alla sconnessione, cotanto naturale e perdonabile de' primi anni, non subentra a poco a poco la solidità delle instituzioni, la regolarità nelle amministrazioni, la fede nell'avvenire, si rimarrà coi danni dei primi tempi, ma non più scusabili.
Da cinque anni[36] è chiuso il periodo che si può chiamare militante, il periodo nel quale si possono perdonare anche molti errori commessi; ma il lasso di cinque anni non è breve; ed anche volendoci pur riferire al 1870, qual punto di partenza, possiamo noi dire che la cosa pubblica, nel suo complesso, siasi atteggiata in modo da riprometterci un avvenire tranquillo e decoroso, quale conviene ad una nazione che è grande per numero d'abitanti, per ampiezza di territorio, ed indipendente di fatto, e deve aspirare ad essere considerata ed apprezzata dalle altre? Se non ci mancano anche motivi di rallegrarci per progressi in qualche ramo speciale, possiamo noi nasconderci i molti mali presenti, che minacciano ogni giorno di divenir più serî, come gli sconcerti finanziari di tanti Comuni, l'abbassamento nel concetto delle popolazioni dell'idea di giustizia per opera della Giurìa, come oggi si chiama e come oggi è organizzata? Forse che piccolo può ancora chiamarsi l'abuso della libertà per parte della stampa? E se taluno volesse asserire il contrario, chi mai illuderebbe desso? Forse qualche lontano che, nutrendo simpatia per il nostro paese, crede volentieri quello che desidera. Incominciamo a non illuderci noi; abbiamo la carità patria illuminata di svelare e scrutare le nostre piaghe, studiare i nostri mali senza esagerarli, ma anche senza volerli diminuire, e l'Italia camminerà.
Ogni epoca, ogni fase, nello svolgimento della vita d'un popolo, richiede il suo speciale genere di coraggio per progredire al meglio. Nel periodo della lotta era indispensabile il coraggio che si riassume nel sacrificare la propria vita, e l'Italia lo trovò; nel periodo della sua organizzazione, nel quale oggi ci troviamo, occorre quello di chiamare le cose pel loro nome; occorre il coraggio della propria opinione; occorre quello di saper combattere la tirannia della piazza, tirannia effimera, ma tirannia essa pure; occorre, all'uopo, il coraggio di saper affrontare la così detta impopolarità, e questo coraggio scarseggia in Italia; eppure è indispensabile. Ei conviene che si trovi, perchè la vita d'una nazione libera ed indipendente, quale si è in oggi l'Italia, è vita di attività e di lotta di principî; nessun cittadino onesto, chiamato dalle leggi ad un'ingerenza per quanto modesta ed umile, deve chiamarsi estraneo; e, se molti si astengono nel fatto, subiscano le conseguenze dell'attività altrui, anche sregolata, anche rivolta a tutt'altro che al pubblico bene. Ma il gran male si è che le tristi conseguenze non solo vengono subìte da quelli che le meritano, ma si fanno subire anche a coloro che non vi hanno alcuna colpa. Nessun cittadino deve rifiutarsi a concorrere all'andamento della cosa pubblica. Questo è il principio fondamentale, sì poco curato in Italia. Quanti cittadini indipendenti ed onestissimi, credono che quando hanno soddisfatto le imposte, il loro cómpito sia finito, e abbiano diritto di starsene tranquilli all'infuori d'ogni questione, non pensando che ai fatti loro? Ebbene, sono in grave errore. La legge, il paese chiede loro il sacrificio di una mezz'ora all'anno per andare a votare per l'elezione di pochi consiglieri comunali (volendo scegliere un esempio riferibile agli ultimi ordigni della macchina sociale, ma che sono indispensabili essi pure); ma quella mezz'ora non si trova, non si dà importanza all'atto, al proprio diritto. Si ha la coscienza che, votando, si voterebbe senza secondi fini; si ha la certezza che non tutti seguono quella massima, eppure si trascura d'esercitare il proprio diritto, di portare un voto coscienzioso, e, se occorre poi, si deplora il risultato delle elezioni.