Questo è il gran male, tanto più grande, quanto più generale. Lo si comprende, lo si spiega esso pure senza fatica; la nessuna partecipazione ai pubblici affari per lo addietro, seminò l'inerzia e l'apatia; ma la spiegazione non è una scusa in presenza sopratutto dei mali che genera, e questi non sono meno gravi. Come mai l'Italia, all'indomani della sua rigenerazione, trova già stanchi tanti de' suoi figli, e tanta svogliatezza da rifiutarle il più leggiero soccorso nel nuovo suo cammino? Certo che non è sì facile; ma chi mai avrebbe posto su eguale bilancia le difficoltà di farla camminare franca e risoluta con quelle di redimerla, liberarla da tanti ceppi d'ogni genere, d'ogni natura, antichi e moderni? Quell'ideale che vagheggiarono tanti valent'uomini, pel corso di secoli, apparisce forse deformato, ora che s'incarnò realmente nel fatto, tanto da perdere le sue attrattive? Oh, non si faccia sì grave torto alla verità! Sarebbe un'ingiustizia verso quanti si adoperarono a quel grande risultato, ed una crudeltà verso i posteri. Che importa che l'Italia sia libera ed indipendente se non è capace di rendersi forte e rispettata? Forsechè un'altra nazione, che da secoli è una e indipendente anch'essa, la nazione spagnuola, che pure è fornita di nobilissime doti, non è lì per mostrarci che l'unità ed indipendenza non bastano per costituire la nazione in modo stabile, che permetta lo svolgersi di tutte le sue forze, di tutte le sue attitudini, tanto da rendersi prospera e rispettata? Se reca meraviglia come una sì lunga lotta non abbia esaurite le forze vitali di quella nazione, non si può a meno di considerare, dall'altra parte, cosa sarebbe la Spagna se tutte quelle forze morali e materiali, che si paralizzarono, fossero state impiegate in modo utile. Qual alto luogo non occuperebbe dessa nella stima universale! Quale prosperità non regnerebbe nel suo seno!

Oh! lasciate che l'Italia redenta abbia spavento di venir trascinata sulla via della Spagna. Si faccia pure larga parte alle difficoltà che si dovettero superare, ma, in nome e per amore di coloro che ci fecero vincere, e, colla loro morte diedero la vita a questa gran patria comune, che a noi consegnarono, non abbandoniamola, lasciando che trascini fra stenti la sua esistenza. Ma chi la deve soccorrere? La grande massa, rispondo, degli onesti cittadini, che oggi si chiamano estranei a qualunque ingerenza ne' pubblici affari, per quanto sia modesta. Nella massa de' cittadini indipendenti sta la forza d'una nazione; ma, quando questi cittadini fanno il loro dovere. Questa classe non è piccola in Italia; fate che dessa entri ovunque ha diritto di entrare, e l'Italia camminerà colle sue leggi, colla sua libertà; il buon senso domina, e, ben presto, coll'unione verrà la forza, e con questa il coraggio che occorre in tutte le possibili sfere ed amministrazioni; ed allo sconfortante pensiero di un avvenire che s'intorbida sottentrerà la fede nei destini d'Italia, quella fede che ravviva, che opera miracoli.

Ma... io mi accorgo che ho divagato, che ho battuto, come suol dirsi, la campagna; mille e mille volte furono già dette queste cose; vennero dati simili consigli, e non valsero gran fatto a scuotere l'inerzia e l'apatia. Non per questo mi sgomento, nè cancello ciò che ho scritto, e mi tengo al consiglio, al detto, tanto antico quanto autorevole: Battete, e vi sarà aperto.

Ebbene, verrò anch'io a battere in nome di coloro che caddero, e forse qualcuno mi ascolterà. Anzichè vagare, dissertando in tesi generali, io entrerò in particolarità, e mi rivolgerò alla classe che, a mio giudizio, fornisce gli elementi migliori, a quella de' cittadini indipendenti, che non hanno nulla da chiedere, nulla da temere; quella classe che, laddove fosse penetrata dal sentimento del dovere che hanno tutti i cittadini, di contribuire al rassodamento ed all'onore della patria comune, sarebbe in grado di somministrare il personale necessario in tutti gli uffici amministrativi fondati sul principio elettivo e sul principio delle funzioni gratuite, dal consigliere comunale al deputato al Parlamento; dall'amministratore del patrimonio d'un Luogo Pio, di poche migliaja di lire, a quello di milioni. Non sono cose nè difficili, nè nuove. In Inghilterra, in Germania, una persona, per quanto sia ricca, si propone un fine, una meta alla sua operosità, perchè il far pompa di ricchezze che non giovano che al possessore procura disprezzo anzichè stima; ogni persona che sente dignità sdegna essere un inutile parassita nella grande famiglia alla quale appartiene; se tali sentimenti divenissero popolari anche in Italia, influirebbero ben presto a spingere quella classe di cittadini all'attività pubblica.

Ma, per conseguir questo fine, per arrivare a render popolare queste idee, occorrono fatti, le moltitudini si persuadono solo cogli esempî; poco giovano le teorie. Al merito speciale di servire il proprio paese, in qualunque ufficio o grado, che pur richiedesse anche un piccolo sacrificio, aggiungeranno quello di migliorare, sotto tale rapporto, l'opinione pubblica in Italia sulla ricchezza privata; perchè, se fra noi si rispetterà forse ancora per lungo tempo più di quanto merita il ricco ozioso, si considererà almeno come un ideale il ricco occupato ed utile al paese.

L'Italia ha bisogno della considerazione e della stima delle altre nazioni. Se v'ha questione nella quale l'illudersi e l'incensarsi sarebbe proprio ridicolo, è sicuramente quella relativa alla stima delle altre nazioni. La risposta al quesito: Cosa vale l'Italia? non deve partir da noi, ma sibbene dobbiamo fornir noi gli elementi. L'estero (e chiamo con questo nome chi non è italiano), sa benissimo che una gran parte del successo dell'Italia non si deve agli Italiani, e nell'assegnargli la sua parte, è più severo di noi; e chi lo spinge a quella severità sono le tendenze manifestate da taluni, e non pochi, di voler menomare il soccorso prestato da altre nazioni all'Italia, e sopratutto, parliamoci ben chiaro, il grande servizio che ci venne reso dalla Francia.

Quanto più alta non sarebbe certo la stima per l'Italia se avesse conquistato da sè sola la sua condizione attuale; ma, dacchè ciò non era tampoco fra le cose possibili, non dobbiamo cercare di menomare il merito altrui, perchè, in luogo di far crescere il nostro, lo si diminuirebbe per l'ingrato senso che desta anche nelle nazioni che furono neutrali, ogni idea di ingratitudine. L'Italia conta abbastanza fatti splendidi ed annovera tal numero di vittime per attestare che non fu piccola anche la sua parte nella grande opera, e ne converranno tanto più facilmente anche gli estranei, quanto più noi rispetteremo il merito altrui. Ad ogni modo, la questione è finita; su questo campo non vi sono più allori da cogliere; e quanto al saper conservare, occorrendo, colle armi, la posizione attuale è questione dell'organizzazione del nostro esercito, nella quale non voglio, nè è questo il luogo d'entrare.

Ma se l'Italia, oggigiorno, per via delle armi, non può cambiare quella qualsiasi opinione che essa gode presso gli altri popoli, e solo può prepararsi perchè, all'occasione, le sia dato di mostrarsi vera potenza; ben può misurarsi seco loro e cogliere allori sopra altri campi, quelli delle scienze, delle industrie e delle arti, il che dipende solo da lei. Trent'anni or sono, un uomo, che l'Italia annovera giustamente fra le sue celebrità, il Gioberti, scriveva un'opera sul Primato morale e civile degli Italiani. Io non oserei sottoscrivere a tutti gli elogi; e forse il valent'uomo stimò opportuno eccitare anche in quel modo l'amor proprio degli Italiani per spingerli a propugnar quella causa, che poi trionfò; ma, oggigiorno, si troverebbe mai uno scrittore che ardisse sostenere che gl'Italiani mantengono ancora quel primato morale e civile? Chi oserebbe discendere a sì stolta adulazione?

Trent'anni è lo spazio di tempo assegnato ad una generazione; quella che l'Italia annoverò fra il 1840 ed il 1870, non seppe mantenere il posto assegnatole dal Gioberti: ma essa non ha da vergognarsi avanti ai posteri; per essa vale in tutta l'estensione del termine la ragione vera e reale che la grande impresa nazionale assorbì tutta la sua attività e deviò le menti da studî severi, salvo lodevolissime eccezioni. Se non ha prodotto scritti immortali, ha fatto l'Italia; non la fece da sè sola, ma la fece. Non è dunque in via di rimprovero che si dice che non si tenne a paro delle altre nazioni nel grande progresso delle scienze; lo si dice per citare un fatto che ha la sua giustificazione, un fatto che ora dovrebbe cessare. Dove ed in qual classe d'uomini si possono riporre le speranze le più fondate, se non in quella classe che non è preoccupata dal bisogno di lavorare per vivere? Milano non ha bisogno di uscire dalle proprie mura per trovare esempî da imitare. Verso la fine dello scorso secolo essa contò un numero non piccolo di uomini, insigni tutti, appartenenti alla classe elevata, indipendente; e taluni sono e rimarranno vere celebrità, come il Beccaria, i due Verri, il Frisi, il Giulini, ed altri.

Quella classe l'abbiamo ancora, nè accennando a lei, si vuol esprimere una minor stima pel concorso che viene dalle altre, delle quali devesi anzi fare maggior conto per le difficoltà che debbono vincere; e quanti non riescono a superarle, quanti uomini d'ingegno non rimangono soffocati in quella lotta col bisogno? Se la classe che non conosce quegli ostacoli studiasse, come pur studiarono i valentissimi che ho citato, non è egli vero che mentre procurerebbe maggior lustro a sè stessa, gioverebbe ai meno fortunati, poichè più facilmente si scoprirebbero e si ajuterebbero i giovani d'ingegno? Di questi fatti ve n'ha pure larga dovizia. I mecenati nel senso più nobile del termine, ossia coloro che accoppiando intelligenza e ricchezza porsero la mano a giovani ricchi d'ingegno, ma poveri di fortuna e li ajutarono a divenir uomini utili e di onore al paese, non furono rari in passato. Più si spande l'intelligenza nelle alte e doviziose classi, più si aumenta la probabilità che si svolgano gli ingegni nelle altre classi. In Inghilterra vi sono ricchi signori che mantengono a loro spese astronomi, chimici, fisici e meccanici. Una scoperta, un passo anche modesto nella scienza, che presero a coltivare od amare e proteggere, è il loro premio, quand'anche non vi abbiano contribuito che indirettamente. Per qual ragione non potrà avvenire che si faccia qualcosa di simile anche in Italia? Non mancano fra noi le fortune colossali, se anche non vi siano in numero così grande come in Inghilterra; ciò che manca è lo spirito che anima l'alta classe, è l'ambizione di dire, voglio esser qualcosa, non per le mie ricchezze, ma per l'uso che ne saprò fare. Io non credo con questo di far una censura, direi, generale a tutta la classe ricca in Italia; certo come vi furono in passato non mancano anche oggi individui che rispondono a quell'ideale di un ricco indipendente che lavora pel bene del suo paese senza secondi fini; ma vorrei far comprendere che se questo fu sempre utile, lo è assai più nelle condizioni nostre e nell'organizzazione della nostra società quale ora si trova colla sua base nella costituzione. Le vie sono aperte a tutti, la parola privilegio ha ormai perduto il suo significato, ma quale spettacolo vede oggi l'Italia? Una ressa, una fretta di voler essere ricchi ed influenti a qualunque costo; quindi caccie a posti in tutte le gradazioni di amministrazioni possibili, di cui molte non vanno bene; gli scandali si fanno frequenti; il pubblico, il grandissimo numero de' cittadini comincia a sfiduciarsi nel vedere che il bene pubblico non è il fine, ma il mezzo per saziar vanità o cupidigie. Dove trovar il rimedio a questo stato di cose? Nella classe côlta ed indipendente, nei cittadini stessi, nel senso di abnegazione di volersi imporre un peso pel bene pubblico, al che ora rifuggono troppi assai di coloro che lo potrebbero fare. Fate che gli uomini disinteressati ed istrutti prendano in mano le redini delle amministrazioni e cammineranno. Le due qualità vogliono essere unite, perchè l'onestà senza il sapere è presto vittima del sapere senza onestà. Quando l'Italia prima del 1848, frastagliata com'era, inceppata in tutti i suoi movimenti produceva qualche scritto, qualche opera d'importanza esclamavasi e dentro e fuori: Che non darebbe l'Italia se fosse libera? Da 15 anni essa è libera nella grandissima sua parte, e da un quinquennio lo è nella totalità; or bene come ha corrisposto a quella speranza? Eppure in Italia come in qualsiasi altro paese, il primo bisogno sarà sempre quello d'aver uomini leali ed istrutti ad un tempo nella maggior copia possibile. Perchè mai nella gioventù della classe indipendente non sorge l'ambizione così giusta, così legittima di voler guidar essa gli affari, spingendo pure lo sguardo sino all'ultima meta ora libera a tutti, quella di rappresentante della nazione? Leggendo un giorno la biografia d'uno dei più grandi uomini politici dell'Inghilterra, appresi che giovine ancora ei vagheggiava l'idea di entrare a suo tempo nel Parlamento; ei si accinse quindi a studiare tutto quel complesso di scienze, che sono indispensabili ad un uomo politico: la storia, le scienze economiche, la legislazione speciale del proprio paese, i grandi oratori che ebbero influenza sui destini dell'Inghilterra, quanto infine può aumentare il tesoro intellettuale di un uomo che si propone di far anch'esso da legislatore. Lunghi anni prima che l'età stessa gli permettesse di entrare in Parlamento si provava a declamare avanti ad uno specchio, volendo educarsi anche nel modo di porgere. Venne il suo giorno, entrò nell'ambìta aula e divenne uno dei più grandi uomini di Stato. Il fatto è certo, quand'anche io non rammento il nome di quel personaggio; ma è ben lungi dall'essere unico e raro esempio; il fatto si sarà ripetuto e si ripetè forse spesso non solo in Inghilterra, ma presso tutte le nazioni, ove le classi agiate e le aristocrazie storiche hanno la nobile ambizione di servire il loro paese, di avere in mano gli alti uffici dello Stato.