Ho già fatto cenno come io recatomi ai primi di giugno all'esercito piemontese, venissi accettato qual luogotenente nel 5º regg. Aosta fanteria, ma immediatamente addetto allo Stato Maggiore Generale sotto gli ordini del generale Salasco, comandante supremo di quel corpo. La conoscenza della lingua tedesca contribuì a procurarmi quell'onorevole destinazione, ma mi fu anche causa di un maggior lavoro in confronto dei colleghi ed in due riprese fu abbastanza grave. Il 18 ed il 24 giugno i nostri avamposti sorpresero il corriere che recava la corrispondenza da Mantova a Verona. In complesso erano da oltre 400 scritti fra rapporti ufficiali e lettere private, formando queste la parte maggiore. Fino allora il nemico aveva sempre trovato il mezzo di far pervenire la corrispondenza dall'una all'altra fortezza. Ognuno vede qual bellissimo colpo sia quello di poter mettere la mano su di una massa di lettere e su rapporti scritti nella persuasione che giungano al loro destino incolumi, e quindi senza velo di sorta, rispetto a ciò che contengono; se non che quel regalo della fortuna cadde interamente sulle mie spalle.
Non solo era importante il conoscere il contenuto di tutto quel carteggio, ma bisognava anche far presto; mi accinsi in entrambi i casi con tutta la buona volontà consacrandovi oltre il giorno buona parte della notte.
I rapporti ufficiali non contenevano cose di rilevanza; si riferivano in gran parte a particolari di servizio, a promozioni, ad informazioni sulle nostre posizioni; un solo che accennava a doversi rinforzare un punto determinato aveva per noi un'importanza reale e lo tradussi per esteso non facendo che un cenno degli altri; si scorgeva che le notizie di più grave momento si trasmettevano per altro mezzo.
Di maggior interesse al confronto era la corrispondenza dei privati; erano figli che scrivevano ai genitori e viceversa; amici ad amici; oltre di ciò vi erano alcune lettere per ragioni commerciali. Feci per prima la separazione fra queste diverse classi; fra le private più d'una riassumeva a larghi tratti le vicende passate dalla ritirata da Milano in poi; or bene non ve n'era una sola che parlando di quel fatto non lo attribuisse alla venuta dell'esercito piemontese, ma tal verità del resto già per sè stessa così chiara, non potevasi dire allora perchè gli arruffapopoli avevano persuaso i Milanesi che Radetzki erasi ritirato unicamente per la resistenza loro, ossia in causa delle Cinque Giornate, e con tale argomento asserivano poi anche che il più era fatto, e questo si osò dirlo persino in un proclama (25 marzo) d'un capo partito.
Pur troppo le arti delle quali individui ambiziosi si servono per ingannare i popoli ricadono anzitutto sui popoli stessi. Lo slancio veramente sublime delle Cinque Giornate venne tosto usufruttato da faziosi per mire parziali e non per l'utile della causa pubblica, la quale richiedeva che tutti mirassero all'unico scopo della guerra, e non vi mescolassero la politica; ma che dire se invece si lasciava credere alle popolazioni non esservi quanto alla guerra che da cogliere i frutti. Ma tornando al carteggio caduto nelle nostre mani, oltre diverse nozioni speciali relative alla forza del nemico che andava sempre ingrossando, eravi una lettera preziosissima di un ufficiale di Stato Maggiore che scriveva ad un altro ufficiale a Vienna. Quella lettera trattava del modo col quale era stata condotta la campagna fino allora (20 giugno), e faceva acerba critica della condotta del maresciallo Welden che aveva perduto tempo, uomini e danari nell'impresa di Vicenza, mentre se fosse marciato diritto su Verona senza darsi fastidio di quell'esercito impotente ad attaccarlo seriamente, avrebbe dato il mezzo a Radetzki di combattere Carlo Alberto, vinto il quale, ogni altra resistenza seria diveniva impossibile; ma poi finiva colle testuali parole: con tuttociò noi speriamo fermamente di rompere la lunga linea piemontese che dalla Corona (monte sopra Rivoli) si estende a Governolo, e battere quell'esercito.
Si vedeva chiaro che la lettera era scritta da uno che conosceva molto bene il suo mestiere epperò la tradussi tutta fedelmente (erano 6 pagine) e la portai al mio capo immediato, il colonnello Cossato, facendone rimarcare la grande importanza; in pari tempo proposi che annullati i rapporti ufficiali e le lettere che contenevano notizie militari, e ciò per eccesso di precauzione, poichè nessuna diceva cose nuove, si desse corso alle altre assolutamente innocue. Qual conto poi si facesse di quel rapporto sì bene particolareggiato di quell'ufficiale di Stato Maggiore, non so dirlo. Ho voluto citare quel fatto perchè si rannoda ad altro ben più grave per noi, ossia all'esecuzione precisa ed esatta del piano di dividere la gran linea e poi battere separatamente i due corpi d'armata di Carlo Alberto; piano che ebbe principio il 18 luglio coll'attacco delle posizioni del Monte Corona e di Rivoli, ed ebbe fine il 4 agosto colla battaglia di Milano. Furono 18 giorni di lotta continua che comprendono tre battaglie (Staffale, Custoza e Milano), e combattimenti giornalieri più o meno importanti, ma non vi ebbe un sol giorno senza sangue, senza strazio di popolazioni, senza profondi dolori da parte di leali e onesti patrioti, senza pazzie da parte di esaltati. Sono periodi del più alto interesse nella storia dei popoli, e che meriterebbero la preferenza su d'ogni altro di essere ben studiati, perchè in essi si condensano, dirò, gli effetti di lunghi anni passati e pongono in evidenza vizî e virtù, egoismi ed abnegazioni, viltà e coraggio.
Pur troppo la storia genuina di questi periodi è difficile a scriversi; la passione si intromette sempre e la verità è offuscata dalla vanità e presunzione di chi si ascrive successi felici oltre la misura che gli si compete, e di chi invece assolve sè stesso e getta sugli altri le sventure. La posizione subalterna che, giovine, io occupava allora, mi salva da ogni responsabilità di importanti determinazioni prese; fedele esecutore di ordini ricevuti, vidi però le cose sì davvicino che posso narrarle con piena cognizione di causa, e come fu trovata pienamente veritiera la mia narrazione delle Cinque Giornate, benchè circoscritta solo a quanto poteva asserire nel modo il più sicuro, spero che incontrerà eguale giudizio anche questa narrazione che comprende la ritirata dell'esercito piemontese dopo la battaglia di Custoza, e la giornata del 5 agosto in Milano. — Ora farò ritorno al campo piemontese ed alla terra classica delle battaglie. — Col giorno 16 luglio erasi trasferito il quartier generale principale da Roverbella a Marmirolo, che dista pochi chilometri da Mantova. Ciò indicava che si voleva dare alle operazioni d'assedio di quella fortezza una maggior vigorìa, ed il 18 luglio aveva avuto luogo un combattimento a Governolo, favorevole ai nostri, sotto il comando del generale Bava. Il modo col quale venne annunciato fu, a dir vero, un po' troppo pomposo; si sarebbe detto ch'era stata una vera battaglia campale; ma queste esagerazioni si comprendono pensando alla necessità di rialzare l'animo de' soldati e lo spirito pubblico ambidue fiaccati dalla lunga inazione. Se il manifesto fu giudicato un po' esagerato da chi si trovava sulla faccia dei luoghi, e poteva calcolare le conseguenze di quel combattimento, non che i sagrifici che aveva costato e che erano assai limitati, non lo si trovò tale a Milano ove lo si prese alla lettera, e come è uso dei pubblicisti, che vogliono essi dirigere l'opinione pubblica, lo si magnificò ancor più. I cuori si aprivano alla speranza.
Correva il 22 luglio e toccava a me il turno di guardia nella notte dal 22 al 23 nell'ufficio dello Stato Maggiore, ch'era annesso all'abitazione del general Salasco. Io stava leggicchiando non so cosa, allorquando verso le 2 dopo la mezzanotte entra l'ordinanza che vegliava alla sua volta nell'anticamera, mi annuncia l'arrivo di un ufficiale che vuol parlarmi. Io gli vado incontro e veggo un ufficiale di cavalleria, bel giovane, ma colla singolarità di una barba ad uso del Mosè di Michelangelo. Era bagnato come se venisse tolto da un pozzo perchè pioveva a diluvio. Gli dò il benvenuto e gli chieggo se vuole asciugarsi, ma ei risponde che ha fretta di parlare col generale Salasco e pur troppo mi dice! reco cattive nuove — le cose vanno male, abbiamo dovuto abbandonare le nostre posizioni e ritirarci in furia e fretta. Io mi sentii rimescolare il sangue; entrai tosto dal general Salasco al quale annunciai l'arrivo di quell'ufficiale dicendogli che aveva affari gravi ed urgenti da comunicargli. — Il general Salasco lo ricevette immediatamente e trattenne l'ufficiale circa una mezz'ora; uscitone io lo feci sedere e lo pregai di volermi dare qualche notizia più particolareggiata. — Prima d'allora io non aveva veduto mai quell'ufficiale; si cominciò col declinare reciprocamente i nostri nomi; era desso il conte Clavesana, tenente di cavalleria che veniva dal quartiere generale del Comandante il corpo d'armata sulla destra del Mincio il generale De Sonnaz.
L'indomani (23) di buon mattino tutti eravamo in piedi; il Re, chiamati i generali tenne un consiglio di guerra, e venne deciso di abbandonare quella posizione e di andar incontro al nemico verso Villafranca. Prima che tutto fosse in ordine ci volle del tempo e buona parte della giornata andò perduta sì che non si potè partire che dopo il mezzogiorno; il caldo era sì opprimente che in quella marcia perdemmo più soldati per insolazione. Marmirolo dista 26 chilometri da Villafranca; è una marcia che non sorte dalle ordinarie ma fatta sotto il sole di luglio nelle ore calde abbatte più che una marcia assai più lunga. Alla sera del 23 tutto il corpo ch'era a Marmirolo si trovò a Villafranca. L'indomani (24 luglio) si partì, non sò per qual causa, tardi da Villafranca, s'incontrò ben presto il nemico nelle vicine colline, si venne alle prese in più punti, ma il combattimento principale ebbe luogo in una località chiamata Staffale.
Anche la battaglia di Staffale non meritava nemmeno dessa il nome di battaglia campale, ma era però stato un combattimento di maggiore importanza di quello di Governolo e basti il dire che si fecero nullameno di 800 e più prigionieri. Questo successo si dovette ad un'abile manovra del Duca di Genova, quello fra i Principi di Casa Savoja che aveva ereditato il genio militare. Gli Austriaci avevano lasciato sul campo non pochi morti e fra questi alcuni ufficiali.