Raccomando per carità quella tal risposta al N. S., altrimenti si è obbligati a rompere ogni trattativa e la cosa era pure di somma importanza[46].

Insomma non posso che ripetere che il momento non può essere più propizio; gli animi dei Lombardi meglio disposti, le teste austriache più confuse. L'Europa è sbalordita dalla Francia; che il vostro Re piombi in Italia, ed in tre mesi non vi è più austriaco nel Regno. La guerra dopo sarà universale e nessuno teme più nè Russia, nè Austria, che s'avrà a rompersi con Francia e Italia e vi bastano e sono di soverchio. Addio; dammi nuove della salute del Re.

L. Torelli.

Allegato III VICENDE DELL'ORIGINALE DEL MANIFESTO 5 AGOSTO 1848 DEL RE CARLO ALBERTO IN MILANO.

Nella narrazione del modo col quale venne da me redatto il manifesto del re Carlo Alberto in Milano del 5 agosto 1848, ossia in furia e fretta, in mezzo ad un gran tramestìo, in piedi, appoggiato ad un tavolo, aggiunsi che quell'originale stesso doveva avere le sue vicende.

Or bene mi sia permesso accennarle. Può forse sospettarsi che si mescoli un po' di vanità? Credo di no; credo aver diritto di dire che è una legittima compiacenza. Sono passati trentacinque anni da quel giorno che posso qualificare di terribile, ma già dopo l'undecimo anno si verificava quel fatto che io sto per narrare, ne corsero dunque altri ventiquattro senza che mi affrettassi a farlo conoscere e par che basti per dire che non fui spinto da vanità.

Narrando que' fatti così dolorosi nella loro origine, ma che ebbero la loro riparazione dalla campagna del 1859, deve ben esser lecito anche a me il parlar della mia speciale riparazione, il partecipare agli amici che sopravviveranno, e se n'avrò, a qualche lettore, anche un po' di quella soddisfazione che provai quando toccò anche a me la mia parte d'indennizzo.

Io sono qui obbligato a chiamar in scena uno degli uomini i più rispettabili e simpatici che annovera l'Italia, anzi una delle sue glorie, Alessandro Manzoni.

Fra le fortune della mia vita e precisamente fra quelle che dovetti all'emigrazione, che ebbe il suo passivo, ma ebbe anche il suo attivo, annovero la conoscenza di Alessandro Manzoni. Nè fu una conoscenza fugace, che mi autorizzasse solo poter dire: l'ho conosciuto anch'io; non si rimase stranieri l'un l'altro, fu conoscenza che nata nel 1855, alimentata per più anni dal trovarsi assieme più giorni ogni anno, si converti in famigliarità, sì che mi onorava del dolce titolo di caro. Io dovetti questa fortuna al marchese Giuseppe Arconati-Visconti, patriotta fra i celebri. Questi, assai più innanzi di me negli anni, talchè aveva potuto essere condannato a morte nel 1821 per ragione politica, ma sottrattosi in tempo, padrone di vasti possessi nel Belgio, aveva colà passato tutto il periodo che corse dal 1821 al 1847. All'annuncio dell'amnistia di Carlo Alberto, volò l'ottimo patriotta in Piemonte, ponendo tosto la sua influenza e le sue ricchezze al servizio della causa nazionale. Io lo conobbi nel 1848, dopo i rovesci di Lombardia, a Torino, ov'erasi stabilito e dove fissai io pure il mio domicilio. Entrati ambidue nel Parlamento, egli come deputato di Vigevano ed io di Arona, divenimmo ben presto amici. Ei soleva passare l'autunno in un suo vasto possesso nel Comune di Cassolnovo in vicinanza di Vigevano. Nell'ampia casa signorile convenivano colà amici e parenti. Fra questi e precisamente nella doppia qualità di amico e parente veniva ogni anno a passar qualche settimana l'illustre Alessandro Manzoni. Amico dell'Arconati prima del 1821 era entrato più tardi in parentela seco lui, poichè un fratello della moglie dell'Arconati stesso, il marchese Lodovico Trotti, aveva sposato una figlia di Manzoni. L'ottimo Arconati non mancava ogni anno d'invitare me pure a passar qualche tempo alla sua campagna. Ora è facile l'immaginare come non dovessi farmi pregare quando sopratutto mi disse qual ospite avrei colà trovato. Il primo nostro incontro fu nel 1854. Ci voleva il suo tempo prima che divenisse famigliare con una persona che non conosceva, ma uomo del quale è realmente impossibile il dire se erano in lui superiori le qualità della mente o del cuore, quando cominciava ad aver simpatia, ad entrare in dimestichezza era la più cara persona che è possibile l'immaginare. Di fondo ilare, era talvolta inesauribile nel raccontare aneddoti, sopratutto della rivoluzione di Francia della quale aveva conosciuto taluno dei corifei, e si può immaginare di quanto interesse era la sua conversazione, poichè alla vastissima dottrina, accoppiava un retto giudizio, uno spirito di osservazione caratteristico anche nelle sue opere. Ora la mia relazione con casa Arconati essendo intima, non durò a lungo che assunse questa natura anche quella con Manzoni.

L'illustre uomo aveva le sue abitudini, fra le quali talune per rispetti igienici, e fra queste la sua passeggiata di un'ora precisa prima del pranzo, e di solito in Cassolnuovo si faceva dalle 3 alle 4. Ei doveva esser sempre accompagnato, era una necessità, solo non poteva andare, ma non occorre il dire che non vi era mai difetto di accompagnatori. Io non mancava mai, di solito eravamo tre; rado di più, ma talvolta mi trovava esser solo. Quei giorni erano per me i più felici. Oggi è tutto mio, diceva fra me e me.