In questi annali bisantini si leggono crudeltà inaudite: ora tu vedi cavar gli occhi a' fanciulli su cui splendesse il diadema imperiale; or darli in preda alle fiere del circo o farli calpestar dai cavalli nell'ippodromo; finalmente, un soldato di dura tempra strinse con ferrea mano lo scettro di Costantino, e fu Leone III, figlio d'un operaio di Seleucia, che levandolo sugli scudi fu dall'esercito greco gridato imperatore. Uomo costui di barbari costumi, e rapace come esser sogliono tutti coloro che nascon dalla forza, fece guerra alle immagini solo per far suo profitto della spoglia de' reliquiarii, e convertir in moneta le statue d'oro; donde la distruzione dei capolavori della scuola bisantina: avea l'Isaurico tolto i costumi suoi da' Saracini che non pativano figure intagliate, nè statue, nè disegni di sorte alcuna. I Greci di fantasia sì calda nell'arti, i discendenti degli Apelli e dei Fidii, sdegnati agli inconclastici decreti del Barbaro, si levano qua e là a rumore, ed egli allora, ad imitazione del califfo Omar, fa dar le pubbliche biblioteche alle fiamme, migliaia di manoscritti con preziose pitture son ridotte in cenere! Papa Gregorio indarno gli scrive per indurlo ad avere in rispetto le immagini che conservano e perpetuano la venerazione pe' Santi, chè Leone per tutta risposta comanda di deporre Gregorio, il difensore dell'arti. Fu in quel tempo che Costantinopoli e la Grecia soggiacquero a un tremendo flagello: le città furono scrollate da un terribile tremuoto, che aperse in varii luoghi la terra, e rovesciò le mura di Costantinopoli; le lettere pastorali, ricordano questo castigo fulminato contro gli empi iconoclasti.

Nemici implacabili degli imperatori di Costantinopoli erano a oriente i Saracini e ad occidente i Longobardi. Questi ultimi, che discendevan dagli Unni, ebbero lor capi o re fin dal primo loro stabilimento in Italia. Ancor si veggono in alcune immagini o pietre intagliate, l'effigie loro: raso il capo dietro la nuca essi portavano i capelli divisi sull'una e l'altra gota, sì che scendevano a confondersi con la prolissa barba, e a coprir loro il viso della negra capellatura, onde aveano, secondo che dice Paolo Diacono, terribile aspetto. I re e i grandi portavano abiti succinti, nè altra calzatura che i sandali; in guerra, eran coperti fino ai ginocchi da pelli ferine. S'erano stabiliti al settentrione dell'Italia, e quivi attendevano a sottrarne le città al dominio degli imperatori d'Oriente; aveano in rispetto il re, come capo militare che guidava i compagni alla conquista. Il più fiero e valoroso di questi re fu Luitprando, Bavaro di nazione, il quale, vedendo i popoli d'Italia inaspriti contro Leone Isaurico per la sua persecuzione alle immagini, approfittando del mal contento di quelli, e del discredito in cui caduta era l'autorità dell'esarcato, muove contro Ravenna, e se ne impadronisce, insieme con tutte le altre città della Pentapoli[99].

A volersi fare un giusto concetto del dominio de' Longobardi in Italia, scorrer si vuole le triste città che fronteggiano l'Adriatico da Rimini sino ad Ancona, e veder le ruine di Ravenna, e la silenziosa Pavia[100]. Miravan essi all'assoluta sovranità di tutta la penisola, e a quest'effetto Luitprando combatte contro gl'imperatori greci, contro gli esarchi, contro i papi; egli è destro in politica al par che intrepido capitano, ed al governo suo si riferisce la caduta della sovranità greca in Italia; nè gli sarebbe manco riuscito di domar materialmente il papato, se i Franchi non fosser venuti indi appresso in aiuto dei pontefici. I duchi o esarchi di Ravenna, delegati che erano dell'impero greco, furono stritolati dai Longobardi, a cui la sorte serbava la signoria delle città sull'Adriatico, fino al grande impero di Carlomagno.

In Italia eran pure i duchi del Friuli, che precedon d'oltre a un secolo la costituzione dell'impero carolingico, e i cui nomi ritraggono dell'origin loro germanica e dell'affinità loro co' Longobardi; sono una stessa famiglia, e vi si trovano gli Astolfi e gli Anselmi, tipi della razza longobarda. Il medesimo è da dirsi dei duchi di Spoleti che governavano la Toscana e l'Umbria, vassallaggi del reame de' Longobardi, i quali furono i primi a posar sopra solide fondamenta il sistema feudale. Da questo deriva pure il gran feudo di Benevento, che originariamente instituito dai Greci, cadde nella famiglia dei duchi del Friuli, per quindi confondersi nella corona di ferro che in Monza cingevano i re longobardi. Il Friuli, Spoleti e Benevento furono i tre maggior cerchi di questa corona, e in quest'origine e con questo privilegio di feudi imperiali durarono anche sotto i Carolingi.

I Bulgari, di origine scitica, ebbero fin dal tempo che si stabilirono sul Danubio lor principi o re, con nomi di sarmatica desinenza, se non che Anna Comnena, vana pur sempre delle memorie sue, parlando nel duodecimo secolo del fondatore di quella barbarica monarchia, gli presta il nome greco di Mocro; ma troppo evidente è nella dinastia di quei popoli la schiatta tartara. Tarbaglo, da cui principia la serie dei re Bulgari nel secolo ottavo, avendo aiutato Giustiniano II a racquistare Costantinopoli, gli dimandò che cosa gli avrebbe dato in ricompensa. «Quel che più vuoi,» gli rispose l'imperatore; e Tarbaglo allora, gittato in terra il suo amplissimo scudo e lo scudiscio che adoperava a stimolare il cavallo. «Riempi, gli disse, questo spazio di monete d'oro;» indi alzata la picca volle che tutto intorno fosse ripieno di seriche stoffe, fino alla punta, e ognun de' suoi Bulgari ebbe la man destra colma di monete d'oro e la sinistra di monete d'argento. Un fiero uomo era cotesto Tarbaglo, ed anzichè rassegnarsi ad esser vassallo dell'impero, volle esserne il protettore; ma pur sì fatta era la potenza delle arti e della civiltà, che i Barbari, benchè vittoriosi, non si appressavano altrimenti che rispettosi alle rive del Bosforo, e ancor non si ardivano di stender la mano alla splendida città di Costantino, tanto ancor da lontano raggiava il suo lume.

Ma ben sorgevano maggiori nemici all'impero sulle rive asiatiche del Bosforo, dove il califfato, che riconosceva l'origin sua da Maometto, univa insieme, sotto la sua spada, la podestà civile e la religiosa. Aveano i successori di Maometto, nel secolo ottavo, compiuta con gloriosa perseveranza l'opera sua, e quel periodo ha principio col famoso califfato di Valido, sotto il cui regno vediam soggiogata la Galazia, terminata dai Musulmani la conquista dell'Affrica, ed i Berberi fuggire atterriti per le mobili arene del deserto. Su quegli scogli che prospettan di rincontro la penisola ispanica, sorge intanto un impero, sotto Musa governatore dell'Affrica, tremendo conquistatore che traripa da tutte le parti, «somigliante, come dice un poeta arabo, all'onde del Mediterraneo, che si precipitan come figlie nelle braccia del padre, per lo stretto verso l'Oceano». Tarifo discende indi in Ispagna, e in quindici mesi le infiacchite popolazioni dei Visigoti s'inchinano sotto la spada del luogotenente del Califfo. Valido fu un de' più ardenti settatori, ed a lui debbono le moschee di Damasco il loro splendore. Costui non volle saper nè di lingua nè di architettura greca, ma edificò suoi minareti, d'onde i Musulmani, al triplice e monotono grido del Moezzino, venivano invitati alla preghiera. A Valido succedè Solimano, il quale inaugura il suo regno, col far da un'armata di mille e ottocento vele assediare Costantinopoli; ma i Greci, esperti marinai, a somiglianza de' loro maggiori, ardono, col fuoco greco quelle navi, e Solimano muor di crepacuore alla trista novella. Omaro e Iezzido, furono anch'essi ardenti nella fede come Valido, e la barbara avversion loro alle immagini, gli spinse a ordinar di distruggere i dipinti nelle chiese ed i bei mosaici sopra le pareti, a simiglianza di quanto operato aveano i Greci iconoclasti. Perdite irreparabili per le arti!

Il califfato scese in basso nel secolo ottavo, e gli Ommiadi furono oscurati dagli Abbassidi, i quali ebbero per secondo loro califfo Abu-Giafar o Almanzorre. Formarono gli Ommiadi una monarchia independente in Affrica, prima, poscia in Ispagna dove fondarono il regno di Cordova. Almanzorre edificò Bagdad, la città degli aromi, delle rose e del pesco, di che indi le crociate regalaron l'Europa; Bagdad fatta residenza dei califfi, nemici eterni dell'impero greco, e per legge di religione, signori assolati d'ogni cosa che portasse nome musulmano; ma come suol sempre avvenire colà dove la conquista allarga il dominio suo, i luogotenenti del califfo, ambiscono l'independenza sovrana, quale in Affrica e quale in Ispagna. Le maggiori invasioni dei Saracini avvennero nel secolo ottavo, e li vediam nelle Gallie, attraverso de' Pirenei, nella Provenza, nel Delfinato, dappertutto; inondano essi città e regioni, e si mostran con l'erranti orde loro fino alla Loira, distruggendo monasteri, città, con tutti gli avanzi dell'antico incivilimento. Ma non precediamo i tempi di Carlo Martello, in cui essi verranno ad occupare il luogo loro nella nostra cronaca de' secoli andati.

Quest'è il tempo che i popoli continuamente si muovono al settentrione ed al mezzogiorno del mondo; il tempo delle invasioni! Per ogni dove sorgono capi, a cui gli Orientali danno il nome di emiri, e le nazioni scandinave e i Sassoni quello di heretog ed herskonoung, a significar coloro che li conducono alla battaglia, chè niuno qui intender dee la dignità regale nel suo senso monarchico, altro in questo caso la parola rex non significando che condottier d'uomini, e capo di squadre vittoriose, e alcuna volta pare capitan de' pirati[101]. Negli annali del Nord, ogni uomo che guidi una spedizione, ha qualità di rex, di governatore, come specialmente si vede al tempo che i Normanni traboccarono nelle Gallie, dove un semplice capo che guidasse poche barche luogo i fiumi della Loira o della Senna, a saccheggiar le città e i monasteri avea titolo di rex, e ad ottenerlo gli bastava brandire in alto l'asta, o agitare vigorosamente la chiaverina. Chi studii bene addentro la storia dell'ettarchia vedrà che tra i Sassoni principalmente tutti questi reami altro non erano che scompartimenti territoriali, i quali si vennero, coll'andar del tempo, trasformando in contadi. L'ottavo secolo è tempo di sminuzzamento, e dall'unità papale in fuori non ci ha che smembranamento di terra e di potere, ed eccone il perchè. A concepire alcuna idea di universalità è mestieri d'una certa potenza d'intelletto, d'una gran forza di volere, d'una tal quale vastità di mente; ora i Barbari nulla posseggon di tutto questo; ei posson sì applicar l'animo a grandi conquiste, ma poi che le abbian compiute, le trinciano in coregge come la pelle del bue, nè l'autorità fra loro resta intera mai sotto una sola mano. Tutto dividono in tribù e famiglie, patrimonio la terra, e quando i figli sono parecchi, lo dividono come una eredità, e tagliano in brandelli. Poi viene una mente sovrana, che, come Carlomagno, raggruppa tutti questi ritagli, e passa rapidamente, e l'opera torna in brani, e ricade nel caos; chè una civiltà non dura se non colle condizioni che a lei si addicono, e quando si vuole anticiparla, essa torna da sè medesima ad allogarsi nella sua vita naturale, foss'anco barbara: è meteora che illumina un istante per quindi ceder tosto il campo alle tenebre vincitrici.

Al principiar dell'ottavo secolo, la schiatta merovingia non esiste oramai più che di nome: Dagoberto è l'ultimo di quei re che splenda di vivo lume tra i figli criniti di Meroveo. Dopo di lui nuove spartigioni; vi sono re d'Austrasia, di Neustria, di Borgogna o di Aquitania: nulla di fermo, tutto fiacco e instabile sotto i Clotarii, i Childerichi ed i Terigi o Teoderici, finchè questa schiatta si spegne interamente assorbita da una nuova dignità di cui è cosa essenziale ben diffinire l'origine, a stabilire le condizioni dell'esaltazione dei Carolingi.

E' non si pose mente troppo, come pur dovevasi, a tutte le cose che i popoli barbari tolsero dalle instituzioni e dai formolarii di Roma e di Bisanzio. Una civiltà, quando fu luminosa, non cessa di gittar qua e là qualche raggio anche nei giorni del suo decadimento e precipizio, e però vediamo i re franchi, Clodoveo per primo, sollecitare il titol di consolo, e chieder la porpora e gli onori di Costantinopoli. Fra le dignità dell'impero una ce n'avea, la prima di tutte, secondo che dice il formolario porporato, ed era quella di gran maggiordomo o maestro del palazzo, il curopalata[102], cui era commessa la condotta delle milizie e il governo delle guardie imperiali; dignità di amplissimi poteri, e in cui stava il reggimento assoluto dell'impero. I maggiordomi, o, come noi diremo, i prefetti del palazzo, appo i Franchi non derivarono altrimenti da alcuna istituzione germanica, che in mezzo a quei popoli boreali era capo chi era forte, e re chi sapea maneggiar da prode la chiaverina, nè v'ha cosa che lasci supporre in quelle antiche foreste l'instituzione di un re scioperato, che fu una degenerazione della podestà nelle terre conquistate. La dignità dunque di prefetto del palazzo fu tolta dai formolari degli imperatori di Bisanzio[103], e fatta essa pure, fra i conquistatori, di diritto ereditario; però che i Franchi, popoli bellicosi com'erano, non poterono assoggettarsi al medesimo reggimento degli effeminati Greci; e ben poteano gli imperatori di Bisanzio chiudersi nei loro palagi, con gli eunuchi e con le donne loro, cerchiate d'aureo collare la gola, ma i Franchi erano uomini da spezzar lo scettro in mano ai fiacchi, e i prefetti del palazzo andavano levandosi sul trono dei Merovingi, in tempi che la forza e la podestà materiale creavano il diritto, e il confermavano. Solo ai Greci era lecito patire un principe effeminato; a popoli vigorosi voleasi una podestà vigorosa.