Una ribellione vi fu del duca del Friuli, mossa da amor della nazione longobardica, che si difendea con un ultimo sforzo, contro la straniera oppressione. Un figlio di Desiderio erasi rifuggito a Costantinopoli, e per una curiosa vicenda della fortuna, questi principi di Lombardia, nemici naturali dei Greci, venivano ad implorare il soccorso di quegli imperatori a cui essi aveano tolto una parte dell'Italia. Questo figlio chiamavasi Adelgiso, e avea lasciato per ogni dove buona memoria di sè nelle città greche; d'altra parte gl'imperatori di Costantinopoli, miravano con occhio geloso questo rapido innalzamento del re de' Franchi, il quale già confinava con le loro frontiere. L'alpestre Friuli era sotto il dominio d'un Longobardo di nome Rodogauso, confederato d'Arigiso, quando quelle popolazioni tôr volendosi dal collo il giogo di Carlomagno, dichiaratesi independenti, si strinsero in lega a scuotere il vassallaggio. Ma il potente re dei Franchi ebbe tosto avviso di questi moti dei popoli longobardi, però che patrizio di Roma com'egli era, avea ivi sue corrispondenze, ed i papi lo avvertivano d'ogni menomo segno di sedizione; ed avendo appunto in que' giorni finito di reprimere i Sassoni, al primo scoppiar della sollevazione comparve in Italia co' suoi conti e leudi, e il duca del Friuli fu domato e costretto a giurar di nuovo fede ed omaggio, ed a dar pegni dell'intera sua soggezione.

Ma non sì tosto ha compiuta questa sua spedizione, che altri moti sorgono altrove, nè son più soli i duchi feudali in Italia, che romper vogliono i vincoli onde sono costretti ai Franchi, ma il medesimo far vuole il duca di Baviera, di nome Tassillo o Tassillone, come le cronache il chiamano, non già le canzoni eroiche, dando esse invece il nome di Namo il Savio a quel duca. In ogni luogo dove Carlomagno non giungeva con la podestà de' suoi conti e leudi, egli avea stabilito ducati feudali che si congiungevano col gran tutto che indi formò l'impero. I Bavari aveano un duca militare a simiglianza dei Sassoni e dei Frisoni, poi che furono conquistati, ed era tributario de' Franchi e di Carlomagno principe loro. Tassillone, vassallo di questa corona, per giuramento fattone al re Pipino ed a suo figlio, era congiunto in parentado con la famiglia longobarda, siccome colui che avea sposata una figliuola di Desiderio, e per mezzo del Tirolo la Baviera univasi alla schiatta italiana. Se non che la ribellione del duca di Baviera fu sedata per interposizione dei vescovi, e il papa medesimo lo indusse a restar fedele; sì ch'egli venne alla dieta di Vormazia a dare ostaggi ed a prestar giuramento di fedeltà. La Baviera avea già in questo tempo parecchi vescovadi, e già sorgea maestosa sul Danubio la cattedrale di Ratisbona; però ch'egli è da sapere che le sacre basiliche, e l'instituzione delle sedi episcopali erano i segni, a que' dì, dell'incivilimento d'un popolo.

Gli annali dicon pure che Carlomagno fece in quel torno una spedizione in Bretagna, in persona o per mezzo de' suoi luogotenenti. I Bretoni formavano, nelle Gallie, una gente quasi indomita, che abitava l'antico paese degli Armorici; avean essi loro particolari usi e costumi e lingua, che ricordava la loro celtica origine; rare eran tra loro le città, e solo pochi monasteri situati sulle fiumane, aveano preparato alla civiltà quelle selvaggie contrade. In Bretagna duravano pur sempre le antiche usanze, le are druidiche, l'adorazione degli alberi sacri, le foreste secolari; i conti erano al tutto independenti, ed invano l'Armorica avea giurato fede ed omaggio ai Merovingi, nè Pipino seppe se non a stento conservarla, con l'aiuto dei conti e dei governatori delle marche da lui colà stabiliti. I Bretoni di nuovo si riscossero, e Carlomagno, in una dieta tenuta a Vormazia, deliberossi ad una spedizione nell'Armorica, a proposito della quale le sterili cronache sol riferiscono che rapide furon le sue vittorie, e che i Franchi pigliarono le città, e si partiron le terre fra loro; delle quali spartigioni, anche i cartolari di quei tempi serbaron memoria. Le cronache poi non dicono se Carlomagno conducesse la guerra in persona; ma forse contentossi di mandarvi alcuni di quei prodi uomini, che simili ad Orlando di gloriosa memoria, furono duchi o conti della Bretagna. Domati così anche i Bretoni al pari dei Sassoni e dei Longobardi, diedero anch'essi ostaggi, ed i vescovi congiunser coi vincoli cattolici questa provincia al gran corpo ideato da Carlomagno.

Tutta la vita del re passa in lontane spedizioni all'uopo di far riconoscere la sovranità sua. I Longobardi conservando la loro mutabil natura, facile alla ribellione, si sono già confederati co' Greci, che offeriscono di dar loro aiuto in un moto contro di Carlomagno. La condizione di que' popoli è mutata; pur dianzi essi aveano conquistato le loro città sulle spoglie dell'impero d'Oriente e compiuto il dominio loro sull'Adriatico a danno dei Bisantini, impossessandosi della greca Ravenna; ora, in vece, che i Franchi sono in Lombardia, gl'imperatori di Bisanzio paventano ben più questi nuovi conquistatori dei duchi longobardi di Benevento, dei Friuli e di Spoleti. Questi tre gran feudatari della corona di ferro si trovano sospesi fra due omaggi: o si chiariranno ubbidienti vassalli di Carlomagno, o si porran sotto l'impero di Bisanzio, diventando per questa via come guardie avanzate dei Greci. Un patto segreto intanto conchiudevasi fra essi e gli imperatori per mezzo del figliuolo di Desiderio: ma papa Adriano, il vero vigile di Carlomagno in Italia, lo fa tosto avvisato di questa nuova trama della razza longobarda, che sta per collocarsi sotto la signoria di Costantinopoli. Di qui principalmente ha cagione il conflitto tra la schiatta longobarda e la schiatta franca: da una parte la potenza di Carlomagno, sostenuta e spalleggiata da Roma, intanto ch'egli, con doni delle terre conquistate, allarga il dominio di San Pietro; dall'altra, gli antichi principi longobardi che chiamano i Greci in loro aiuto. E gli imperatori bisantini gli aiutano e sostengono, ad essi eziandio concedendo il titolo di patrizi, e tant'oltre vanno i trattati, che Arigiso duca di Benevento, per meglio acconciarsi alle usanze e consuetudini dei Greci, indossa le vesti succinte cariche d'oro, che dagli altri popoli distinguevano gli abitanti di Bisanzio, e fa prender questo stesso vestiario a' suoi soggetti, e si rade i capegli alla foggia dei Greci.

Papa Adriano rivela pur tutti questi segreti convegni a Carlomagno, e gli palesa le pratiche sempre in atto fra i Beneventani e gli uffiziali degli imperatori di Costantinopoli. Onde Carlo scende di nuovo in Italia, e muove contro Benevento: or s'egli ha testè sì agevolmente domati i duchi di Spoleti e del Friuli, come potrà egli quest'altro vassallo resistere a quel grande conquistatore? Il duca invia quindi suo figlio Grimoaldo a Roma a chieder grazia, con profferta di tornare tra i ceppi del vassallaggio, e la profferta è accettata; anzi Carlo stesso viene a Capoa a ricever l'omaggio, e pone per sempre fra' suoi feudatari il duca di Benevento imponendogli un annuo tributo di settemila soldi d'oro. I papi, a largo guiderdone dell'affetto che portavano a' Franchi, ebbero in dono le città di Capoa, di Piombino e di Viterbo; ampliazione del patrimonio pontificio procedente da quella conquista.

L'impero di Carlomagno confina dunque con l'Adriatico, ed ha in faccia la Macedonia, l'Epiro e l'Albania; la frontiera sua si stende all'impero greco, e sta necessariamente per entrare in comunicazione e fors'anco in ostilità immediata co' Bisantini e con l'armata loro di mare e di terra, che ancor tutto non ha perduto l'antico valore. Nè la guerra si fece troppo aspettare, che quegli imperatori, ultimi signori feudali dei principi di Benevento, mandarono navi piene di armi e d'armati e dare di spalla alle prove che i Longobardi tentavano per sottrarsi al dominio de' Carolingi. Una sorta di lega tra i vassalli ordinavasi contro Carlomagno: le Alpi del Tirolo separavano i Longobardi dai Bavari, fra i quali ci aveano pratiche, ed una strettissima unione di famiglia. Tassillone, il duca di questi ultimi, appena soggiogato, ripigliava le armi, conseguentemente alle trame ed ai trattati suoi co' Greci e cogli Italiani, onde Carlomagno a spegnere in sui primi tentativi queste sedizioni armate, convocava una dieta a Ingeleima, per ivi giudicar Tassillone. Il primo esempio era questo dell'applicazione delle leggi germaniche, col citare un duca, gran vassallo della corona, innanzi alla dieta convocata, dieta sovrana che sentenziava così sulla sorte d'un vassallo. Accusato dunque Tassillone, i feudatari sentenziano che egli come traditore e fellone s'è fatto reo di morte; se non che Carlo gli fa grazia della vita, ma spogliandolo de' suoi stati il costringe, insiem co' suoi figli, a vestir l'abito monastico. Da questa dieta, a giudicar dello scadimento d'un vassallo tenuta nel palazzo d'Ingeleima, deriva tutto il diritto germanico per la confiscazione de' feudi, ed è un precedente che fu allegato anche ai tempi moderni contro que' principi che s'erano separati dalla lega tedesca[184].

Nel secondo periodo di Carlomagno viene operandosi un cambiamento di sistema quanto all'ordinamento feudale. Nei primi tempi del suo regno prevaleva la forma ereditaria; amando egli di instituir alle frontiere grandi vassalli che fossero guardiani e governatori delle marche, sovraneggiava, per mezzo loro, ricevendone l'omaggio. In questo secondo periodo all'incontro non vi fu più instituzione di duchi ereditari; ma prevalse nei capitolari, come generale ordinamento di governo, il sistema dei conti con dipendenza immediata, il quale viene dappertutto introdotto, come più adatto alla forma d'unità; l'impero si stende fino ai limiti più lontani, e i missi dominici o inviati regi, magistratura mobile sì pel tempo come per il luogo, forman la base di quest'attiva amministrazione; nuovo reggimento che porta pure suoi sconci e pericoli per l'avvenire del carolingico impero. L'istituzione dei ducati ai confini delle terre del dominio formava un governo di mezzo che non era nè l'assoluta signoria di Carlomagno, nè l'independenza politica dei vassalli; egli era come un pendio che dal grande edifizio carolino estendevasi fino alle terre dei Barbari, i quali facevan come un'immensa rete intorno all'impero franco: a settentrione i Danesi e ad oriente gli Schiavoni, gli Ungheri della Pannonia, gli Avari e tutte quelle genti mezzo tartare che abitavano le lande che si stendeano dal Danubio fino al Volga. Cessato che fu in Baviera ed in Lombardia fino a Benevento il sistema dei duchi ereditari, Carlomagno trovossi in comunicazione immediata coi Danesi, con gli Schiavoni e cogli Ungheri, e potè con la forza dell'armi sue per alcun tempo respingerli; ma quei popoli si ricattarono sopra i suoi successori, e alla fine del nono secolo ed al principiare del decimo ecco romoreggiar la tempesta, ed ecco gli Scandinavi e gli Ungheri piombar sull'impero.

Carlomagno non ha omai più a temer dei Saracini, chè ei gli ha debellati, cacciandoli dinanzi a sè fin al di là dall'Ebro; oltre di che nuove spedizioni in Catalogna o in Navarra gli assicurano su que' popoli il primato. I Greci anch'essi vengono per poco in aiuto dalla razza longobarda, e son vinti. Le antiche civiltà non minaccian dunque più l'edificazione d'un grande impero; ma ben egli paventar dee della selvaggia vigoria dei popoli che campeggiano a cavallo intorno a quest'impero come fossero sotto un ampio attendamento. Non sì tosto la rotta dei Greci ha raffermato la potenza dei Franchi in Italia, ecco insorger si veggono contro a Carlo gli Avari, gente degli Ungheri che vien presa da' Greci a' loro stipendii; i Vistli anch'essi, popolo slavo accampato sulle rive dell'Elba, fanno scorrerie militari fino alle terre degli Obotriti e della Sassonia, frontiere militari dei Franchi, nè la guerra ha oramai più confini. Forza è domar le razze barbariche, e le terre più lontane veggono spiegar gli stendardi di Carlomagno; le guerre di Pannonia succedono alle spedizioni di Sassonia, ed ecco il tempo in cui leggonsi nelle croniche i nomi degli Ungheri, degli Schiavoni, dei Danesi, dei Vistli. Carlomagno non pose limite alla sua fattura, ma l'andò continuamente ampliando con nuove terre per mezzo della conquista. Ben otto anni durano queste guerre di Pannonia contro gli Avari, ed a grande stento possiam seguirne le traccie attraverso all'incerta geografia del medio evo; le sono irruzioni sì lontane, sì vaghe, d'indole sì tartarica, da non potervi scoprire un intento generale, e dalle cronache appena sappiamo che il gran capitano dei Franchi doma gli uni dopo gli altri gli Ungheri, i Boemi, gli Avari, i Danesi. Or eccolo nella Dalmazia e nella Venezia, e a quel modo che la Boemia s'è testè soggettata alle sue leggi, ecco venir di presente a lui gl'inviati dei Dalmati, gente forte e selvaggia, che offre di pagar tributo, piuttosto che trovarsi a fronte in campo con un principe che spaventa col suo nome il mondo intero. Infatti sterminata è la fama di Carlomagno, e i Barbari ne serbano viva impressione, n'hanno terrore, e gli Scandinavi medesimi, costretti nei loro confini, non osano assaltar le frontiere del nuovo impero; in ogni luogo questo nome risplende, tutti a lui si sottomettono, chi profferisce di pagar tributo, chi di ricevere un re, chi un conte; la Corsica gli manda l'omaggio suo, Venezia e la Sardegna riconoscono la preminenza di lui: così al Nord come al Mezzogiorno tutto si prostra innanzi a questo formidabile nome.

E quest'ampiezza di conquiste, questa immensa sovranità lasciano si profonde impressioni nello spirito dei popoli, che mille eroiche canzoni vengono ad aggiunger leggende favolose alle vittorie del re o dell'imperatore. Cosa difficilissima è distrigar negli annali del secolo ottavo questo viluppo tra le spedizioni vere e le guerre che la tradizion romanzesca attribuisce a Carlomagno; poichè questo principe colle sterminate sue corse, e co' suoi diplomi dati dall'Elba fino all'Ebro, ha fornito argomento di mille eroiche leggende ai cronisti, che il considerarono come una grandiosa espressione della conquista da essi fiorita di favolosi episodii[185].

Ci si fa prima innanzi la spedizione di Costantinopoli. Non sì tosto l'impero greco si trova confinar co' Franchi, i trovatori fingono che Carlomagno s'è insignorito di Bisanzio; il combattere, per questo giganteo signore ed il vincere è una medesima cosa, ed ei non viene che per condurre e soggiogare i popoli. I cronisti di San Dionigi raccontano anch'essi la caduta di quell'impero greco pel quale sentono invidia insieme e disprezzo. Le quali popolari leggende, scritte nel secolo XIII, faceano senza fallo allusione al nuovo impero di Costantinopoli fondato nel durar delle crociate dai Latini, il che era fatto a lusingar gli avventurosi guerrieri, che piantarono i loro vessilli sulle rive del Bosforo. «Carlomagno ha domato i Greci, è signor di Bisanzio, eccolo adunque imperatore del mondo!» Tale si era la gloriosa tradizione che i popoli dell'età media godean di conservare tra loro. Gli annali di maggior gravità tuttavia non confermano che l'autorità di Carlomagno mai trapassasse i limiti del Danubio e della Dalmazia, e in Italia, Napoli e Taranto. Quanto ai greci imperatori, ei non ebbe con essi se non alcune pratiche per via diplomatica, per contese di territorii e guerre di passaggio.