Tale si fu lo spirito letterario di quel tempo. Carlomagno volle accentrarlo nelle sue mani, ma esso non dovea sopravvivere a quel sublime impulso, e spento l'imperatore, gli studi anch'essi doveano sparire con lui. In fatti, il principio del regno di Lodovico Pio offre ancora qualche bell'ingegno nelle scienze e nelle lettere, come a dire, Incmaro, arcivescovo di Reims, lo scrittore che celebrò col pomposo suo stile le usanze e le consuetudini del palazzo di Carlomagno; Agobardo, arcivescovo di Lione, più ancora statista che letterato, non essendovi a que' tempi avvenimento di qualche rilievo, di cui non si trovi mescolato il suo nome; Pascasio Radberto, che serba un'indole sodamente scolastica, e coltiva gli studi come studi, applicando a ciò ch'essi hanno di più liberale ed attivo; Anscario, vescovo viaggiatore, il predicator che corre ad apprendere alle nazioni selvagge la religione cristiana e la civiltà, il san Bonifazio della Scandinavia. Ma qualunque siano cotesti uomini d'ingegno e di vaglia, non puoi far di non avvederti che il sapere e gli studi, favoriti sotto l'impero di Carlomagno, sono già in pieno decadimento sotto Lodovico Pio. Le scuole non hanno più il loro valore, gli studi il loro ardore; le popolazioni sono tornate al loro stato d'ignoranza, e ciò procede da più cagioni.
Egli avvenne dell'opera letteraria di Carlomagno il medesimo che delle politiche sue concezioni; l'unità era collegata alla sua persona, ma non era punto nelle idee e nelle costumanze di quella società; chiuso che fu nella tomba l'imperatore, non v'ebbe più scienza, più istruzione, chè il popolo non la desiderava. Il servo poteva egli desiderare la luce? L'uomo d'armi disprezzava i libri, anche cristiani e devoti, o solo li apprezzava per ispogliarli dei carbonchi onde fuori splendevano; ben più caro ad essi era combattere e agitarsi nei campi, e però che importar poteva ai conti ed ai leudi del progresso della scienza? Non un solo si nomina di quegli uomini di ferro che abbia messo in carta un pensiero; laonde l'impulso fu tutto di Carlomagno in persona, e dopo lui tornarono al rozzo istituto della conquista, a spogliarsi l'un l'altro, a guerreggiarsi da castello a castello.
Gli studi disparvero nello sminuzzamento dell'impero; non v'ebbe più centro, più movimento ordinatore, e se pur taluno qua e là attese ancora alle lettere, più non v'ebbe quell'ardente inclinazione allo studio che signoreggiò il regno di Carlomagno. E d'altra parte il tempo era egli fatto al tranquillo progresso del sapere? Carlomagno aveva bensì preparato per un tal quale ordine amministrativo la pace o la tregua generale della società, sì che studiar potevasi liberamente e sicuramente senza paura delle violenze de' soldati e dei prepotenti, con quella pacatezza di mente e franchezza di vita che lo studio richiede; ma questa pace si dileguò nella subita e forte agitazione che seco trasse la fine di Carlomagno. La società fu rotta in mille frammenti, e il sistema feudale cominciò a imperar come codice della generazione; nè l'impero fu sol messo in brani, ma ciascuno di questi brani ancora fu partito in contadi, ed in sì picciole signorie, che esser non ci potè oramai più comunicazione d'idee, nè d'ingegni, e non pur di governo: i conti divennero l'uno straniero all'altro, ed ogni castello fu un principato. Costantinopoli e Roma, che erano state in corrispondenza con Carlomagno per aprirgli i tesori immensi dell'antichità, furono indi interamente ignote alla società feudale, e appena si sapeva ch'esse erano al mondo, però che quegli uomini violenti sprezzavano le umane discipline. In fatti, a che potean elleno giovar loro? L'arte sola della guerra venne perfezionandosi, perchè essa era un bisogno per tutti. Laonde il decimo secolo non ebbe alcuna correlazione colla fine del secolo ottavo e col principio del nono: tutto disparve, e si perdè nell'abisso.
Ma il monastero almeno rimarrà nobil fonte di scienza, e in sicuro dal mondo e dalle sue scosse, i monaci si daranno pazientemente a copiare i manoscritti, e ad insegnar nelle loro modeste scuole? Mainò: il decadimento è ivi altrettanto rapido e grande quanto nella società generale, e ciò dipende dalle calamità che gravano così sulle fondazioni ecclesiastiche come sul popolo. Le età che precedettero il secolo nono avean veduto le istituzioni monastiche venire assai prosperando, e l'Ordine di San Benedetto risplendere in ogni luogo; la pace silenziosa del chiostro avea favorito le scuole scientifiche, e abbiam poc'anzi veduto come generalizzato si fosse l'amor di quelle. Ma spento Carlomagno, anche la pace della solitudine più non dura, e insiem con quella del mondo se ne va sotto la doppia invasion dei Normanni e dei Saraceni. I Normanni, crudeli avversari dei monasteri, atterrano gli altari, ardon le mura, spogliano l'arche; pur dianzi vedeansi edificar ricche celle ancora e chiese solidamente costrutte, ed ora i Normanni non lasciano pietra più sopra pietra, sgozzano i religiosi o li costringono a celarsi nei sotterranei. I più de' monasteri situati a riva de' fiumi o nelle vaste pianure che circondan la Senna, la Loira e la Saona, furon di questo modo posti a sacco, intantochè al Mezzodì i Mori e i Saraceni penetravano fino al Rodano. Come trovar tempo da meditare e applicare a lavori scientifici in mezzo a queste desolazioni? Come aver agio de studiare quando le voraci fiamme faceano scrollar le pareti? Che altro da far rimaneva a quei poveri frati se non implorare con lugubri litanie la misericordia di Dio contro le stragi dei Normanni? Ond'è che spesso, nel bel mezzo di qualche grave studio, il monaco sospendea tutt'a un tratto il libro che avea cominciato a trascrivere, il testo forse di Cicerone e d'Ovidio, per gridare con lamentevol voce: «Ah! ci libera dal furor dei Normanni, Libera nos a furore Normannorum.» E questo era il lamento di tutta quella trista e sconsolata generazione; che se pure i monaci aveano nella lunga lor notte alcun momento di tregua, ei si facevano a scriver qualche tetra e funebre leggenda, però che tutto era tristezza intorno di loro, o tremanti in faccia al pericolo da cui eran quasi per miracolo scampati, descrivevano la traslazione delle reliquie, ed era ben d'uopo tenerne memoria, però che quando i Barbari s'avvicinavano ad un monastero, la gran cura di que' devoti padri era il salvar l'arca delle reliquie, e trasportarla come potevano da una solitudine all'altra, e trafugarla in luoghi ignoti. Quest'era il santo viaggio che i monaci descrivevano col cuore oppresso e con le lagrime agli occhi: a ogni passo eran miracoli, a ogni pericolo lamentazioni, e i Bollandisti ci hanno conservato moltissime di quelle relazioni, storia dolorosa dei terrori di quell'età.
Di questo modo l'impero di Carlomagno è un periodo circoscritto così per le lettere come per la costituzione politica, nulla di quanto precede al par che nulla di quanto vien dopo può con esso compararsi, gli è un tempo di eccezione che tutto si attiene ad un uomo, e che svanisce con lui. Il movimento scientifico non era altrimenti negli spiriti, nè v'ha ingegno quaggiù che abbia facoltà di trarre un tutto da nulla, chè questo sarebbe uno degli attributi di Dio. Ben può uno farsi compagni alcuni uomini eletti che trascinano e signoreggiano per poco la civiltà, ma quando una generazione non ha in sè l'impressione di certe idee, non si può farle nascere. Il desiderio e il bisogno degli studi erano appena superficiali, l'ingegno letterario in pochi uomini appena, intantochè la moltitudine se ne restava ignorante fra il doppio servaggio del corpo e dello spirito. D'onde procede che ogni cosa, dopo il regno di Carlomagno, fu di nuovo sepolta nelle tenebre. Quanto ci avea di bisantino e di romano nell'opera dell'impero d'Occidente disparve; nè il periodo letterario del duodecimo e del decimoterzo secolo, sotto Filippo Augusto, ebbe più correlazione alcuna con gli studi dei tempi carlinghi: la è una letteratura nuova, allettante, nazionale, cavalleresca, che nasce dalla feudalità. Qualcosa di strano e di fantastico erasi pur creato sotto l'impero di Carlomagno; ma fu come se tu dicessi un vivo lampo che appar nelle tenebre: illumina per un istante con grande bagliore d'intorno, ma poi ch'egli è svanito la notte divien più fitta e intera di prima. Simile appunto si fu la prima epoca carolina!
CAPITOLO XIII. QUANTO RIMASE IN PIEDI DELL'OPERA DI CARLOMAGNO.
1.º Leggi. — Avanzi della legge salica. — Ripense. — Borgognona. — Longobardica. — Sassone. — I Capitolari. — Incremento del diritto ecclesiastico. — Decretali. — Dionigi il Picciolo. — Isidoro Mercatore. — Prima origine del diritto feudale. — Ultime vestigia delle leggi carlinghe.
2.º Instituzioni. — Le Assemblee. — Quali diventano. — Come composte alla fine del regno di Carlomagno. — I Conti. — I due regni d'Aquitania e d'Italia. — Ordinamento del Conti. — I missi dominici o messi regii. — Stato delle persone. — I Vescovi. — Gli Abbati. — Gli Uomini liberi. — Diverse nature d'uomini liberi e di servi.
3.º Quali divenissero i popoli alla morte di Carlomagno. — L'impero di Bisanzio. — Il califfato. — Gli Alemanni. — I Sassoni. — I Frisoni. — Gli Italiani. — I Longobardi. — Gli Aquitani. — I Goti. — La vera Francia. — Invasioni dei Normanni.
4.º Che avvenisse del commercio. — Comunicazioni fra popolo e popolo. — Disertamento delle campagne. — Distruzione dei monumenti carlinghi. — Strazio delle arti.