E le assemblee politiche del campo di maggio, che divenner elle in sulla fine del regno di Carlomagno? Per fin che durò quest'impero, concetto d'uno sfolgorato ingegno, esse conservarono una certa grandezza, e conti e leudi assiduamente vi concorrevano, perchè ivi aveasi a foggiar i capitolari, a dare il proprio assenso alle spedizioni lontane, e prepararsi a seguir il principe alla guerra, nè fino a che l'impero durò nell'unità sua, siffatte adunanze cessaron d'essere frequenti e regolari. Secondo che Incmaro scrive, v'era piena libertà di suffragi; i capitolari venivano passati o rifiutati, ed i chierici e i leudi votavano separatamente. In che si scorgono le orme intere dei placiti di guerra che tenevansi nelle foreste antiche della Germania. Nè coteste politiche assemblee del campo di maggio perirono altrimenti con Carlomagno: chè anzi durarono col medesimo colore di libertà sotto Lodovico Pio, ed i conti non solo avean obbligo d'intervenirvi, siccome i più degni rappresentanti dell'imperatore, ma sì ancora di condur seco dodici scabini de' più notabili, eletti da ogni contado, deputati veri, che venivano ad assistere a' placiti ed a partecipar del governo dell'impero; i proprietari liberi de' beni allodiali eran quelli che eleggevano gli scabini, e già sì ampiamente stabilite eran le basi della rappresentanza nazionale, che al tempo di Carlo il Calvo, sotto del quale i campi di maggio ancora continuavano, era massima confermata: La legge farsi per consenso del popolo e per costituzione del re[145]. Le assemblee cessano, e si perdono al tempo di Carlomanno[146]; invano tu cercheresti a que' giorni i consigli di guerra, i congressi politici de' leudi e de' vescovi; tutto è confusione e le instituzioni carlinghe son cadute in ogni luogo. Da indi in poi ci ha una specie di sospensione nelle due grandi scaturigini della legislazione carlinga, i concilii e i capitolari: non v'è più diritto fermo, non forma più consacrata dalla consuetudine. E come esser ci poteano assemblee generali, se il territorio ne andava in brani per modo che ogni governator di provincia diventava conte e signore della terra ch'ei possedeva?
Due supreme instituzioni aveano contrassegnato l'impero di Carlomagno, quelle dir vogliamo dei regni d'Italia e d'Aquitania, l'un dato a Pipino, l'altro a Lodovico; or che divennero queste due sovranità, subordinate all'impero, dopo la morte di lui? Seguitaron esse ancora l'opera loro? Carlomagno era stato indotto a crear di siffatte monarchie dipendenti dal suo scettro, non tanto dall'intenzione di dividere il suo retaggio e sminuzzarlo, quanto dal desiderio di assicurare l'azione di un reggimento supremo. Pipino, re d'Italia, moriva prima ancor che suo padre fosse giunto all'età cadente e fiacca, onde questi confidava il regno a Bernardo, un de' bastardi di Pipino (chè a que' tempi ben poco divario c'era fra bastardo e figlio legittimo) volendo così l'imperatore stabilire oltre l'Alpi il diritto ereditario, e serbare in qualche modo le vestigia della monarchia longobarda. Questo regno d'Italia sopravvisse pochi anni al suo fondatore, poi perì per tre potenti cagioni, e son queste: prima di tutto sì grande era il desiderio degl'imperatori di Germania di regnar di qua dai monti, che ben s'affrettarono a spezzar la corona di ferro in fronte ai successori di Pipino, e continuo era il passaggio in Italia dei loro armati. E come avrebbe questa potuto conservare i suoi principi, che aveano tutta la forza loro da Carlomagno, mentre la stirpe di quest'ultimo in Francia già decadeva? I papi, d'altra parte, intimi amici dei Carolingi, non aveano più interesse alcuno a sostenere i re d'Italia, deboli sì da non potersi da essi prometter più aiuto nè protezione. Aggiungasi per terza cagione, che già sorgeva nelle città lombarde la voglia di affrancarsi e farsi libere; ognuna volea diventare repubblica; quale era mossa alla politica libertà dal commercio, e quale dalla ricchezza territoriale, e intanto che nei paesi meramente feudali la terra stringevasi nella gerarchia dei feudi, in Italia le città le une dalle altre si separavano, e con perpetue gare fra esse contendevano.
La monarchia d'Aquitania periva naturalmente per l'esaltazione di Lodovico all'impero. Questo regno non componevasi altrimenti di un solo elemento, e laddove in Italia non ci eran che due razze, i Longobardi e i naturali del paese, antichi popoli del Lazio con qualche Greco frammistovi, in Aquitania, all'incontro, con mal composti legami, s'univano ben dieci e più frazioni di popoli: i Goti, i Guasconi, gli Aquitani, gli Alverniani, i Saraceni, le quali nazioni tutte, insiem strette a forza, doveano tender naturalmente a sgropparsi. Comprendeva il regno d'Aquitania le terre che si stendono dalla Loira fino all'Ebro, e fu in appresso confidato a Pipino I, figliuolo di Lodovico Pio, poi passò in quell'altro Pipino che combattè insiem coi Normanni contro Carlo il Calvo. In mezzo a quella strana confusione che indi succede, nessuna orma più resta del regno d'Aquitania; tutte quelle popolazioni si dividono e suddividono; si vengono formando duchi d'Aquitania e di Guascogna, e conti di Tolosa e d'Alvernia; e la costituzion di quel regno sparisce insiem con l'impero, conseguenza di quel gran disordine che accompagna la fine della seconda progenie.
In tanto sconvolgimento del suolo che fu del sistema amministrativo di Carlo? Tre erano i fondamenti su cui detto sistema posava: 1.º L'ordinamento militare confidato a uomini di guerra che sotto il nome di duchi o governatori delle marche (marchis marchiones da cui venne marchese) difendevano il territorio, e apparecchiavano il bisogno alla guerra. 2.º I conti, magistrati civili che governavano i distretti a simiglianza degli antichi prefetti di Roma. 3.º I messi regi, missi dominici, l'istituzione dei quali fu sì lata ed attiva sotto Carlomagno. Fin dal regno di Carlo il Calvo dileguarsi e sparir si veggono al tutto le ultime vestigia di questo sistema; un rivolgimento viene operandosi: quei duchi, quei conti, quei governatori delle marche, che ubbidivano ad ogni minimo cenno dell'imperatore, proclamano adesso la personale independenza loro: mutano i loro titoli; quelli che testè altro non erano che magistrati revocabili, diventano feudatari independenti; qual di loro assume la sovranità effettiva delle terre da esso governate, quale la trasmette ben anco in eredità a' figli suoi. Donde tutti que' vassalli che appena conservano qualche segno di rispetto verso la corona, benchè da lei fosse proceduta ogni podestà loro. In tale sminuzzamento d'autorità, che forza poteva restare ai messi regi, a questi magistrati principali d'un potere centrificato? La prima condizione, l'essenza medesima di cotali delegati del principe, poggiava sull'autorità unica dell'imperatore; essi erano i suoi procuratori con mandato di raccogliere e unir insieme le porzioni spartite dell'autorità sua. Or dunque, allor che questa autorità si dilegua, allor che non v'ha più centro amministrativo, l'uffizio dei messi regi divien, come a dire, una superfetazione politica in un sistema che più non serba unità; onde avviene che a mezzo della seconda progenie già più non è vestigio della forma politica di questo grande impero carlingo.
Questa mutazione e questo decadimento riferivansi specialmente agli averi e alle persone, per l'eterne divisioni stabilite in questa parte del diritto romano. Gli averi soggiacean, di quei giorni, ad un notabile rivolgimento nelle condizioni del possesso: sotto Carlomagno distinguevansi innanzi tratto gli allodii, o terre libere possedute da un Franco o da un Romano, e i benefizi conceduti dal fisco; la terra libera non avea nessuna gravezza tranne quella del servigio militare, e ad essa tutte si riferiscono le discipline imposte dai capitolari; i benefizi non procedevano altrimenti da un'origine cogli allodii, ma erano quasi sempre un dono, una concessione; il signor diretto, per farsi suo questo o quello, gli donava una terra fiscale; e chi accettava un benefizio incontrava più stretti doveri verso il re. Allodii e benefizi, tale si era la divisione delle terre sotto l'impero del secondo lignaggio, e benefizi furono anche spesso quei vasti poderi, sì ben condotti, dei Carolingi. Ma, in sul mancare di esso secondo lignaggio, questo stato della proprietà si viene modificando; colui che tiene il benefizio dalla corona, si scioglie in breve da ogni dovere, e vuol esserne padrone assoluto, a imitazione dei conti e dei governatori che son rimasti in pieno potere del paese da essi governato. Carlomagno avea costretto gli animi a stringersi e raccogliersi intorno all'impero; ora la natural reazione vuole che ogni cosa si sciolga e si separi: quindi il benefizio confondesi con l'allodio o, per dir meglio, l'allodio interamente dispare per confondersi nel reggimento feudale[147]. Al tempo sicuro di Carlomagno, il possessor dell'allodio aveva interesse in mantenere la libertà sua e la franchigia della terra; ma nel disordine e nello scadimento d'ogni podestà, egli trovavasi isolato su quel suolo traballante; e in qual modo avrebb'egli potuto, così solo, difendersi contro le correrie dei Normanni, e la prepotenza dei superbi feudatari? Ond'è che allora il possessor dell'allodio venne naturalmente a porsi sotto la salvaguardia e la protezione di un superiore. La distinzione adunque degli allodii e dei benefizi sparisce nel secolo decimo, nè ci ha più che feudi e terre feudali; chi possiede il dominium o dominio, chi il tenimento, vale a dire il godimento reale della terra, mercè servitudi e livelli; tutto consiste in reciproche obbligazioni, tutto riducesi a gerarchia; agli allodii e benefizi della prima stirpe succedono i feudi e retrofeudi; al semplice dovere annesso alla proprietà vengono sostituite mille bizzarre consuetudini; dove il servigio militare e dove un obbligo d'onore; l'uno riceve un feudo perchè adempia all'ufizio di coppiere, l'altro perchè venga, in qualità di scudiero, a bardar il cavallo di battaglia del signore; e se l'uom che riceve un feudo non è nobile, l'obbligo suo si cambia in censo, il che val quanto dire ch'ei paga il più delle volte un livello in danaro.
Nè le possessioni della Chiesa punto si sottrassero a questo repentino rivolgimento, chè indarno essa invocava per sua protezione i miracoli, oramai più non dandosi ascolto alle leggende che difendevan gli averi e i poderi; troppo brutale è la generazione; troppo in balía alle sue rapaci inclinazioni; e a volersi difendere è bisogno di mura oramai e di ferreo braccio. Ond'è che i monasteri, i vescovadi, le cattedrali prendono loro avvocati o vidami, che sono i naturali difensori dei beni ecclesiastici: se v'ha nella contrada un conte che metta paura per le sue azioni, e minacci da lunga ora la religiosa solitudine, l'abbate a lui si rivolge, chiedendogli s'ei voglia essere il protettore o il difensor della Chiesa, nè picciolo è l'util ch'egli n'avrebbe, però che per prima cosa la badia gli dà in feudo una terra del suo dominio, poi alcuna volta gli assicura eziandio de' livelli in danaro, si obbliga di pregare per lui in tutte le necessità della vita, e poi gli concede una tomba sotto il tetto del monastero, chè a quei tempi non era benefizio troppo comune quello di potere riposarsi in pace nel sepolcro, chè la guerra non aveva rispetto neppure alle ossa dei morti. Colui dunque che facevasi protettore della badia, era sicuro di trovar il letto dell'eterno suo riposo sotto quelle lunghe e marmoree volte; ond'è che noi vediamo ancora nelle antiche badie quei prodi cavalieri distesi sul loro monumento: essi furono, vivendo, avvocati e vidami della chiesa, e la chiesa concedè loro l'ultimo tetto ospitale.
Lo stato delle persone fu da quel tempo in poi regolato a seconda dell'avere, laddove, durante il governo di Carlomagno, i popoli distinguevansi piuttosto per razze, per origini, e per la propria loro singola condizione. Franchi, Longobardi, Romani, tali si erano le principali separazioni in cui partivasi la società, le popolazioni erano suddivise ancora, ed ognuna avea la sua legge. Se non che, i capitolari accennano ad una distinzione di gradi; il titolo di nobiles era antico, e derivava fin dalle foreste della Germania; la division legale era principalmente fra gli uomini liberi o franchi ed i servi, distinzione questa d'origine insiem germanica e romana. Ma la gerarchia dei gradi, a proprio dire, e la separazione degli ordini, non vennero altramente che dal reggimento feudale, nato allo scadere dei Carolingi. In quel tempo cominciò a comparir l'alta e la mezzana nobiltà; l'una formata dai gran vassalli con titoli di conti, di duchi, di marchesi e di governatori; l'altra distinta non più che dal nome di fideles milites ma pur non si vuol credere che anche questi semplici valvassori non fossero talvolta uomini d'alto stato, chè abbiamo esempi di conti d'Evreux e conti di Chartres semplici censuari. Non v'erano ancor arme nè imprese a distinguere i casati, chè il blasone non era nato ancora; ma si potean portar segni e simboli, coi quali un nobile faceasi conoscere in battaglia. I feudi soli aveano i contrassegni caratteristici della nobiltà, e il blasone venne solo sotto i primi regnanti della terza stirpe.
I cherici erano, quanto al grado, collocati in una gerarchia tanto alta, per lo meno, quanto quella della nobiltà; e cosa che si vuol particolarmente notare, come caratteristica della seconda stirpe, si è che nella gerarchia la dignità episcopale medesima, non era a gran pezzo sì splendida come la costituzione dell'abbazia. A principiare dalle grandi fondazioni di san Benedetto, gli abbati hanno la preminenza sui vescovi; gli ordini monastici hanno podestà intera; in che consiste appunto la forza morale della società; nel monastero ci sono dignità schierate per ordine, non altramente che nella società universale medesima: tu ci trovi l'abbate, il decano, il cantore, gli arcidiaconi, il cameriere o cubiculario, tanto che ti par d'essere alla corte del principe con le sue dignità feudali. Gli abbati, più potenti dei metropolitani, esercitavano, sotto la seconda stirpe, un'azione grandissima nel governo; ma poi le cose si vanno sotto la terza mutando, e i vescovi acquistano presso i Capeti sempre maggior consistenza.
Gli uomini liberi costituiscono nel periodo carlingo gli ordini generali della società, non essendo la servitù che un'eccezione, come si può veder nei capitolari, che chiamano continuamente gli scabini e i buonomini ad avere cooperazione nei placiti del conte: Franchi, Romani, Borgognoni erano liberi, e con essoloro chiunque trattava le armi, nè alcuno potea sottometterli al servaggio. Ma poi, allo scader dei Carolingi, i più dei proprietari liberi sono chiamati uomini potestatis, che dir volea sotto la signoria d'un padrone, avvenendo degli uomini quel che dei feudi. Finchè ci fu nella società protezione per tutti, ci fu desiderio egualmente e volontà di restar libero, ma poi che nell'innondazione dei Normanni gli uomini liberi si vider soli e senza protezione, un grande numero di essi acconsentì a dare la libertà per acquistarsi il patrocinio di qualche potente padrone.
Molti adunque si fecero volontariamente servi di questa o quella chiesa, di questo o quel signore; l'uom libero non ebbe più diritti, la gerarchia divenne infinita; vi furon indi quelli che chiamavansi ospiti, e vivean sotto la protezione di un monastero o d'un signore, che li assisteva della potenza sua; i colliberti, servi men servi degli altri, liberi del collo, perchè tenevano il mezzo tra la servitù assoluta e la libertà; gli agricoli o ruricoli, specie di contadini coloni, liberi o servi; i servi stessi divisi in mancipii, e in alcune carte chiamati uomini soltanto, familiari in alcune altre; poi vi erano i servi dei boschi ed i servi del dominio. Al tempo de' Carolingi i servi son tutti soggetti alla regola del diritto romano, che non consente loro il possedere, anzi dan fino il peculio loro al padrone. Ma al decimo secolo anch'essi cominciano a possedere, e noi li vediamo aver terre, esercitare impieghi, diventar custodi delle foreste, castaldi delle ville, e fin reggitori di villaggi; tutti pagano un testatico, un censo, e sono, come dir, l'accessorio e la pertinenza del podere, però che nella vendita di un feudo vi son di pieno diritto compresi; essi possono contrar matrimonio, e la Chiesa riconosce la legittimità del sacramento. L'uomo libero che sposava una serva, diveniva issoffatto servo ancor esso, contrariamente al diritto romano, e questa nuova condition sua non cessava che con la manomissione. In processo di tempo il servo divenne artigiano, e i mestieri scossero il giogo imposto dalle leggi franche della conquista.