Nel forte dell'attività e della gloria sua, Carlomagno erasi trovato in comunicazione con parecchie civiltà, e la conquista gli avea posto in mano mille debellati popoli e vinti. Ora è da veder quali diventassero questi popoli, e qual fosse la sorte di tutti quelli uniti all'impero suo.
Carlomagno morir vide papa Adriano, l'amico suo, il confidente intimissimo de' suoi disegni intorno all'Italia, ed egli stesso avea scritto il di lui epitafio; ed ecco, per una compensazione della provvidenza, Leone sopravvivere all'attempato imperatore, per celebrare la gloria di lui, e rendergli le onoranze funebri in Roma, la metropoli del mondo cristiano, dove, col suono di tutte le campane, annunziavansi quelle pompe solenni, chè l'impero d'Occidente avea perduto il suo signore. Leone era stato partecipe dei disegni di quest'ultimo, avea raccolti i fatti principali del suo regno, e alcuni anche si vedeano scolpiti sul mosaico del palazzo di Laterano. In mezzo pure alla chiesa di Santa Susanna, vedevasi un monumento curioso della scuola greca, rappresentante Leone III che recava una chiesa sulla palma della mano, siccome incontrasi in varie pitture del medio evo, ed a fianco di lui Carlomagno vestito alla foggia de' Longobardi, con folta barba e con la spada che gli pende a lato[148].
Leone pianse il protettore della romana sede, poi anch'egli morì nell'anno 816, ed ebbe a successore Stefano IV, nato di patrizi. La fedeltà dei pontefici verso l'impero d'Occidente non fu interrotta, e ne prestaron solenne giuramento nelle basiliche a Lodovico, figlio di Carlomagno; anzi l'anno medesimo della sua esaltazione, Stefano venne in Francia, e sacrò esso Lodovico nella cattedrale di Reims, consumando in questo viaggio ed ufizio il suo pontificato, che durò sette mesi appena. Pasquale, suo successore, di patria egualmente Romano, provò un poco a scuotersi di dosso la signoria dell'impero, e infatti, di mano in mano che Lodovico Pio andava infiacchendo, più facil diveniva questa separazione del papato dall'impero, però che i pontefici essendosi collegati coi Carolingi, solo per esser da questi difesi contro i Longobardi ed i Greci, come tosto divenivano impotenti a ciò fare, quelli tornavano nella sovranità loro assoluta. Noi vediam quindi Pasquale far pronunziare sentenze capitali senza ricorrere all'autorità imperiale. Uomo ragguardevolissimo era questo Pasquale, e ammiratore delle scienze e delle arti, dava ricovero ai Greci che fuggivan di Costantinopoli per la quistione delle imagini.
Dopo di lui Roma si sciolse definitivamente dai Carolingi, sì che Lotario trovossi costretto ricorrere al foro della cristianità, per far riconoscere la vacillante autorità sua, e mentre l'impero d'Occidente n'andava in pezzi e briciole, i papi mutavano le pratiche loro coi Carolingi, non essendo questi più per essi nè uno strumento di luce, nè una molla di civiltà. Gran danno fu pel medio evo questo allentamento momentaneo e logoramento dei vincoli tra il pontificato e i popoli della Gallia, chè più non v'ebbe indi innanzi nè podestà, nè concetto morale: da Roma riverberavano gli ultimi raggi della civiltà antica, ma poi che la feudalità venne a render materiali tutti gli elementi della podestà, essa Roma non ebbe più niente a che fare con quella società, e non troviamo ormai più nè carteggio di papi, nè epistole degne di prender luogo nel codice carolingo; le tenebre sono universali, fino a che Gregorio VII fortemente ripigli e stringa l'intellettuale e moral dittatura della società, alla fine del secolo undecimo. Gregorio VII è, dopo Carlomagno, colui che pensò più di proposito alla suprema centrificazione del potere.
A volger l'occhio verso Costantinopoli, ivi pur si vede a poco a poco dileguarsi le comunicazioni fra' due imperi; gli annali bisantini più non parlano di quel grande diadema d'Occidente che splendeva in fronte a un sol uomo, e pure, pochi anni appena erano corsi dal dì, che tra Niceforo e Carlomagno erano stati di reciproco consenso segnati i confini dei due imperi, che s'eran fermate sopra basi regolari le corrispondenze dei sovrani e dei popoli, e che le greche ambascerie eran venute a cercar Carlomagno, fino alla sua corte d'Aquisgrana. Niceforo avea preceduto alla tomba Carlomagno; ben contento, in vita, mentre era tutto nella sua guerra co' Bulgari, d'aver potuto conchiuder un trattato di buona concordia coll'impero d'Occidente; il regno brevissimo di Staurazio suo figlio non alterò punto l'accordo fra i due Stati, e rinunziata ch'egli ebbe la corona, ne fu cinto Michele Curopolata in tempo che il grande imperatore ancora vivea; e quand'egli morì, governava l'impero bisantino Leone V, il quale eletto in campo dai soldati, tutte rivolse le forze sue contra i Bulgari, poi, al par di tutti coloro che uscivan della gente siriaca, si pose a perseguitare le imagini ed a fare in pezzi i capolavori dell'arte, finchè i Greci, sollevati, l'ucciser di ferro a Costantinopoli in una sedizione. In queste commozioni, ch'ebber fine con l'esaltazione al trono di Michele il Balbo, appena è parola dei successori di Carlomagno; le comunicazioni fra i due imperi non erano state più che momentanee: troppo differente era la civiltà dell'uno da quella dell'altro, e se Greci e Occidentali si eran fra loro accostati, ciò era solo avvenuto così esternamente, chè in sostanza restavano anzi cordiali nemici. Appena ivi rimase, coll'andar del tempo, qualche lieve reminiscenza dei trattati di Carlomagno con l'Oriente, nè più s'ode far menzione di Costantinopoli, se non al tempo delle crociate, quando i Franchi, alla vista di Bisanzio, forman concetto della sua grandezza, poi, per forza di conquista s'impadroniscono di quella corona, e ne cingono un conte della loro nazione. Antichi erano gli odii fra i due popoli, e un pretesto bastò a farli scoppiare, e Roberto di Parigi ben dir poteva dell'imperatore Alessio Comneno: «Chi è questo villano che sta seduto, mentre tanti gentiluomini sono in piedi?»
Durante il regno di Carlomagno, gl'imperi d'Occidente e d'Oriente si toccavano coi confini, il che aiutava la corrispondenza fra i due imperatori. Da altra cagione movea la lega coi califfi; lo splendor della fama di Carlomagno aveva indotto Arun-al-Raschild a mandargli ambasciadori e presenti, e la respettiva condizione dell'impero di Occidente e del califfato riguardo alla Grecia, era cagione di queste amorevolezze, chè amendue erano emuli di lei. Aronne avea preceduto di quattr'anni Carlomagno al sepolcro, e precedutolo pure nell'esempio di dividere, per testamento, il suo vasto impero fra i tre figli suoi. Amino, il primogenito, assunse la dignità di califfo, e principe effemminato com'egli era, si diede in preda a tutte le voluttà del serraglio, finchè perì in una congiura militare, chè appena contava l'età di ventott'anni. Gli succedette Mammuno, il secondo dei fratelli, nell'anno appunto che morì Carlomagno; e il regno suo fu, più che da altro, occupato dalle polemiche tra setta e setta; egli si chiarì contro gli Abassidi, e quindi rivoluzioni sopra rivoluzioni. E nondimeno l'epoca del suo califfato non è senza splendore, chè la letteratura orientale prese sotto di lui un far largo, ed a lui fu dovuta la traduzione in arabo degli antichi filosofi greci. Gli annali dei poeti e degli altri scrittori della sua nazione dicono ch'ei trattava con eguale benignità Cristiani e Musulmani soggetti all'impero suo; e noi, per le istorie nostre, abbiamo memoria ch'ei conservò qualche corrispondenza di politica e di commercio con Lodovico Pio, e che al pari del suo predecessore Aronne, mandò inviati alla corte d'Aquisgrana.
Dopo Mammuno tutto finisce e sciogliesi quanto a comunicazioni diplomatiche con l'impero d'Occidente; ed eccone la ragione: A tener vive le pratiche e i trattati fra popolo e popolo è mestieri che la podestà sia ben ferma in seggio, e sicura della sua durata; ora, finchè lo scettro d'Occidente fu in mano d'un uom potente, le calde menti orientali, fortemente percosse da tanto splendore, salutarono Carlomagno, e i califfi poterono a lui venire per inchinare la possanza sua, e far trattati con lui; ma poi che quest'impero fu caduto in basso, poi che null'altro ebbe a presentar che rottami, chi avrebbe ancor voluto conchiuder trattati con esso, e concedergli privilegi? Onde i califfi si sciolsero dall'Occidente; gli odii e le nimicizie religiose si risvegliarono; Gerusalemme e il sepolcro di Cristo provarono i rigori dell'islamismo; i Cristiani furon soggetti a severa vigilanza, e questi, a rincontro, tutti sdegnati, giurarono la liberazione del grande Sepolcro. Non vi saran dunque d'ora innanzi tra l'Oriente e l'Occidente se non pratiche ostili e di guerra; già nell'amor dei pellegrinaggi si vengono apparecchiando le crociate, le quali scoppiarono in breve con grande fracasso, chè quei due sovrani spiriti, di Carlomagno e di Arun-al-Raschild, più non vivono per comunicarsi a vicenda il lume loro. Di questo modo rasciutte si trovano le maggiori sorgenti di civiltà per l'Occidente, che erano le comunicazioni con Roma, con Costantinopoli e col califfato; e le Gallie ricadon nella loro solitudine fino all'ora dello svegliarsi.
L'impero di Carlomagno componevasi di elementi diversi, di varii popoli da lui conquistati, o domati, o ereditati da Pipino suo padre. Or quali divenner dopo lui questi popoli, e quali segni serbarono della civiltà carolinga? Gli Alemanni furon quelli da cui Carlomagno derivò la fonte più pura della forza militare; essi lo aveano seguito e re e imperatore in tutte le guerre, ed eran uomini di gagliardía e di lena, e fedeli a ogni cenno di Carlomagno, però che anch'egli è della stirpe loro. Ond'è che anche morto lui gli Alemanni non cessarono di formar corpo di nazione, e conservarono quasi per rammemorazione la dignità imperiale; e, nell'ampia spartigione di Verdun, ebbero Lotario per loro caposignore. Il salterio in lettere d'oro della badia di Sant'Uberto ce lo rappresenta di alta e veramente alemanna statura, seduto sur un'antica seggiola, le cui braccia sono formate da un leone e da una leonessa, calzato di bende in croce, coperto d'una clamide annodata sovra la spalla, con la corona in capo, la spada nella guaina, e con un lungo bastone in mano a foggia di scettro. Cotesto Lotario è quell'imperator di Germania che conserva la dignità quale fu per Carlomagno istituita da papa Leone. Fra i disordini della seconda stirpe la Germania va in pezzi anch'essa con tutto l'impero: i Bavari formano una nazione spartata, che ha suoi duchi o re; Lodovico il Germanico divien signore di tutte le terre situate sul Reno, e questa presa di possesso delle provincie è la prima base del diritto pubblico alemanno. I Bavari, sempre fedeli a Carlomagno, ubbidiscono a Lodovico perch'egli è di quel sacro lignaggio, e alla Baviera si congiunge la sovranità della Pannonia e della Carinzia, e l'omaggio dei Boemi e dei Moravi. Ci sono già re di Baviera e duchi di Lorena o di Sassonia: la Germania pur essa incontra la sorte comune a tutta l'Europa; lo spartimento dei principati diviene il cardine della sua politica costituzione, ma pur nondimeno essa è e rimane carlinga. I Sassoni soli mostrano di non accomunare il generale amore e l'alta ammirazione che la Germania porta al grande imperatore; però che conservano un rancore che va tramandandosi e perpetuandosi di generazione in generazione: vivo e lungo durò fra loro l'odio per Carlomagno e la venerazione per Vittichindo, e ben si potè dispergere e sperperare quei popoli, ma non ispegnere in loro l'antica avversione. Questo risentimento del passato ferve parimenti nei Frisoni, nè appena l'imperatore ha chiuso gli occhi, si spiccano dall'impero, e formano un ducato a parte, per unirsi in appresso a que' conti d'Olanda che serbano per sì lungo tempo la natía loro salvatichezza. Carlomagno, vedendo nel futuro, avea sparsi i suoi conti per tutta la Frisia, soggettandoli al governo d'un duca, che aveva il carico delle cose militari; Lotario aveva indi avuto la signoria di quella provincia fino alla Mosa, affinch'egli la difendesse contro i Normanni; poi andava a cader nelle mani d'un de' potenti capi delle popolazioni scandinave, di nome Gottifredo. Ed eccola fatta parte della Dania; nel qual tempo la Frisia soggiacque a una paurosa catastrofe: il mare gonfiossi, e rigurgitò il Reno per mezzo alle terre, sì che una parte della popolazione fu inghiottita dall'acque: tempo veramente calamitoso e fatale! Tuttavia, questi popoli alemanni, quanti sono dal settentrione al mezzodì, amici o nemici, serbarono profonde rimembranze di Carlomagno, e dir potevasi che il sangue carolino scorreva in quasi tutte le vene dei principi, e duchi, e conti de' paesi bagnati dall'Elba, dal Reno e dal Veser. Ivi serbavansi i loro silvestri costumi, la consuetudine della giustizia loro, la tradizione della loro istoria. E tu, nobil casa d'Absburgo, qual è il primo de' tuoi antenati? E non reca egli in fronte il sigillo del grande imperador d'Occidente? E tu, degna prosapia regale di Baviera, non ti congiungi tu agli Arnoldi e ai Carlomanni, ch'ebber Carlomagno per antenato?
I popoli d'Italia o i Longobardi, che per la conquista al di là dell'Alpi furono i primi uniti all'impero, se ne spiccarono con la medesima facilità, nè altre orme ivi si trovano del passaggio dei Carolingi, che i monumenti sparsi qua e là per le città; e questo periodo della gente longobarda viene a poco a poco a confondersi con gli usi della gente primitiva. Al secolo nono non c'è più luogo a distinzione fra queste due razze; l'Italia vede nascere mille diversi principati; mentre i papi conservano il patrimonio di San Pietro, contendendolo agli imperatori della casa di Svevia, Milano conserva una tumultuosa independenza, e gli abitanti della Lombardia, ubbidito per poco ai re, ne scuotono fra breve il potere. Non v'ha maggiore sminuzzamento di quello delle dette popolazioni italiche nel nono e nel decimo secolo; continua v'è la guerra civile, come se tu fossi al primo nascimento del Lazio o al tempo delle prime guerre di Roma. Ai quattro lati della penisola, e in mezzo al generale trambusto, spuntano le repubbliche di Venezia, di Pisa, di Genova e d'Amalfi; ogni provincia diventa una signoria; qua i duchi del Friuli rivivono in una schiatta di vassalli quasi barbari sotto i nomi di Cadaloaco e di Balderico: colà un conte palatino, di nome Adalardo, s'impadronisce del ducato di Spoleti; nuovi duchi di Benevento escono d'una famiglia lombarda, che si stabilisce in quell'antico principato; e questi alti signori feudali fanno accanita guerra contro Napoli, città greca in uno ed italica, che più tardi diventerà normanna, ed ora ha suoi duchi sotto la protezione, benchè solo di nome, degli imperatori di Costantinopoli.
Curiosa è la storia dei Napolitani alla fine del regno di Carlomagno, quando quei popoli riottosi, in mezzo alle subite e frequenti loro sollevazioni, sono continuamente minacciati dai Saraceni d'Africa, che agognano la Sicilia e il bellissimo sito di Napoli, intanto che da Gaeta e da Amalfi, porti principali di quel paese, i loro intrepidi mercatanti armano bastimenti ed escono fieramente in corso contro agl'infedeli. Di quando in quando ci sono anche patrizi greci d'una tal qual vigoria, e la storia ci ha conservato il nome del patrizio Gregorio, che sperdè la flotta dei Saraceni, però che si vuol notare aver sempre i Greci conservata in mare una incontrastabile superiorità. Non v'era popolo più turbolento a que' giorni del napolitano: e ben altro che starsi a godere il sole tranquillamente sdraiati in sulla sabbia d'un golfo sì bello, quegli abitanti si agitano in discordie civili, ammazzano i duchi e i vescovi loro, e sono continuamente in guerra co' papi, co' Greci, co' Mori, co' Saraceni, finchè son costretti cedere sotto il braccio conquistatore dei Normanni, che vengono nel decimo secolo a insignorirsi di Napoli e della Sicilia[149].