Le croniche di Carlomagno dicono ch'egli possedette una parte della Sicilia, la Corsica, la Sardegna e le isole Baleari: or come questo? a titolo di alto signor feudale, o semplicemente di protettore? Tutte le quali ubertose isole si spiccaron dall'impero suo quasi all'istante medesimo della sua morte, senza che pur orma vi restasse delle sue leggi, nè del suo governo. In fatti avvenne egli mai che i conti franchi dell'età carlinga possedessero interamente quell'isole del Mediterraneo di continuo minacciate dalle flotte dei Mori e dei Saraceni? Ad esercitare una reale sovranità sulle terre bagnate e interchiuse dal Mediterraneo era bisogno d'una flotta numerosa; e Carlomagno bene avrebbe potuto conquistarle con un'ardimentosa spedizione, o vincerle con una inaspettata correria, ma non conservar nè la Sardegna, nè la Corsica, nè la Sicilia, nè le isole Baleariche, senza l'aiuto d'una gran forza di mare, ch'ei non avea. Ond'è ch'elle rimasero esposte a tutte le piraterie dei Mori, delle quali si legge nelle cronache la dolorosa descrizione. Talvolta i pirati, precipitandosi sulle coste della Sicilia o della Sardegna, rapivan le vergini che venivano ad attigner acqua alla fontana, o s'avvicinavano alla riva; tal altra i Barbari spogliavano le arche ed i reliquari d'oro, a imitazione dei Normanni, che lo stesso facevano sulle coste settentrionali: dove si piantavano in qualche parte della contrada, conservando la signoria delle città, e innalzando torri a mantenersi nella possession del paese; e dove s'impadronivano di tutta la terra, come fecer dell'isole Baleari. Se non che spesso le popolazioni, sollevandosi alla voce del vescovo o del conte loro, si scagliavano sui pirati, e si liberavano da sè, senza soccorso nè appoggio altrui. Qualunque fosse la sorte di quei paesi, fatto è che alla morte di Carlomagno non fecero più parte effettiva dell'impero suo, nè v'ha più traccia di questo, e appena è che si trovi qualche memoria dell'imperatore nelle canzoni nazionali e nelle croniche popolari.

Questi Saraceni che vengono a disertar le isole del Mediterraneo, appartengono a quella medesima razza che conquistò la Spagna, dove l'impero carlingo s'è allargato fino all'Ebro; e Barcellona, Saragozza, Pamplona, Tortosa, Huesca sono in mano ai conti franchi. Oh quanto mutati s'erano i tempi dopo quell'audace invasion de' Saraceni fino a Poitiers! Ma dopo la morte di Carlomagno che avvien egli delle possessioni franche al di là dei Pirenei? I Saraceni approfittaron senza dubbio del decadimento della seconda stirpe per incominciar di nuovo le loro invasioni? No; le conquiste di Carlomagno non aveano per nulla mutata la prima condizione dei popoli, e dai documenti storici risulta ch'egli avea principalmente adoperato la razza gotica a mantener la dominazione delle provincie prima soggette ai Saraceni; accorta politica questa sua, con la quale imponeva il governo dei vinti agli umiliati conquistatori.

Se non che allo scomporsi dell'impero que' conti goti vollero anch'essi rendersi independenti, e indarno si fa per metterli al dovere, ch'essi trovan chi li aiuta e nei Saraceni di Spagna, ed in quella razza di Guasconi che conserva la nativa sua libertà. Egli è giusto dire di Lodovico Pio che la Spagna gli sta particolarmente a cuore; allevato come ei fu in quelle meridionali provincie, e fatta parecchie volte la guerra di là dai Pirenei, egli si fa indi protettore dei Cristiani nelle Asturie, fra i monti dell'Aragona, e fin anco nell'Estremadura. Morto lui, la gente saracina riprende un po' di lena, e torna alle sue correrie, onde Abderamo, che regna in Cordova, può a ragione inviare alla sua diletta città versi in coi millanta il valore di sè e delle genti sue.

I Saraceni armano la flotta loro, e corseggiano minacciosi fin sotto a Marsiglia; fu a quel tempo che la leggenda racconta di santa Eusebia, badessa d'un pio monastero affiliato a San Vittore. Aveva essa quaranta suore in altrettante celle, e all'apparir dei Saraceni sulla spiaggia, tutte, per non rimanere esposte alle passioni brutali dei Barbari, si mozzarono il naso, tanto avean più a schifo la bruttezza del peccato che quella del volto! Le popolazioni gotiche intanto approfittarono, per liberarsi, di questo nuovo impulso che spingeva i Saraceni al di fuori, e dappertutto insorgevano insieme coi conti di Castiglia e d'Aragona, per correre all'independenza, ingaggiando gagliardamente la guerra coi Saraceni. In breve avrem quindi dei duchi di Navarra, di Guascogna e d'Aquitania, mentre l'opera di Carlomagno si va per modo spezzando a mezzodì, che vedremo re e duchi di Provenza della schiatta germanica, ed un regno d'Arli unito all'impero di Lamagna. In quel tempo di confusione non v'ha distinzione alcuna di titoli: regni, ducati, contee hanno, per così dire, la medesima prerogativa; in vano trovar vorresti una monarchia; l'impero di Carlomagno ha tutto assorbito in sè, e dopo esso più non restano che rottami e frammenti di titoli e di dignità.

Nel tempo che l'opera carlinga tutta se ne va a soqquadro, la Francia, la nobil Francia si spicca dall'impero, che resta germanico, e costituisce la sua nazionalità personale, e appena conserva qualche lontana comunicazione con l'Alemagna ad oriente, con la Frisia e l'Olanda a settentrione, con la Spagna ed anche con l'Aquitania a mezzogiorno. La Francia non ha più nulla di carolino, nè i Capeti punto raccolgono la successione di quelle massime e forme; i conti di Parigi niente han di comune con la schiatta germanica; Filippo Augusto differisce da Carlomagno: egli è un altro tipo, un'altra civiltà; l'ordinamento della monarchia francese componesi con altro concetto che con quel dell'impero: egli è, per così dire, un frutto del luogo; la Francia si ricostituisce con le condizioni d'una vita novella e cogli elementi d'una vigorosa esistenza. In quest'opera, che ha principio da Carlo il Calvo, essa è sconvolta da due tremendi flagelli: le invasioni dei Normanni e quelle degli Ungari. Se non che, come sempre avviene tra le nazioni che fanno di ordinarsi, le invasioni de' Normanni che disertano le provincie, si trasformano ed ordinano esse pure, e da flagelli che prima erano, diventano elementi di forza e di vita. Lo stabilimento dei Normanni nella Neustria è un de' fatti più notabili della storia; ritemperò esso la nazion franca di più vigorosa complessione, la ristorò di giovin sangue, e fu come se tu dicessi un ramo nuovo innestato sopra un vecchio tronco: i discendenti dei Sassoni vennero a gittare una colonia nella Neustria in quella guisa che Carlomagno avea gittato colonie di Franchi nella Sassonia. E non faceasi forse tutto a que' dì per colonie? E l'esaltazione de' Carolingi non fu ella una colonia austrasia fra la Senna e la Mosa? I duchi di Normandia divennero i più fermi sostegni del trono dei Capeti, fino a che divenuti anch'essi re d'Inghilterra, tornano alle antiche gare con la corona di Francia.

Il secondo flagello, come detto è, che gravò sui Carolingi in sul loro cadere, fu l'invasione degli Ungari, popolo errante che mostrasi in arme nella Borgogna e nell'Austrasia. E' non cercan costoro una stabil dimora, ma danno il sacco; e poi, a modo di tutte le altre genti tartare, si sbandano, e se ne vanno carichi di bottino. Di che origin sono questi Ungari? E non son eglino forse un'altra reazione dei popoli domati già da Carlomagno, un rottame dell'edifizio carlingo che cade sul popolo franco? Sì, sono. Quegli Schiavoni, quegli abitanti della Pannonia, quegli Unni che pagavano tributo a Carlomagno, allo spirar suo vengono fieramente a sedersi sulle ruine dell'edifizio medesimo. Oh che doloroso spettacolo la distruzione di quest'opera! Imparate, o conquistatori, che forzar volete la natura delle cose: passate, e tutti fanno indi a ruffa raffa delle vostre spoglie, principi, popoli, tribù, a chi più ne coglie...

In mezzo a tanto disordine di tempi come cercar le tracce del commercio e dell'industria? Carlomagno, non già che concedesse speciale protezione al commercio, ma ne aveva col suo modo di governo aiutato l'incremento. Tutto che sia grandioso e forte, impronta della natura sua la società civile; l'impero era ordinato in modo che assicurava prima d'ogn'altra cosa la centralità del potere, l'immunità d'ogni persona, la custodia delle pubbliche strade; al di fuori, le corrispondenze diplomatiche apparecchiavano quelle del commercio; cose tutte che procedevano da un ordinato governo fatto a dare la spinta sulla via del progresso, e la vita politica alla nazione; ma quand'esso ebbe a cadere, tutto fu disordine e confusione; non v'ebbe più lusso, nè più traffico, però che le vie di comunicazione non erano più sicure; i Normanni correvano le provincie, i popoli fuggivano, su ogni luogo eminente si rizzavano torri, ma se queste valevano a protegger gl'inermi abitanti, divenivano altresì il riparo dei signori, i quali svaligiavano i mercatanti che s'attentavano di viaggiar soli.

Le relazioni di quei tempi ci fanno una dolorosa e lagrimevol pittura di questo stato sociale, in cui non era più orma di quel tempo glorioso dell'impero d'Occidente, quando le grandi carovane dei mercanti, partendo dalla Siria, da Roma, dalla Scandinavia e dall'Inghilterra, venivano ad attendarsi nelle fiere e nei landitti di San Dionigi: chè oramai nessuno vuole perigliarsi più per quelle vie infestate dai Normanni e dalla gente da guerra. Oh quanto desolata è la società del secolo nono! Tutta quella generazione prorompe in grida di dolore; i monasteri cantano le lamentazioni di Geremia per implorare la misericordia di Dio, e non sono ancora trent'anni che Carlomagno dorme l'eterno sonno! Le instituzioni dell'imperatore d'Occidente non penetrarono altrimenti nelle viscere di questa società, che rimase sempre la stessa; nulla in essa è mutato, nè bisogni, nè passioni, nè costumi; quanto egli fece a pro del commercio, tutto è morto insieme col suo regno; le vie di comunicazione sono interrotte, incompiuti rimangono i canali.

Quel tanto ch'ei far potè pel commercio, non si stende al futuro; tutto, dopo lui, si urta e si spezza; nè la cosa potrebb'essere altramente, quando non si può andar da una città all'altra senza grosse scorte e per carovane; i lupi vengono a torme ad urlare fino alle porte delle città, sì che ognuno si chiude e vive entro i suoi domestici lari. Il secolo undecimo è sì ignorante in geografia, che i Normanni non sanno come sia configurato l'Angiò, e ancor meno la Borgogna e l'Isola di Francia. Onde, chi pensar potrebbe ai negozi del commercio? Essi quindi si limitano al bisogni giornalieri; le vesti di bigello si tessono dentro a' monasteri; si foggia qualche strumento per l'agricoltura; l'uomo tiensi alla terra siccome alla grande sua nutrice, sì che tu diresti quella società una famiglia di schiavi, con tutti al piè la catena che li lega al campanile della parrocchia. Orsù, aspettiamo per veder rinascere e rifiorire il commercio, che sorga nel secolo decimo l'ardente amor de' pellegrinaggi; ed ecco allora allato di quegli uomini servi, di quegli appartati solitari, levarsi numerose bande, composte di nobili, di plebei, di preti, di monaci, tutti muover per una sola meta, la liberazione del sepolcro di Cristo; avviarsi per l'Alpi, attraversare l'Italia, e quali imbarcarsi a Marsiglia, quali a Venezia, a Pisa o ad Amalfi, passare per mezzo alla Grecia, e salutata Costantinopoli, giunger finalmente nella Siria lontana. E in questo lungo tragitto quante nuove cose si affacciano alla vista loro! Le arti nascenti, le città trafficanti, però che se la centrificazione predisposta da Carlomagno non riesce se non ad un fine, e mal certo anche questo, gli sforzi individuali di alcune di quelle comuni ottengono di moltiplicar le dovizie del traffico: raro è che un poter troppo assoluto possa qualcosa in quest'elemento di ogni ricchezza; il despota è troppo imperioso nei voleri suoi, troppo superbo ne' suoi comandari; il commercio in vece ama di correr libero, spontaneo, e chi l'imbriglia, lo strozza. Mirate di rincontro agli sforzi di Carlomagno, lo spontaneo impulso che si vien manifestando a Marsiglia, a Venezia, ad Amalfi, e in mezzo alle ruine dell'impero contemplate le città repubblicane innalzarsi all'apice del loro splendore[150]. E delle instituzioni mercantili di Carlomagno che resta? L'unità del peso e della moneta se ne va, la gabella delle merci cade in dimenticanza, ogni città ha i suoi statuti particolari, ogni repubblica le sue cause in sè di grandezza e di decadimento, ma tutto estraneo resta al concetto carolino.

Quel tremendo turbine di barbarie seco travolge indi l'arti appena nate; tutto sotto lo scettro di Carlomagno tendea verso una certa perfezione; i Greci e i Romani, grandi educatori del genere umano, compieron di belle opere. In fatti v'ha egli cosa che pareggiar si possa ai manoscritti del secolo nono, ed a quei caratteri sì chiari e belli che li diresti stampati? Pigliamo un messale o un codice teodosiano di Carlomagno e di Lodovico Pio: che scrittura nitida! che disegni tratteggiati all'antica! Quelle lettere, sopra tutto, color di porpora o di splendidissimo paonazzo, scritte sur una bella pergamena, che conserva la finezza e saldezza sua dopo ancora che i secoli l'hanno abbrunita!