Ma che resta di quest'arte carolingica, incoraggiata già dal gran Carlo, poi che soggiacque alle agitazioni della seconda stirpe? Un nonnulla. Le carte diventano inintelligibili, la scrittura s'imbroglia, nè più orma serba dell'antica chiarezza; non v'è più perizia negli operai: tutto palesa che siam tornati alle barbarie, che per poco fu nelle Gallie diradata. L'arte diviene ancor qual era al principio della prima stirpe; il Franco torna Franco; il Barbaro ripiglia l'antica sua scorza: il punto luminoso sparisce, e tutto ricade nelle tenebre. E in che modo l'arte avrebbe potuto fiorire, quando le vie rotte non consentivano più l'andare da una città all'altra, e quindi toglievano tutte quelle vicendevoli comunicazioni onde artisti e dotti hanno bisogno per contraccambiarsi i loro lumi. Al tempo di Carlomagno gli artisti poteano salutar Roma e Costantinopoli, raccoglier come reliquie preziose gli ammaestramenti d'un'altra età; ma in sullo scadere dei Carolingi altro innanzi a sè non aveano che la terra coperta di brume, il cielo tenebroso e tetro, le invernali notti, il suon delle campane, le strida degli uccelli da preda, e una natura che avea sol voce ad annunziar la peste, la fame o la morte!...

In mezzo a così rapida ed intera distruzione dell'opera, che accadeva degli altri rottami? e i rampolli della famiglia carlinga sopravvivevan eglino ancora alla ruina dello smisurato edifizio eretto da Carlomagno? Niuna famiglia certamente fu più numerosa di quella dell'imperatore: rigogliosi furono i rami che mise la pianta germanica, e figli e figliuole circondarono il vecchio signore, chè s'egli ebbe parecchie mogli, si fu per averne una discendenza, a modo di Davide e dei patriarchi; ed esse gliela porgono, ed ei nascer si vede l'un dopo l'altro Carlo, Pipino e Lodovico. Il solo de' figliuoli suoi di cui egli abbia a dolersi, è il primogenito, bello di volto e difforme di corpo, Pipino il Gobbo, che si ribella insiem coi Bavari e con Tassillone; ma Carlomagno il fa radere, e coronato con la tonsura in un monastero di San Benedetto, non s'ha oramai più a temere di lui, ed impotenti sono le sue cospirazioni.

Se non che la morte si scaglia su questa famiglia, e trae l'un dopo l'altro, Carlo e il secondo Pipino, al sepolcro, con funerale accompagnatura di armigeri, e con poeti che scrivono i loro epitafi. E per verità questi giovani erano due menti robuste, e intelletti capaci, e braccia potenti a sostener l'edifizio carolino. Già li vedemmo, fanciulli ancora, in mezzo alle battaglie; Carlo o Carlotto seguir suo padre in quasi tutte le guerre della Germania, e Pipino fare in persona le spedizioni d'Italia contro gli Unni ed i Barbari. I quali due figliuoli, sì degni del glorioso padre loro, e sì atti a succedergli, muoiono pochi anni prima ch'egli scenda nel sepolcro; che se avessero potuto regnar dopo di lui, l'impero forse si sarebbe consolidato in tre grandi frazioni nelle mani loro ferme e capaci di reggerlo: a Carlo il regno d'Austrasia, l'Alemagna, la Fiandra, la Frisia, il Reno, l'Elba, la Mosa; a Pipino l'Italia, le popolazioni degli Unni, degli Avari e le isole del Mediterraneo; a Lodovico Pio il regno d'Aquitania ed i popoli dalla Loira all'Ebro. Difficile certamente sarebbe stato di mantenere unito un impero composto di popoli sì diversi e di sì contrari elementi; ma egli è da considerar che Carlo, il primogenito, era tedesco di costumi e d'origine, che Pipino avea passata sua vita fra le Alpi e gli Apennini, e che Lodovico era benvoluto in Aquitania, della quale avea preso gli usi e i costumi[151].

Tre grandi monarchie adunque sarebbero nate da quel gigantesco impero; ma il sol de' figliuoli sopravvissuto a Carlomagno è Lodovico d'Aquitania, l'ultimo nato, il quale non è altrimenti un giovine inetto, e bene il mostrò governando con man forte i paesi dalla Loira ai Pirenei. Egli fece la guerra con buon successo; merito suo fu la conservazione di tutta la frontiera meridionale; a lui fu dovuto il compimento del sistema delle città e torri fortificate a riva de!l'Ebro; egli s'è abituato già alle cure del regno, molti sono i suoi capitolari, e mostrano ch'egli conosce l'arte di bene amministrare e governare; ha fatto suo tirocinio nella podestà regia, e moltiplicato i diplomi, spargendoli per dove egli passava, Carlomagno, finalmente, sentendosi vecchio, lo ha fatto compagno suo nell'impero; e nonostante tutto ciò, quest'impero, ereditato da un glorioso genitore, cade, e va in pezzi, a così dire, nelle sue mani.

Fu sola debolezza di carattere che cagionò questa ruina, o vi cooperarono e l'affrettarono altre cagioni?

Lodovico erasi certamente infiacchito nella corte sua d'Aquitania, chè nè la gente pure del nord resister sapeva all'influenza di quei sì molli costumi e di quel calido sole; allevato in mezzo a città quasi intieramente romane, i suoi consiglieri, i suoi amici sono poco men che tutti Goti o Aquitani; con essi ei muove alla guerra, ad essi affida il governo, e quando viene alla corte d'Aquisgrana per assumere la participazion dell'impero, i conti e i cherici delle meridionali provincie ve lo accompagnano, e parla la lingua loro, e usa abitualmente il latino, nè sa pur pronunziare il tedesco, sì che gli antichi cronisti ne lo riprendono. I leudi che circondano Carlomagno, oramai vecchio e spossato, portano lunghe vesti, ed hanno aspetto rigido e grave, intantochè i nobili del seguito di Lodovico sono gai e piacevoli come istrioni, vestono succinto, appena hanno indizio di barba; e ciò che più offende i leudi, si è che Lodovico anch'esso veste alla foggia di quei meridionali, quasi a testificar ch'egli è re ancora di quei popoli avversi alla razza germanica. Onde i mali umori e le cagioni che moltiplicano da bel principio le difficoltà intorno a Lodovico Pio, il quale, fatto imperatore, non è altrimenti servito con quella devozione e quel timore che inspirar sapeva il gran Carlo, ora chiuso nella tomba[152]. In somma, Lodovico è un uomo del mezzodì, e come potrebbero i conti del Reno e della Mosa altro che a malincuore ubbidirgli? La monarchia carlinga aveva avuto suo fondamento da una grande invasione della razza austrasia nella Neustria; Carlo Martello e Pipino aveano abbandonato le selve della Turingia per venirsi a impadronire della prefettura palatina di Neustria; dopo di che s'erano messa in fronte la corona de' Merovei: natural corso era questo, il settentrione veniva al mezzodì, e i Germani lasciavano le secolari foreste loro per gittarsi sulla civiltà romana; cosa era questa che avvenir si vedea da cinque secoli; Carlomagno avea condotto a fine l'opera tentata dall'avolo e dal padre suo; dato assetto alla civiltà franca; i popoli meridionali avean ricevuto conti e leudi nati in Isvevia e in Lorena; ma l'esaltazione di Lodovico Pio a mutar venne questa condizione. Or che vien egli a fare alla corte d'Aquisgrana quest'aquitano Lodovico, con quelle sue vesti corte, con quella sua barba rasa, con que' suoi saltimbanchi di Tolosa e di Arli, con quegli Spagnuoli suoi di Barcellona? Parlan eglino forse la lingua tedesca o sassone? partecipan eglino dei sentimenti altieri e inesorabili dei leudi del Reno e della Mosa? Quell'effeminato signore, quel cherico della Garonna e della Loira non dee a lungo regnare sugl'indomiti Franchi.... Non già per questo i Carolingi furon chiamati a succedere ai figli di Meroveo. Ed ecco qui una delle intime cagioni del decadimento della seconda stirpe.

A far indi intera la confusione in questa famiglia, alcuni bastardi, dimenticati, scendono in campo con l'armi alla mano, per dimandar la parte loro nel patrimonio della corona e del fisco, chè i Carolingi ebbero pur di tal prodi figliuoli, i quali, senza nome e senza fortuna, tentarono di formarsi uno stato. Dappoi che lo scettro non è più in mano di Carlomagno, ne' suoi palazzi e ne' suoi poderi è un disordine da non dire: qua un bastardo si collega co' Barbari per combattere il nuovo imperatore; colà insorge un figlio mal contento della parte sua; le figliuole del medesimo Carlomagno, che molte sono, si mescolano in questo moto disordinato, e con la scostumata lor vita fanno lo scandalo delle corti plenarie. La madre di Carlomagno fu una casta donna, e caste pure furon le mogli sue, ma le figliuole non han pur orma dell'indole pudica delle donne germaniche, e in vano vengono chiuse qua e là ne' monasteri, chè elle n'escon per gittarsi di nuovo nel mondo. A que' tempi le ferrate porte delle badie non di rado spalancavansi all'impeto di quei figli, di quei giovani forzati a ricever la tonsura, i quali, sprigionandosi a un tratto dal chiostro, pigliavano la spada per tentare di nuovo il riconquisto del proprio retaggio; nè si contentavan solo di ridomandare il patrimonio, ma si mettevano altresì a capo dei Normanni o dei Saraceni, che invadevan la patria. Il regno di Carlo il Calvo vide appunto un di questi figli, più che altri animoso, di nome Pipino, il gran ribelle narrato dalle croniche, uomo ardente, instancabile. Costui entra in lega coi Saraceni: e che importa a lui della sua fede! Ed anche è voce ch'ei sia miscredente; egli ora invoca e ottiene dagli alcaidi quell'aiuto che dianzi invocava e otteneva dai Danesi e dagli Scandinavi, guidandoli in Bretagna. Egli è certamente un fellone e un traditor del suo principe e della sua nazione, ma pur non ha chi il pareggi in prodezza e in prontezza, e ben si vede che bolle nelle sue vene il sangue di Carlomagno.

Benchè questa famiglia non lasci dopo di sè che indegni successori, pur tal si è lo splendore ch'essa trae seco, che tutta la progenie principesca di Lamagna va superba di questa chiara origine. In fatti, aver nelle vene il sangue di Carlomagno si è la maggior nobiltà che sia mai. Noverar per antenati Tassillone, duca di Baviera, Bernardo, re d'Italia, e Lotario, imperatore, si è il più bel blasone di Lamagna. Quei draghi figurati negli stendardi, que' cimieri, quegli elmetti di ferro, quegli scudi, con l'altre armadure, erano memorie carlinghe, e formavano il vanto di chi ereditate l'avea: sul Reno, sul Danubio e sull'Elba, tu non vedevi nè i fiordalisi di Francia, nè i merli senza becco, nè le pacifiche croci dei pellegrini; no, il blasone di Germania era qualcosa di più duro, qualcosa che teneva delle scoscese montagne, dei fiumi impetuosi, delle foreste d'Austrasia e delle Ardenne. I due blasoni dei Carli e dei Capeti non ebber alcuna rassomiglianza tra loro; ben gli scudi e i cosciali di quella cavalleria si scontraron più tardi nell'agone, e v'ebber di molte lance e spade spezzate. A Bouvines si rinnovò l'antica contesa fra Neustri ed Austrasi, ma in quei giorni la Francia trovato avea, in un con la forza della sua nazione, un re potente in Filippo Augusto, che incominciava il periodo di grandezza per la monarchia dei Capeti.

RICAPITOLAZIONE. PERIODO DELL'ORDINAMENTO.

768 — 814.