Cosa malagevole, in tanta confusione dei tempi, si è lo sceverare distintamente ciò che appartiene all'ordinamento d'un grande impero, da ciò che si concerne alle conquiste militari che l'hanno creato o raffermato. Se non che in Carlomagno ci sono manifestamente due supreme doti personali, genio di guerra e mente alta di Stato. Laonde ogni cosa procede sotto di lui progressivamente e con un certo ordine; la conquista è compiuta quando appunto appare al mondo l'impero d'Occidente; e la legislazione principia quando l'imperatore è incoronato a Roma da papa Leone. Fino a quel giorno l'opera militare fu sì faticosa per Carlomagno, ch'egli applicar non potè ad altre cure: ei pensava a reggere, più che non a crear una stabile legislazione; ma da ch'egli è imperatore, i concetti in lui di legislatore ingrandiscono e si riempiono de' suoi vasti destini.
In quest'andamento dell'impero d'Occidente ci sono instituzioni tolte a prestito, e ci sono concetti d'istinto; le instituzioni tolte a prestito vengon da Costantinopoli e da Roma, dalla Chiesa e dal codice teodosiano; i concetti d'istinto derivano dalla forza e dalla rigogliosa potenza propria degli uomini boreali. Centrificare l'autorità è pensier che viene naturalmente ad ogni valent'uomo, ampliare la podestà è cosa sì naturale, che non è d'uopo raccoglierne il pensiero per trasmissione. Carlomagno non si fa già a mutar lo stato sociale, ma se lo reca in mano per governarlo; in molte cose egli altro non è che il continuator del passato, e nel fare i suoi capitolari egli è costretto di sottoporsi alle leggi barbariche, ed anche di sancirle cogli atti suoi. Quanto alla legge salica, esempigrazia, si può dir ch'egli si contenta di darne una seconda edizione corretta; a quella dei Ripensi poche sono e insensibili le modificazioni ch'egli v'aggiunge: il codice longobardico si rimane intatto, e ben è vero ch'ei distrugge la nazion sassone, ma non istà per questo di conservar lo spirito delle sue istituzioni. «Concesso ad ognuno di vivere secondo la sua legge;» tale si era la gran massima dei codici primitivi dall'imperatore promulgata.
Così, quest'uom supremo non sa intieramente spiccarsi dal passato; indarno egli si prova d'indirizzar la società per nuove vie, chè le consuetudini, i costumi, le leggi se gli attraversano, e la legislazion sua appena ne tocca la superficie. S'egli avesse voluto distrugger la personalità del codice franco, del longobardo o del bavaro: «Olà, imperatore, gli avrebbero detto i leudi, cotesto è patrimonio nostro, come tuo patrimonio è lo scettro: lascialo stare.» No mai, quegli altieri conti, quegli uomini liberi, quegli Austrasi comati, non avrebbero, nelle adunanze del campo di maggio, aderito ad accettar un capitolare che avesse intaccato il sistema delle composizioni, la sola penalità che i Franchi riconoscevano, la legge che regolava i gradi loro e la gerarchia. Necessità fu quindi all'imperatore arrestarsi dinanzi a questi impedimenti; chè anche gli uomini sovrani non sono mai al tutto padroni di dar libero corso ai loro concetti, e mille ignote voci attutiscono la loro: «Oh perchè, chiederà taluno fra sè, si sono eglino fermati a mezzo dell'opera?» nè sa, costui, quanto strazio, quanti travagli, quante debolezze, quante picciole cose si attraversano fra un uomo e il suo destino, fra la volontà sua e l'esecuzione.
Le instituzioni di Carlomagno si riferiscono a diversi ordini d'idee che compongono il governo e l'amministrazione d'un popolo; ma prima, siccome pare, egli è tutto in un pensiero, nella fondazione, cioè, dell'impero; egli cinger vuole la fronte dell'alloro dei Cesari: già patrizio è, e perchè non augusto ancora? Pensiero questo che non gli vien tanto per istinto, quanto per imitazione. In fatti, i Franchi conoscevano forse in mezzo alle loro foreste il titolo d'imperatore? No, che essi aveano i loro heretogz e i loro konnug come gli Anglosassoni, nè ad essi eran giunte le tradizioni augustali di Roma e di Costantinopoli. Mal compresa era tra i Franchi l'idea d'un impero, essendo che la legge salica e i codici barbarici, in generale, non altro posavano che sovra una continua divisione dell'autorità, sullo spartimento dell'autorità regia e delle terre. Qualunque concetto di unione e di coesione era quindi alieno dai Barbari, laddove l'impero posava sopra una gran mistione di nazioni, e di popoli tutti confusi sotto una medesima spada e uno scettro medesimo.
Ed ecco da quell'istante principiare il contrasto tra la creazione romana e la consuetudine barbara. L'impero provasi a tutto unificare: la legge salica inclina a tutto dividere. Carlomagno volle a forza spingere, ed a colpi, a così dir, di manopola, i popoli ad accostarsi e confondersi tra loro, ed i popoli assoggettar non si vogliono a questo giogo. D'onde tutta rivelasi la forza delle consuetudini; l'impero mai non s'intrinseca nei costumi delle domate popolazioni; egli è per esse un'idea che si riman pelle pelle, e che svanirà, perch'ella non è nei loro costumi e nel sangue loro. Volere unir ciò che è diviso, è opera sopra la forza umana, e tanta è questa potenza della salica e franca consuetudine nella division del retaggio, che Carlomagno medesimo l'accetta, quand'ha a lasciare l'eredità sua. Nell'anno 800 l'impero poggia sul fondamento di una vastissima centrificazione, e sei anni presso eccoti il capitolare di Thionville, che divide l'impero in tre grandi porzioni: l'una per Carlo, l'altra per Pipino, la terza per Lodovico.
Nessuna delle creazioni, comprese le amministrative, di Carlomagno serbar può una perfetta centralità: in fatti, fa egli per corroborare la podestà ed ampliare l'autorità de' suoi missi dominici, o messi regii?[153] Fatica gittata, chè questo suo concetto di centrale ordinamento a nulla riesce: i messi regii son sempre in guerra coi conti, coi magistrati d'ogni distretto, e indarno l'imperatore tanto gli spalleggia ne' suoi capitolari, indarno ei cambia metodo all'uopo di meglio sublimarli, chè ad altro anzi non riesce che ad indebolire l'autorità dei conti e dei governatori delle marche e delle frontiere. Finchè attiva e forte è la volontà che mette innanzi e protegge i messi regii, eglino sono ubbiditi, e imagine come son dell'imperatore, alcun che conservano della potenza sua; ma poi ch'egli è morto, anch'essi languono, e dopo Lodovico Pio non se ne trova più fatta menzione. Questo avviene, perchè stranieri alle consuetudini del governo ed agli usi amministrativi della nazion franca, della longobarda e della gotica, sono, a così dire, un'instituzione straordinaria, la quale finir dee con le circostanze che la produssero.
Le due monarchie da Carlomagno instituite in Aquitania e in Italia, si conformano certamente, più che non l'instituzione di cui abbiamo dianzi parlato, ai costumi di quel tempo; le nazioni barbare han già famigliare il titolo di rex, e il trovano buono; solo che Carlomagno di troppo ancora allarga i confini della sua ripartigione. Infatti, potevasi egli fondare un regno italico in mezzo a venti popoli di origini diverse, che se ne contendevano il suolo? E questo re d'Italia poteva egli esser forte tanto da farsi rispettar dai Napolitani, da Roma, dai Longobardi, dai Greci, per non comprendervi eziandio gli Unni della Pannonia? L'Italia era, per lo meno, tanto sminuzzata in popoli e governi, quanto le Gallie, e soggiacer doveva alla medesima sorte, e il regno suo appicciolirsi come quel d'Ugo Capeto e di Roberto, sì se tutto perir non dovea sotto il cozzo di tante diverse popolazioni. Il regno d'Aquitania era meglio congegnato; dalla Loira all'Ebro ci avea una popolazione naturale del paese, che tutta parlava una medesima lingua, e di cui Cantabri e Goti formavano, a così dire, il primo strato. Ond'è che vediam Lodovico Pio fare ottima prova come re d'Aquitania, diventarvi un della nazione, esservi ubbidito ed amato, in ogni luogo moltiplicarsi e dominare gli editti suoi; ma poi giunge il tempo dello sminuzzamento: Lodovico, chiamato all'impero, più non risiede nelle sue città e ville meridionali, e allora sì grande ed intera è la confusione, che nulla più resta d'intatto e d'ordinato; l'opera va in pezzi, l'edifizio crolla, e tutto ne trema intorno e si scommuove il terreno.
I capitolari, che contrassegnano il periodo legislativo di Carlomagno, furon essi un codice regolare e finito, siccome furon le ampie compilazioni di Teodosio e di Giustiniano? V'ebb'egli qualche Ulpiano, o Triboniano germanico o franco, chiamato a stringere il fascio delle leggi carlinghe? Mainò; i capitolari vennero l'un dopo l'altro, e non già spontaneamente e ad un solo tratto; alcuni di essi altro non sono che la confermazione di leggi anteriori, intantochè altri svolgono una teorica amministrativa in miglior consonanza coll'impero. Ma l'uniformità si è principalmente l'intento cui mirano i capitolari; pensiero del resto che non è punto nuovo, e che sorge naturalmente in tutte le menti supreme, e soprattutto in quelle che pendono al potere assoluto; il ridurre a codice le leggi, è un concetto semplice, che viene e piace a quanti amano un forte potere. I grandi monumenti della legislazione tutti procedono da un pensier dittatorio: così il codice civile come i capitolari, così gli editti di Luigi XI come quelli di Luigi XIV, così le provvisioni del Richelieu come gli atti del Comitato di Salute pubblica. L'unità e la semplificazione altro non sono che l'imagine della podestà orientale, cui solo il genio può ampliare e volgere in vantaggio dell'umanità. Lo statuto locale è paterno, e il governo del municipio corrisponde a quello della famiglia, e pur non dimeno, quand'è a fare un codice, sempre si fa a danno delle private consuetudini. Tutto di necessità ceder dee ad una potente centrificazione, però che mandato è dell'uom supremo cacciare, anche a forza, un paese verso le vie sconosciute e grandi della civiltà, foss'anco a scapito degli usi privati e della domestica felicità; così, e non altrimenti, l'unità nazionale vien sempre a surrogar sè stessa alla frazion locale. Ma una differenza ci ha tra i tempi di Carlomagno ed i nostri, ed è che al secolo ottavo l'idea della podestà era debole, e grandissima la potenza d'ogni individuo: onde avvenne che la centralità disparve in cospetto allo sminuzzamento d'ogni terra e d'ogni gruppo d'uomini: laddove oggidì, all'incontro, ci sono state tante spezzature, tanti attriti di opinioni e d'interessi, e sì pochi aggregamenti, che si desidera, quasi per istinto, una podestà forte, e che l'universalità dei codici ha potuto occupare il luogo degli statuti municipali morti già da gran tempo.
Nell'ottavo e nel nono secolo la dittatura non altro esser potea mai che un'imagine di forza materiale, tutto essendo ancor sì confuso nella Chiesa e nella società, chè sorgerne non poteva una podestà da tutti accettata, se quella non era della conquista. Il papato, che salì al sommo della potenza sua verso la fine del secolo undecimo, per l'impulso che ad esso diedero le crociate e Gregorio VII, era ancor vigorosamente combattuto; Adriano e Leone erano uomini valenti sì, ma pur sempre esposti alle sollevazioni dei Romani, alle invasioni dei Greci e dei Napolitani, tanto che furon costretti abbandonare l'Italia per andar a cercare un asilo al di là delle Alpi, e ad implorar soccorso da Pipino e da Carlomagno. Ora, un potere che implora il braccio altrui, non è forte mai, e presto è a crollare alla prima scossa. L'autorità dei papi ebbe aiuto e incremento dal persister ch'essi fecero nel proposito di voler governare la società; questa tenacità fece la forza loro, e smisurata in questo fu l'opera loro intellettuale. Adriano e Leone compreser forse meglio d'ogn'altro ciò che facea di bisogno alla generazione per tenerla nei termini, e però dieder la dittatura di Carlomagno agli uomini da guerra, e la coronarono con la creazione dell'impero d'Occidente; quanto poi a ciò che concerne la Chiesa, intento di Adriano e di Leone fu di assicurarsi il potere assoluto in man propria. Grandi erano gli effetti ch'eglino ottener potevano dalla creazione d'un impero; lo scisma d'Occidente poteva aver fine pel matrimonio di Carlomagno con una imperatrice di Costantinopoli: Irene proteggeva le imagini, egli il papato; nè questo gran disegno d'un parentado che avrebbe avuto per conseguenza la cessazion dello scisma, fu mai dal pontificato messo al tutto in disparte, e quando non più di Carlomagno stesso, trattavasi dei figli suoi. I papi volean togliere la separazione delle due Chiese, e questo maritaggio sarebbe divenuto il simbolo della loro unione.
Roma, poi che ha creata la suprema dittatura per Carlomagno, cingendogli in fronte la corona, se ne serve non solo per corroborare la podestà sua, ma sì ancora per ispegnere le eresie. In ogni luogo sono indizi di una sollevazione filosofica contro le opinioni cattoliche: a Costantinopoli ferve la quistion delle imagini: gente barbara ivi atterrar vuole il culto delle arti, da cui vengono sì dolci sensazioni alla mente ed al cuore: i papi prendono a difender le imagini, a proteggerle, e fattisi di questo modo padroni degli affetti del popolo, più forti ne divengono a combatter contro le eresie, fredde disputatrici, che travaglian la Chiesa, e invocano il braccio secolare di Carlomagno, pronto sempre a colpire dove sia da secondare la volontà di Roma. Quindi noi lo vediamo, e come re e come imperatore, presiedere i concilii, condannare Elipando e Felice, essere lo strumento in somma di cui si servono i papi per mansuefare il mondo cristiano.