Nelle pratiche sue col papato, il figliuol di Pipino si mostrò più destro e forte che non un imperatore dei tempi moderni, il quale, nato al par di Carlomagno in mezzo agli accampamenti, e capo esso pure d'uomini d'armi, procacciar volendosi la forza morale e religiosa, non ebbe a gran pezzo l'accortezza che il Barbaro seco recò dalle sue foreste, e in vece di sublimare il papa, come fe' Carlomagno, si studiò di atterrarlo, e gli ritolse Roma, laddove i Carolingi l'aveano donata ad Adriano ed a Leone: onde ne conseguì che l'impero moderno, non sostenuto dalla forza morale, crollò, colpa questo capitale difetto. Ma forsechè attribuir deesi questa differenza di procedere alla differenza dei tempi; questa società non era sì intimamente religiosa come quella, ed i cuori erano manco temprati alle credenze cattoliche; e tuttavia Roma riuscì trionfante contro del forte, appunto perchè in fatto di politica non si vuol tanto ridurre in pezzi gli strumenti, quanto saperne usare con sagacità: Adriano e Leone aveano protetto l'impero morale di Carlomagno, e questi ne li ricompensò; Pio VII avea consacrato Napoleone, avealo presentato al mondo cristiano pel vero imperatore, pel signore legittimo; ed a che pro conculcare un povero vecchio, spogliandolo della diletta sua Roma?

Il sistema politico e amministrativo di Carlomagno, fondato com'era su elementi positivi, molto pure accostasi a quello che s'è veduto nei tempi moderni: al sommo della gerarchia, l'imperatore potente, onorato, riverito, in corrispondenza co' papi, e per mezzo della guerra o de' suoi legati in comunicazione con le circostanti civiltà, e sotto a lui re e duchi militari, che gli rendono omaggio e vengono a' suoi placiti; due assemblee o corti plenarie ogni anno, l'una per discutere intorno alle spedizioni lontane, l'altra per approvare i capitolari e gli atti legislativi; poi de' conti incaricati, come governatori permanenti e rettori delle provincie, dell'amministrazione della giustizia e di tutta la podestà imperiale, e intorno a questi conti, altre assemblee locali, sotto buonomini, maggiorenti eletti dai medesimi abitanti, i quali tengono le Assise, giudican le liti, fanno il ripartimento dei redditi. E quando un capitolare è passato nell'assemblea generale, viene comunicato a' conti, che anch'essi lo comunicano alle assemblee locali, le quali ne eseguiscono i comandamenti, e, affinchè nessuno di questi ordigni si rompa o si fermi, ci sono anche qui i missi dominici, commissari straordinari che vanno dappertutto a invigilare. Nel quale sistema ci ha, come ognun vede, un misto del governo romano, forte e potente com'egli era, e della libertà germanica, che posa sulle assemblee e sulla pubblica rappresentanza.

Il sistema de' Capeti, che succedette a quel dei Carolingi, niente ha con ciò di comune, la feudalità rannoda ivi le istituzioni a idee territoriali, e forma, come a dire, una gran marmorea catena, che dalla torre del Louvre si stende fino al castello del valvassore; ordine nuovo di doveri, che distrusse le instituzioni dei capitolari. Dappoi che la rivoluzione del 1789 ha distrutta la gerarchia feudale, ritornasi al concetto carlingo, che pur aveva alcun che di romano. Qual diversità ci fu egli tra i prefetti ed i conti di Carlomagno? tra i messi regii, i rappresentanti in deputazione e i commissari straordinari dell'imperatore Napoleone? E per più d'un nodo anche si concatenarono i due sistemi municipali, le Assise, i giurati, le assemblee, e di nuovo apparve l'uniformità dei codici. Tutte le podestà hanno il medesimo istinto, e se hanno società a governare, adoperano i medesimi modi.

E quanto alla scienza, fu ella in Carlomagno inclinazione o arte di governo? Fatto sta ch'egli la protesse, che il suo secolo si scosta da quanto lo precede e da quanto lo segue, chè egli fece ogni poter suo per diffondere i lumi e promuovere gli studi; ma pur troppo ogni suo sforzo fu vano con una società da cui non era compreso. E tuttavia Carlomagno persevera; egli aggruppa e stringe fra loro gl'ingegni, e si compiace di trovarsi in mezzo a loro; ella è cosa che si vede spesso tra gli uomini nati a reggere e ad imperare questo sollevarsi ch'ei fanno nelle lettere, dalle fatiche della guerra e del governo! Cesare scrive i suoi commentarii, espressione d'una mente supremamente politica; Carlomagno fa versi nella sua lingua nativa, chè i conquistatori barbarici godevano d'udir narrare l'eroiche imprese della patria, e l'imperatore gl'imita[154]. Egli negli ozii suoi inclinava alla scienza, e ben te ne avvedi alle sue sollecitudini per lei; nè la sua è solo protezione, ma ben piuttosto vocazione; carteggia coi dotti, li convoca, li stringe intorno a sè, li ricolma de' suoi favori, delle amorevolezze sue; però che alle sue personali inclinazioni s'accoppia in questo l'intendimento suo politico; essendo la scienza sostanzialmente romana ed ecclesiastica, egli non ha già a temere dei cherici, chè per mezzo del papa ei si tiene soggetti; ma il pericolo dell'opera sua sta nell'impetuosità de' suoi leudi e nelle commozioni degli uomini da guerra, che abbatter possono la sua dinastia; ora i cherici mansuefanno questi animi troppo fieri, e li rendono più inchinevoli ad ubbidire: la scienza, gli studi penetrar possono fra quella razza soldatesca, e allora tutto fia terminato; e l'impero durerà imperturbato in lui e nella famiglia sua.

Al qual uopo il veggiamo non protegger tanto la gerarchia episcopale, quanto i monasteri; i vescovi anzi sono da lui compressi e tenuti a segno, chè troppo potenti erano, troppo mescolati nelle cose civili, la gerarchia loro era troppo gallica e attinente per ogni punto ai municipii; ond'è che Carlomagno ama meglio protegger le badie e spalleggiare l'autorità delle immense comunità di San Benedetto. Le badie sono esenti da qualunque giurisdizione episcopale, e dipendon solo da Roma, che è tutta di Carlomagno; e in mezzo a queste badie si compiono i grandi atti della vita; le servon di prigione di Stato pei re balzati dal trono, pe' conti, pe' leudi, de' quali Carlomagno abbatter vuole il potere; esse proteggono il sepolcro dei vivi e dei morti, quindi la grandezza che loro ne viene; sono asili sempre aperti, e gli abbati intervengono, col loro pastorale in mano, ai consigli e alle solenni assemblee, per ivi fare spalla all'autorità dell'imperatore. Quindi è che, mentre Carlomagno, e più ancora il figlio suo, si trovano spesso in contrasto con l'episcopato, non hanno all'incontro mai di che dolersi d'alcun abbate dell'ordine di San Benedetto.

Tutta questa amministrazione era ordinata ad apparecchiar la leva delle gravezze e delle milizie, le due parti essenziali del governo. Il fisco è l'oggetto delle più vive sollecitudini di Carlomagno; quindi ei ne regola l'entrate, quindi ei fa che ad ogni sei mesi versati sieno i redditi de' suoi poderi o in derrate, o in danaro, o in servigi; ed essendochè la composizione e l'ammenda formano il forte delle sue rendite, ei se ne piglia assidua cura ne' suoi capitolari: «Chiunque commetta un'azione colpevole dee pagare un'ammenda;» non più pene afflittive, assai raro la morte, ma sempre la confiscazione e la composizione, sempre soldi e denarii d'oro. Più spesso ancora il fisco viene arricchito dalle spoglie dei popoli vinti, Carlomagno è simile a quei re barbari, che dopo la vittoria se ne stanno assisi nella tenda loro col bottino ai piedi, in atto di partirlo fra' loro fedeli. E il bottino in fatti, in quarantatrè anni ch'egli ebbe di guerra, è bellissimo, chè, s'egli ebbe a chè far coi Sassoni, popolo povero e senz'agi, egli conquistò pure l'Italia e i Longobardi, soggettò gli Unni e svaligiò i loro palazzi, e gli Unni aveano svaligiato il mondo! Poi, varcati i Pirenei, trovossi avere in sua balía le ricchezze accumulate dei Goti e dei Saraceni. Ond'è che a saziare i suoi guerrieri egli non ebbe, come già Carlo Martello, bisogno di spogliare i cherici, ma sì modo a tutto arricchire e fecondare. Non poche fra le chiese vanno debitrici a lui della lor fondazione; al tocco della sua mano sorsero i monumenti delle arti; per cura sua venner da Costantinopoli i manoscritti, i messali, i reliquarii, e sua egli fece l'arte greca col chiamare intorno a sè gli artefici di Roma e di Bisanzio.

Tale si è l'opera in cui travagliossi per tutta la vita un sol uomo, opera di smisurati effetti. Chè, a dir tutto, se la Roma dei patrizi e degli imperatori raccoglie più ampi territorii, essa tuttavia non viene che mano mano ampliandosi, ed essa dee la potenza sua alla sua paziente politica; l'ordinamento che viene svolgendosi da Romolo fino ai Cesari, è infinito sì, ma pur ci voglion de' secoli, e tutte queste cose si succedono, e l'una vien dopo l'altra; laddove Carlomagno procede a passo di gigante, immagina ad un tratto l'ordinamento dell'impero a quel modo che ad un tratto ne fa la conquista, poche sono le modificazioni a cui va soggetto il suo governo: il sistema dei conti, esempigrazia, e dei messi regii si riferisce all'originario concetto della podestà sua, e tutto ciò che è nella gerarchia loro, altro non è che un accessorio, del quale ei può sicuramente maneggiare gli ordigni.

Nella storia dei tempi noi vediamo che quel che presto si fa, presto anche cade. Vano è il fischiar del turbine contro la quercia che si sprofonda con le radici nelle viscere della terra, e solo ne agita le frondi; ma l'albero carlingo appena tocca la superficie del suolo; il gigante del Reno e della Mosa abusò, se così può dirsi, dell'ardor di sua giovinezza, e presto verrà per lui la decrepità. Che altro sopravviver poteva a quest'opera? Il titolo d'imperatore; ma questo titolo non era di origine franca; romano era desso, nè veniva da lui! Questa dignità della porpora ricomparirà nei tempi siccome simbolo d'una podestà forte, risplenderà in fronte ad altri principi, nè questi ne andran debitori a Carlomagno. Ma e la dignità regia? Essa pure stava per passare in un nuovo lignaggio, per lasciare l'impronta romana, per farsi tutta feudale: altre idee stavano per sorgere sotto il regno dei Capeti e altre leggi; i municipii si cambieranno in comuni; i coloni in contadini e borghesi; i conti e leudi in alti feudatari, proprietari effettivi, sovrani del dominio e del territorio; gli arcivescovi ed i vescovi diventeranno pari e baroni, e le assemblee del campo di maggio, semplici corti feudali. I capitolari, in mezzo a questa notte dei secoli, spariranno, e succederanno ad essi le instituzioni di San Luigi, il codice feudale di Gerusalemme e i libri di giurisprudenza di Beaumaucir.

Ma e d'onde avviene che, in mezzo alla ruina d'ogni opera sua, Carlomagno duri ancor sì splendido di fama tra i posteri? D'onde avviene che citato venisse nelle corti plenarie come fonte ed origine d'ogni grandezza? d'onde avviene che tanti monumenti si attribuiscono alla sua gran mente? Che ci sono rupi e grotte d'Orlando, e torri Magne e fari Carolini? come avviene che questa memoria siasi di secolo in secolo ingigantita? Ottone imperatore visita, primo di tutti, il monumento di Carlomagno, e vi contempla riverente il gran principe con l'occhio pallido e fiso, coricato nell'arca, coperto dell'auree sue vesti, con lo scettro in mano e col volume degli Evangeli ai piedi; fin dal secolo duodecimo Carlomagno è il subbietto di tutte le canzoni eroiche, di tutte le gloriose memorie delle popolazioni; egli è l'eroe di mille maravigliose avventure. Al secolo decimoquinto il Pulci, il Bojardo, l'Ariosto lo cantano in poemi nazionali: «O voi. Orlando, Angelica, Rinaldo, Marfisa, Astolfo dalla lancia d'oro, Merlino, venite ad attorniar di splendido corteo il vostro sire!» A quel tempo i giuochi e passatempi delle corti medesime rammentano tuttavia Carlomagno ed i suoi paladini; le carte stesse da giuoco rappresentano insiem con l'imperatore in lunga barba l'imagine d'Ildegarda e d'Uggero il Danese, e quando Carlo VI, nei lucidi intervalli della sua pazzia, giocava con que' suoi grandi tarocchi, ogni volta che tra il cavaliere della coppa, la mala morte e il re di denari imbattevasi in Carlomagno, non dimenticava di farsi per venerazione il segno della croce!

E Carlo Quinto, che pure agogna l'impero del mondo, non vien anch'esso a visitare in Aquisgrana il sepolcro del grande suo antecessore? Egli discende in quello, il misura, si prostra e legger vorrebbe il proprio destino nel misterioso libro che giace presso l'imperatore ivi corcato. Intanto i secoli proseguono il loro corso, e un altro conquistatore, un altissimo sovrano, domatore di popoli al pari di Carlomagno, e al par di lui legislatore e reggitore di varie nazioni, viene anch'esso ad inchinarsi dinanzi a quella gran tomba, e vuol essere consacrato con la spada di Carlomagno, e portare la sua corona, e toccar con le proprie mani il suo tesoro; poi s'adagia nella sua marmorea sedia, quasi a indurne la grandezza dell'edifizio da lui innalzato, e ordina che il sepolcro sia ristaurato, e il misura a vedere s'egli è fatto a suo dosso, e vuol farvi rinfrescar quell'antica iscrizione che vi si leggeva ai dì passati: «Sotto questo monumento giace il corpo di Carlo, magno e ortodosso imperatore, che ampliò nobilmente e felicemente resse il regno de' Franchi per anni quarantasette. Morì settuagenario l'anno dell'incarnazione del Signore 814, indizione VII, a dì 28 gennaio[155][156]