«— So che tu vivi, che vedi e che senti: ma non lo dirò. M'hai schiaffeggiato e m'hai chiamato vile; i vili non salvano i coraggiosi, ma si vendicano.

«Poi si alzò, e col volto fra le mani, come accasciato dal dolore, uscì, e tutti lo seguirono.

«Tutte le furie dell'inferno avevano invaso il mio cuore; l'odiavo come non s'è forse mai odiato sulla terra; smaniavo d'avventarmi contro di lui, di stringere fra le mie mani il suo collo torto, di strangolarlo, di sfracellargli coi miei piedi quella testa falsa, ipocrita, malvagia. E non avevo la potenza neppur di dire:

«— È un omicida.

«Mi sentivo stretto in una guaina di bronzo.

«Rimasi solo in quella cella buia, su quella fredda tavola di marmo sulla quale erano stati sparati tanti cadaveri.

«M'abbandonavano. Mi credevano morto.

«Allora mi si affacciò alla mente un pensiero pauroso:

«— Se fossi realmente morto? Se la morte fosse così? Che cosa ne sappiamo noi? Se lo spirito umano non si spegnesse contemporaneamente al corpo? Se dovesse stargli unito ancora, chissà per quanto tempo, forse per sempre, assistere alla putrefazione, alla dissoluzione delle membra?... E poi?...

«A quell'idea, provavo quell'estrema disperazione che ci fa urlare come belve, dilaniare le carni, che ci trascina al delitto, al suicidio. Mi ricordai un tetro caso d'una giovine, che, dopo esser stata sepolta come morta, s'era risvegliata nella fossa; ma a lei almeno erano tornate le forze per urlare, per dibattersi, e fu trovata col capo sfracellato contro le pareti della bara; mentre io non potevo nulla per abbreviare il mio supplizio; mi bruciavo internamente di furore, mi sentivo impazzire a quelle supposizioni spaventose, e rimanevo tranquillo nella mia solenne immobilità da idolo.