Era il caso d'un suo figliolo, che le aveva tolte le illusioni materne, ed essa lo rimproverava a tutti i ragazzi, ne faceva una regola sconsolante, per sfogare la sua pena in qualche modo.
Il medico trovò che il male era grave; si trattava d'una pleurite acuta, ed era urgente di trasportare il malato all'ospedale la sera stessa.
Quando Carlo vide sollevare di peso il suo nonno, e metterlo nella portantina, dopo quanto aveva detto la Margherita pensò che fosse una risoluzione sua di allontanare il vecchio da lui, e la accusò d'ingiustizia e di crudeltà.
Quella notte, solo nel letto in cui aveva sempre dormito col suo vecchio parente, ebbe dei sogni agitati. I vicini, dalla stanza accanto, lo udirono singhiozzare nel sonno, e la Margherita dichiarò che bisognava dargli sulla voce, perchè non avesse a far scene che finirebbero per farlo ammalare anche lui.
Ed il mattino entrò presto a pigliarlo, lo tirò per forza in casa sua, mezzo vestito e mezzo da vestire, e lo buttò a sedere dinanzi ad una scodella di polenta.
L'intenzione era benevola; ma Carlo era troppo bimbo per poterla indovinare sotto l'asprezza dei modi.
Il nonno l'aveva abituato ad esser trattato con amore, ad essere considerato come un amico. Qualunque cosa egli avesse detta, era sempre ascoltata con deferenza.
La noncuranza apparente della Margherita, la privazione di ogni carezza gli riescivano dolorose come un maltrattamento; ed aggiunte al rancore profondo che le serbava per avergli portato via il nonno, gli rendevano uggiosa la compagnia di quella donna, ed insopportabile la vita presso di lei.
Cominciavano appunto quel giorno le vacanze di Natale: non poteva neppure andar a scuola; non sapeva dove stare. Usciva dalla sua stanza nel cortile, poi rientrava e tornava ad uscire, muto, imbronciato, intrattabile.
Ogni tanto piagnucolava: