Fausto s'andava ogni giorno innamorando un po' di più della Contessa, e lei sentiva crescere in modo inquietante la sua simpatia per lui.

Ma non si conoscevano abbastanza per abbandonarsi ad una fiducia che poteva essere ingannevole. Stavano in guardia tutti e due.

Fausto insinuava, quando poteva farlo, qualche parola tra scherzosa e seria, che turbava la Contessa: qualche volta era lei che la provocava ed era lui che si turbava.

Ma ogni volta che stava per affermare a sè stesso: «Sì, è innamorata di me» si ricordava le notizie che gli avevano date della Contessa al suo arrivo a Recoaro: — «gentile, cordiale con tutti socievolissima, brillante, ma buona madre di famiglia ed onesta.»

Quanto a lei, vedeva quelle esitazioni, capiva che la sua onestà lo scoraggiava, e ci aveva rabbia.

Avrebbe voluto che fosse stato certo alla prima che non c'era nessuna speranza clandestina da fondare su di lei ma che l'amasse ugualmente. Non era libera? Non erano liberi tutti e due? L'idea che quel sentimento che l'agitava tutta non trovasse altro riscontro nel cuore di lui fuorchè la speranza ignobile d'un'avventura galante, l'offendeva.

Qualche volta si mostrava scettica per strappargli ogni illusione, e pensava:

«Meglio che disperi e non mi ami, che amarmi a quel modo.»

Un giorno che le signorine Asting parlavano di due innamorati da fatto diverso, disse:

— Se avessero preso del chinino, questa catastrofe non sarebbe accaduta. Il chinino è un calmante eccellente pei nervi; e l'amore non è che una malattia nervosa.