Pare che lei ne faccia uso del chinino, disse Fausto. Ne ha studiato molto gli effetti.
Glielo disse a mezza voce perchè gli altri non udissero, irritato da quella negazione fredda che lo scoraggiava.
Ma a lei quella parola sommessa, sussurrata come una confidenza fece l'effetto d'una carezza, malgrado l'insolenza che racchiudeva. S'indispettiva di non risentirsi di quell'insolenza, ma non si risentiva.
Tutto il giorno, tutta la sera, ripensò quella voce bassa, quella frase mormorata per lei sola, quell'atto intimo di parlarle piano. Le pareva che l'indomani e tutti i giorni dovesse sempre parlarle così.
Scrisse una lunga lettera a' suoi due figli; una lettera di madre appassionata:
«Non aveva sulla terra altri affetti che loro due, s'era votata ad una vedovanza perpetua per non defraudarli d'una parte della sua tenerezza.
«Era impaziente di vedere la fine di quel mese, per andarli a prendere al collegio, e portarli con sè in villa, e vivere tutto l'autunno in famiglia. Le era penoso starsene sola a quel modo. Alle acque s'annoiava... s'annoiava...»
Voleva persuaderlo a sè stessa; ma invece alle acque ci aveva un interessamento troppo vivo. Aspettava con impazienza il mattino per andare alla fonte, e se per caso ne tornava senza una parola che l'avesse agitata, era triste.
E le accadeva sovente. Fausto s'annoiava di quella tutela che lei aveva sempre intorno. Gli pareva un'ostentazione di diffidenza, e si metteva in diffidenza anche lui.
La contessa invece avrebbe voluto svincolarsi da quelle soggezioni, ma era timida, non osava più.