E non osò dir altro. Arrossirono tutte e due senza guardarsi, come avrebbero fatto dinanzi ad un'immagine troppo nuda.

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Il signor Cantinelli era molto devoto; frequentava la chiesa ed i sacramenti, mangiava di magro il venerdì ed il sabato, non lavorava mai la domenica nè le altre feste comandate, a costo di morir di noia, ed era in buona fede.

Aveva ereditato da suo padre un patrimonio meschino, ed un'intelligenza, ancor più meschina del patrimonio.

Aveva tentato di studiare per ottenere un grado accademico, ma non era riuscito. S'era voluto avviarlo al commercio; ma aveva manifestato, alle prime prove, un'assoluta incapacità.

S'era dunque accontentato d'un impiego modesto in una banca, dove la sua grande onestà gli faceva perdonare di non avere altri meriti.

Da buon cristiano però egli s'appagava del suo stato; era umile, non aveva ambizioni. Era stato buon marito, ed era buon padre, affettuoso, carezzevole, perfino sdolcinato; incapace del menomo atto violento, e neppure d'alzare la voce.

Badava a fare il suo dovere, come l'intendeva lui, da galantuomo e da buon cristiano, ed era sempre contento.

Non desiderava la roba d'altri, e, finchè aveva avuto la moglie, e finchè gli era durato il dolore d'averla perduta, non aveva mai desiderata neppure la donna d'altri.

Appena rimasto vedovo aveva ritirate le sue figliole dal convento, aveva ceduto a loro la camera nuziale coi due lettini gemelli, ed era andato a dormire nella cameretta, dove stavano le fanciulle quand'erano piccine.