«Le due maggiori erano già al Sacro Cuore per esservi educate, e per avvezzarsi a quell’ambiente nel quale dovevano passare tutta la loro vita.
«La povera Editta, a quindici anni, ne dimostrava appena dieci.
«Camminava con difficoltà, era incapace di qualsiasi lavoro, aveva bisogno di un’assistenza continua.
«Quando sua madre, l’aveva trasportata a Trecate per farla ammettere al Sacro Cuore come educanda, aveva ricevuto un rifiuto formale, irrevocabile.
«E, non solo non poteva esservi ammessa come educanda, ma non potrebbe neppure, più tardi, entrarvi come monaca professa. La sua infermità la escludeva dalla vita monastica.
«Allora la coscienza timorata della signora Ripamonti cominciò ad inquietarsi.
«Nel suo voto solenne aveva promesse al Signore tutte e tre le sue figlie; ora dandone due soltanto, si sentiva spergiura.
«Cosa sarebbe di lei, cosa sarebbe de’ suoi figlioli, e di quella figlia stessa, in questa vita e nell’altra? Era continuamente tormentata da scrupoli religiosi, atterrita dall’idea delle punizioni soprannaturali che la minacciavano.
«La Editta, che colla sua infermità la obbligava a trasgredire un voto, divenne ai suoi occhi un oggetto di repulsione; era al tempo stesso causa e rimprovero della sua colpa.
«L’eccitazione della povera donna raggiunse il grado d’una idea fissa, d’una manìa. Ella non parlava più d’altro, e colle sue lagnanze, come coi silenzi feroci, rimproverava continuamente all’inferma la sua disgrazia, e le conseguenze orrende che, secondo lei, ne dovevano derivare.