«Una volta mia sorella aveva imparato uno di quei lavori di cattivo gusto che inventano tratto tratto i giornali di moda, e contro i quali l’arte dovrebbe bandire delle pene severe.

«Si chiamava «pittura orientale» e serviva ad imbrattare delle belle stoffe di seta, con fiori, frutti, augelli, destinati a disgustare per sempre l’umanità, contro tutte le flore e le faune dipinte, ed a far piangere all’arte le sue lagrime più amare.

«Le Liprandi, invece di disgustarsi, s’innamorarono di quei delitti di leso buon gusto, e desiderarono d’imparare a commetterne.

«Era d’estate, e noi avevamo l’abitudine di pranzare alla «villa.» Ci si andava il mattino dopo la colazione. Si pranzava al tocco; e si tornava in città la sera a cena.

«Quel giorno che si parlò colle Liprandi, in casa loro, della «pittura orientale» mia sorella disse:

— «Bisognerebbe che si potesse stare insieme un po’ a lungo, se volete imparare; almeno tutto un pomeriggio.

«Loro risposero:

— «Noi non domandiamo di meglio; ma come si fa?

«Mia sorella riprese:

— «Potreste, un giorno, venire da noi presto presto, e rimanere fino alla sera.