«La Giuseppina intendeva presto presto nel pomeriggio; al tocco e mezzo. Invece le Liprandi, che in casa loro pranzavano alle cinque, udendo quell’invito che sopprimeva il loro pranzo, credettero che volesse dire di pranzare da noi; e l’Elena, la maggiore, rispose con molto garbo:
— «Grazie; grazie tante. Noi accettiamo senza complimenti. Quando vorrete, potremo esser pronte alle nove del mattino.
«Io provai l’impressione di cadere in un abisso. Sentii istintivamente che davvero entravo in un ginepraio, dal quale sarebbe stato difficilissimo uscire.
«Tuttavia, il sentimento della cortesia, ed anche un po’ la vanità di farla da signorina ricca ed indipendente, che può fare inviti nelle sue terre, mi spinsero a rispondere:
— «Benissimo. Passeremo a prendervi alle nove, ed andremo alla «villa» insieme; e poi la sera, o la vostra mamma verrà a prendervi, o vi accompagneremo a casa noi. Nevvero, zia?
«La zia Caterina assentì con un’aria molto spaurita.
«Le Liprandi ci ringraziarono ed approvarono tutto cordialmente. Si discusse il giorno, e si combinò per il prossimo venerdì. Il posdomani.
«Vi fu un momento di eccitazione e di gioia nel fare il programma della giornata. Si stabilirono per bene le ore dell’andata, dell’arrivo, del lavoro, dello spasso in giardino, del pranzo...
«Io mi ubbriacai al punto da dire, come una vera padrona di casa:
— «Mi dispiace che, da noi, si mangia di magro il venerdì...