— Perchè ti preme tanto che sappiano che costa caro? È una vanità volgare e stupida. Io ti ho scelto apposta il goletto di questo colore modesto, appunto perchè non dia nell’occhio come un oggetto di lusso. Noi non siamo ricchi, e dobbiamo vestire secondo il nostro stato. Non ti ricordi della storia della rana che si gonfiava per rassomigliare al bue? Vorresti fare la stessa figura?
Ma questi discorsi non valevano a persuadermi.
Tutto il giorno fui imbronciata, e borbottai «che, per non avere il goletto come volevo io, non metteva conto d’esser privata della bambola e dei confetti». E leticai con mio fratello, perchè volevo prendergli le sue chicche ed i suoi soldatini di legno dipinto.
Il nonno, quando udì quelle lagnanze, mi rimproverò severamente.
— Sei un’ingrata. La tua mamma ha fatta una spesa per regalarti quel goletto, ed ha cercato di accontentarti, nella misura che era conciliabile colla modestia con cui debbono vestire le ragazze che non sono ricche. E tu la compensi molto male della sua generosa bontà.
Disse questo con un piglio fermo ed austero, che rendeva sempre inesorabili le sue parole, e ce le imprimeva nella mente.
Poi stette zitto un tratto, e finalmente, riprendendo il suo fare mite e cordiale, incominciò a parlare dei tempi remoti della sua infanzia.
Era una sua abitudine di raccontare episodi e storielle di quel lontano passato.
Ce li dava come esempi, come lezioni di vita austera, per correggerci di certe nostre tendenze al lusso ed alle agiatezze; due cose che egli diceva «molto dannose alla gioventù, la quale deve temprarsi per affrontare gli attriti e le lotte della vita.»
Quel giorno disse: