«Bisognò rassegnarsi, e scrivere semplicemente alle signorine Liprandi, che in causa di certi affari del nonno, che lo trattenevano in città, s’era dovuto smettere d’andare a pranzo «alla villa» per cui il domani non potevamo andarle a prendere per la partita combinata.
«Era assurdo, perchè in tal caso, avremmo dovuto pregarle di venire ad imparare la famosa pittura orientale a casa nostra in città, e di rimanere a pranzo con noi egualmente.
«Quelle signorine capirono che questa seconda parte del biglietto mancava per qualche ragione. Tanto più che a noi non venne neppur in mente la temerità inaudita, di proporre al nonno di rinunciare ai suoi cari pranzi del Cascinino per accomodare quel nostro pasticcio; e si continuò ad andar fuori il mattino, per non tornare che la sera.
«Per conseguenza le Liprandi, non potendo immaginare il vero motivo della nostra scortesia, la semplice avversione del nonno ad ogni specie di novità, si offesero, e non vennero più a vederci. Tanto, che credemmo d’aver perduta per sempre quell’amicizia che era la nostra gloria.
«La ricuperammo invece in un’altra circostanza, che fu un vero trionfo per noi. Ma un trionfo breve. Il regno dei cento giorni.
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L’Emma e la sua amica erano state a sentire la mia storiella, con un’attenzione benevola da signorine bene educate, e si erano degnate di far bocca da ridere alle burle di Mario ed al nostro imbarazzo.
Quando però, alludendo a quell’altra circostanza, feci capire che c’era una seconda storiella da dire, la Emma, con una premura, che non oserei dire se fosse di desiderio o di sgomento, ma inclino a credere di sgomento, mi domandò:
— E vuol raccontarci anche quella, marchesa?
Io non mi lasciai scoraggiare e risposi: